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Antichