Ancöi l'è
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 Eremitani  orientali

 

Agostiniani

 

a Ventimiglia

 

    Ispirate dalle Comunità Agostiniane del Nordafrica, fin dal V secolo, figure di monaco, anacoreta e lavoratore, si aggiravano sul nostro territorio, di passaggio, o dopo aver vissuto per qualche tempo in Provenza. Si trattava di competenti agricoltori, a volte di valenti artigiani, oppure di asceti sperimentatori di efficaci sistemi curativi; quando non sommavano nelle loro conoscenze tutte queste esperienze. La figura dell’anacoreta Ampelio, che avrebbe esercitato l’arte di fabbro ferraio, in una grotta presso il capo, ora di Bordighera, apparteneva a questo tipo di monaci. Dopo la sua morte, a metà maggio del’anno 428, l’opera sua venne seguita da monaci provenzali, che sul luogo costruirono un piccolo convento.

    Nel corso dell’ultimo ventennio del VII secolo, molti di questi “monaci” si spostarono dal Medioriente, in relazione all’espansione dell’Islam, attraverso le conquiste dei califfati arabi, la loro meta era la Provenza, dove trovavano tranquilla ospitalità. La cultura del tempo, vivace all’interno dei monasteri, trovava nella Gallia meridionale, monaci rimasti a contatto col pensiero orientale, sovente anche antiagostiniano, che caratterizzò l’evoluzione filosofica provenzale e magari quella della nostra regione, verso la quale i monaci di Lérins avrebbero avuto naturale sbocco.

    Il periodo che il territorio intemelio trascorse protetto dal Limes bizantino, veniva caratterizzato da gigantesche invasioni barbariche e dalla perdita di controllo delle vie di comunicazione; ma il pensiero filosofico orientale, temperato dalla cultura provenzale si mantenne vivace, come lo era sempre stato, appunto fin dall’Evo Antico.

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    Con bolla del 1218, papa Onorio III confermava l’Ordine Ospedaliero dei canonici regolari di Sant’Agostino e di Sant’Antonio abate di Vienne, ma l’ordine Agostiniano sorse nel 1244, con bolla di papa Innocenzo IV, dall’unione delle fraternità di eremiti di Tuscia sotto la regola di Sant’Agostino. Il 25 giugno 1255, ad Anagni, papa Alessandro IV estendeva ai frati dell’ordine Agostiniano i privilegi concessi ai frati dimoranti in Toscana. Nel 1256, agli eremitani di sant’Agostino vennero unite altre congregazioni. Il 9 giugno 1297, con la bolla Ad apostolicae dignitatis, papa Bonifacio VIII eresse a Priore Aimone de Montany, diciassettesimo Gran Maestro dell’Ordine Antoniano, aggregato sotto la regola di Sant’Agostino.

    Il 19 novembre 1320, in Ventimiglia, moriva Ugo Trefello, canonico agostiniano che aveva ristrutturato le canoniche della Cattedrale. Nel 1345, Babilano Curlo, auspicando, nel testamento la fondazione di un convento di Agostiniani, in Ventimiglia, patrocinava la costruzione di una chiesa dedicata a San Simeone, presso le “barme”, in località Bastida, sulla piana ad oriente della Roia. Nel 1349, la famiglia Curlo dava inizio alla costruzione della chiesa e del Convento agostiniano, alla Bastida.

    Nel 1475, fra Rodolfo Lascàris, dei conti tendaschi, fondava un convento di Agostiniani a San Dalmazzo di Tenda.

    Il 2 maggio 1487, Paolo di Campofregoso, arcivescovo e cardinale, ma soprattutto Doge della città di Genova, riconfermava gli antichi statuti per Ventimiglia. Il 7 marzo dello stesso anno il Campofregoso riusciva a far nominare, da papa Innocenzo VIII, il proprio figlio naturale Alessandro, vescovo della nostra diocesi, scavalcando il non risiedente De Fieschi. Lo stesso giorno il vescovo, dietro istanza di fra Giovan Battista Poggio, vicario generale degli Agostiniani, poneva la prima pietra del convento dedicato a N.S. della Consolazione, posto sulla piana ad oriente della Roia, nel luogo detto “Bastida”, ora chiamato quartiere di Sant’Agostino, o Cuventu; dove esisteva l’antica chiesuola dedicata a san Simeone, nel luogo detto “alle Barme”. Il giorno appresso, Alessandro andò come governatore a Savona. Fatto ritorno a Ventimiglia riduceva il palazzo vescovile in un ritrovo di cospiratori. Nel 1518, passava ad una seconda rinunzia del vescovado, per farsi condottiero d’un corpo di duemila fanti, assoldati coll’oro avuto segretamente da papa Leone X, che aspirava ad occupare Ferrara, posseduta da Alfonso d’Este ed in quell’anno medesimo moriva colla celata in capo.

    Fin dal 1489, sulle vestigia dell’antica chiesa di San Simeone alle Barme, risultava eretta la nuova chiesa dedicata a Sant’Agostino e a N.S. della Consolazione, a corredo del bel convento quadrilatero che già operava da due anni.

    Pare che l’agostiniano Martin Lutero, nel 1511, di ritorno da Roma passasse per i cenobi di Genova e di Ventimiglia, dove si soffermò nel convento di Sant’Agostino, tenendovi conferenze. Ma a causa della riforma richiesta da Lutero, già nel 1517, il convento degli Agostiniani subiva una considerevole perdita di rilevanza locale, giacché, agli Agostiniani veniva sottratto il privilegio di vendere le indulgenze, privilegio passato da papa Leone X ai domenicani.

    Nel 1520, in uno speco del colle di Siestro, nel luogo dove i Frati agostiniani avevano posto un ritratto, su legno, dedicato alla Vergine delle Virtù, veniva eretta una cappella.

    Il 18 aprile 1530, papa Clemente VII minacciava scomunica agli illegittimi detentori dei beni mobili ed immobili, scritture e diritti spettanti ai frati eremitani dell’ordine di Sant’Agostino, del Convento della Beata Maria della Consolazione.

    Nel 1572, nei pressi del mare, in zona Nervia, veniva scoperto un cippo miliare riferito all’imperatore Caracalla; ma un’altro cippo della medesima serie, anno 213 d.C., era ritrovato presso la chiesa del Convento Agostiniano, alla Bastida. Un’altro ancora emergeva sopra Bordighera.

    Nel 1581, dalla Francia giungevano adepti dell’ordine ospitaliero di Santo Spirito, aggregati ai frati agostiniani. Qualche decennio più tardi, nel 1601, il vescovo Stefano Spinola assegnò agli Agostiniani della Bastida la cura della chiesetta alle Virtù.

    Il 29 ottobre 1607, in Ventimiglia, da Marco e Petronilla Aprosio nasceva Ludovico, che entrato giovanissimo nei Frati Agostiniani, col nome di “padre Angelico” verrà nominato tra le personalità dell’Ordine. Nel 1623, a Dolceacqua, gli Agostiniani scalzi fondavano il convento di N.S. della Muta.

    Nell’aprile del 1638, nell’ormai grandioso convento alla Bastida, si teneva il capitolo generale della congregazione dei padri Agostiniani. Durato quindi giorni, vi si tennero tre cattedre di conclusioni teologiche, tenute da rinomati maestri, assistiti da monsignor Lorenzo Gavotti, vescovo della città, che intervenne nell’argomentare.

    Nel 1649, nel Convento agostiniano di Ventimiglia, Padre Angelico Aprosio otteneva di aprire la prima biblioteca pubblica di Liguria e una delle prime in Italia, la “Biblioteca Aprosiana”. Da Ventimiglia, padre Angelico teneva corrispondenza con molti eruditi europei, ai quali non mancava di magnificare le trote della Roia ed i vini, Rossese e Moscatello, delle colline di Latte e di Ciaixe. Invece si lamentava dello stato cui era giunta la foce della Roia, la quale impantanata e paludosa, portava disagi e malattie.

    Nel 1667, su disegni dell’architetto genovese Pier Antonio Corradi, veniva iniziata la costruzione del convento delle Canonichesse Lateranensi di Sant’Agostino, a ponente della Cattedrale, sulle rovine del castello dei conti di Ventimiglia, compiuto nel 1671.

    Il 23 febbraio 1681, dopo otto giorni di febbre micidiale, moriva padre Angelico Aprosio, lasciando nella sua città un indelebile ricordo. Resse le sorti della Biblioteca Aprosiana, dopo la morte del fondatore, potenziandola in misura notevolissima, Padre Domenico Antonio Gandolfo, nato a Ventimiglia nel 1653. divenne predicatore generale dell’Ordine. Fu ascritto alle più celebri accademie letterarie del suo tempo. Morirà a Genzano, nel febbraio del 1708.

    Nel Settecento, i canonici della Cattedrale salirono al numero di dodici. Da sempre, essi vivevano in comune sotto la regola di Sant’Agostino ed il preposito veniva eletto dai canonici stessi. Nel 1735, veniva aperto un sito cimiteriale alla Bastia, presso la chiesa di Sant’Agostino.

    Il 19 ottobre 1799, il ministro dell’interno rivoluzionario riproponeva lo sgombro dei frati Francescani Minori e degli Agostiniani. La Repubblica Ligure intimava alla poco zelante Municipalità di Ventimiglia, circa l’evacuazione del convento dei Conventuali: “… cessi questo scandaloso disordine, che si sgombri da frati il convento, si vendano li mobili e gli argenti impegnati ...”. Molti antichi codici della Biblioteca Aprosiana finirono, caso mai, a Genova.

 

  

Angelico Ludovico Aprosio, nato a Ventimiglia il 29 ottobre 1607, da Marco e Petronilla Aprosio, ebbe al sacro fonte il nome di Ludovico. Un ingegno precoce ed una viva tendenza a buoni studi si palesò in lui ancor giovinetto, onde gliene era venuto dai compagni il nome di filosofo. Di sedici anni volle, contro il desiderio de’ suoi, vestire l’abito degli agostiniani nel convento della Consolazione della città nativa, da dove poi trasse a Genova, fatta quivi la professione si procurò stanza in Toscana recandosi allo studio di 5. Agostino in Siena, nella quale città dimorò sei anni stringendo amichevoli relazioni con Flavio Guglielmi e Desiderio Pecci professori in quella Sapienza. Una bella fama lo precorreva a Monte Sansovino, dove in giovane età fu inviato a leggere filisofia, e i tra anni che vi ebbe stanza tornarono a lui cari oltremodo, come quelli che gli furono rallegrati dall’amicizia dell’egregio cultore delle muse Pier Francesco Minozzi, di cui serbò sempre la più cara ricordanza. In questo frattempo i padri del convento della Consolazione di Genova, desiderando di avere fra loro un così degno soggetto gli conferirono un grado, ma egli nemicissimo di brighe, alieno da ogni ambizione declinava l’onorevole incarico ed impetrata licenza di uscire della congregazione, si die’ a peregrinare per alcune cospicue città d’Italia. Visitò Pisa, e vi fu trattenuto da Gian Giacomo Luchetti, reggente di quello studio; passò a Firenze, e quell’ameno soggiorno gli fu reso carissimo dalla conversazione di Alessandro Adimari, Benedetto Buon Mattei e Jacopo Gaddi. Dopo Firenze toccò Bologna e in quella città visitava il famigerato cantore Achillini. A Ferrara e Rovigo conferì con Lelio Mancini e con Gaspare Scioppio, letterati di bella fama e dopo visitata Treviso, fermò la sua stabile dimora in Venezia. A ben conoscere la vita dell’Aprosio, occorre accennare alla lagrimevole piega che prendeva allora la letteratura, trascinata da quel raro ingegno che era il poeta Gian Battista Marini. Abbandonata la severa semplicità degli antichi e la imitazione sana e generosa del bello, s’introduceva invece in ogni genere di componimenti la falsità delle idee e la stentatura dello stile, facendo uno strazio delle metafore. L’Aprosio venne trascinato da quella folla di novatori, ed ancor giovinetto essendo stato affascinato dalle non comuni bellezze, onde si vestono le poesie del Marini, ne divenne un generoso ed instancabile difensore dopo che quel poeta morì. Imperocché allora certo cavaliere Tommaso Stigliani, autore d’un poema intitolato “Il mondo nuovo”, avendo preso a malmenare lo “Adone” del Marini in un’operetta intitolata “L’Occhiale”, l’Aprosio, ora sotto lo pseudonimo di Scipio Glareano, ora di Carlo Galistoni e talora di Sapricio Saprici, con operette intitolate: L’OCCHIALE STRITOLATO (1641), IL BURATTO (1642) e LA SFERZA POETICA (1643) prese di tal forza a menare lo scudiscio sulle groppe dell’incauto Aristarco, che se ne levò rumore nella repubblica letteraria e il nome del Marini corse per alcuni anni associato a quello dell’Aprosio.

Questi per insegnare un po’ di modestia allo Stigliani, che manometteva con tanta sicumera un poeta dello stampo del Marini, volle rivedere le bucce al già ricordato poema “Il mondo nuovo” e conciò di guisa l’autore, che fu una vera pietà. Le lodi ed i conforti che ne vennero al letterato ventimigliese furono senza numero, persino dagli ingegni privilegiati. Tanta operosità non lo distolse mai dallo insegnamento, ne dai doveri religiosi, ne dalla predicazione dove tanto valeva. L’anno 1647 essendosi recato a Venezia il patrizio genovese Giuliano Spinola, desiderando tirare l’Aprosio a far ritorno in Genova, si offerse spontaneamente di fargli trasportare colà il numero grandissimo di libri, in non lunghi anni accumulato e di fargli stampare inoltre IL VERATRO. E così essendo avvenuto, già l’Aprosio si disponeva a fondare in Genova la sua biblioteca, quando ne venne dissuaso dal monaco teatino Basilio Bernardi, che gli fe’ preferire il disegno di lasciare un tale monumento alla città natale.

Quivi per invito del vescovo Lorenzo Gavotto essendosi egli recato a recitare il quaresimale l’anno 1649, scelse a stanza della ricca suppellettile libraria il convento del suo ordine, dove non tardò a sorgere quella biblioteca, che fu la prima, come scrive il Tiraboschi che si aprisse in pubblico nella Liguria. Le avversità incontrate nel condurre a termine tale opera gli furono lenite grazie ai buoni uffici di padre Fabiano Fiorato ventimigliese, del quale volle per gratitudine conservare l’effigie nel suo museo. Con questo nome volle egli chiamata la numerosa raccolta di ritratti di tutti gli scienziati e gli uomini di lettere del suo secolo. Ottomila e più volumi trovarono luogo in una sala appositamente eretta e quindi il fondatore die’ principio alla pubblicazione LA BIBLIOTECA APROSIANA, opera lasciata in tronco, che ebbe alcune versioni e che collocava l’autore nel novero dei più reputati bibliofili del suo tempo. Fra le ultime opere dell’Aprosio si hanno LE BELLEZZE DELLA BELISA, tragedia di A Muscettola (Loano 1664), DELLA PATRIA DI AULO PERSIO FLACCO (Genova 1664), LE VIGILIE DEL CAPRICORNO (Venezia 1667) e LA GRILLAIA, CURIOSITA’ ERUDITE (Napoli 1668). Rimasero di lui molte opere inedite, da qualche suo estimatore veniva pubblicata in Parma nel 1689 la VISIERA ALZATA. Aveva cominciato a dare alla luce l’ATHENAE ITALICAE, DE VIRIS ILLISTRIBUS, quando sorpreso da febbre micidiale, in termine di otto giorni moriva, il 23 febbraio 1681, lasciando memoria che non si è spenta in più di due secoli.

                                                                                                         Girolamo Rossi, S.C.V. - p. 221

 

 Domenico Antonio Gandolfo, nato a Ventimiglia nel 1653, abbracciò l’ordine Agostiniano divenendone predicatore generale. Fu ascritto alle più celebri accademie letterarie del suo tempo, Arcadia compresa. Verso la fine del Seicento, raccolse attorno al gruppo ventimigliese degli “Oscuri” i più lucidi intelletti cittadini. Resse le sorti della Biblioteca Aprosiana, dopo la morte del fondatore, potenziandola in misura notevolissima. Fu in rapporti culturali, personali ed epistolari, con grandi personalità del tempo, quali: Magliabechi, Fontanini, Cinelli, Calvoli, Landi, Gronovio, Mabillon. Per le sue sillogi letterarie sugli autori di Liguria, sparse in diversi testi e rimaste inedite, può essere considerato uno dei più oculati analizzatori della cultura barocca ligure. Il merito principale è stato quello di essere stato tra i propugnatori delle nuove metodologie critiche dei “nuovi eruditi” della scuola del Maurini, nella quale l’osservazione scientifica e l’impeto documentario prevalgono sulla verbosità delle opere degli autori barocchi.

Nelle sue opere dedicate a Ventimiglia e la civiltà ligure, il lavoro più significativo, tra gli editi, è “il Dispaccio storico”, nel quale si conservano eccezionali documenti sulla storia di Liguria e della città che gli diede i natali. A livello di critica letteraria, dopo l’antologia poetica dei “Fiori”, spicca la “Dissertatio Historica Erudita”, nella quale passa in rassegna, secondo moderne sperimentazioni tecniche, duecento letterati di molte nazionalità, organizzando il materiale con eccezionale rigore scientifico, tanto da far intravedere il futuro sviluppo della critica letteraria, in età illuministica. Molti tra gli amici già citati scrissero di lui con lodi premonitrici di un grande successo. Alcuni manoscritti si conservano alla Civica Biblioteca Aprosiana, all’Universitaria ed alla Durazzo-Pallavicini di Genova. Morì a Genzano

- Bartolomeo Durante - Fermenti letterari nella Ventimiglia barocca di fine XVII secolo - conferenza C.d.V. del 9 novembre 1984.  - Vita ed opere di Domenico Antonio Gandolfo: l’Epigono per il riconoscimento del secondo bibliotecario dell’Aprosiana  - manoscritto. - Ferrari - ONOMASTICON - Milano 1947 - pag. 336.

 

    Stefano Bono, figlio di Michele e di donna Petrinetta, frate agostiniano nel Convento ventimigliese della Consolazione, nel 1620; fu rinomato oratore in Liguria, Toscana e Veneto. Ottenne onori dai Medici, in Firenze ed a Venezia predicò in San Pietro di Castello, alla presenza del Doge Francesco Malin. Parlò anche a Padova e Vicenza, ospite della nobile famiglia Porto, che gli fece dono di una pregevole reliquia di San Gaetano da Thiene.

                                                                                             - F. A. Bono - La nobiltà ventimigliese.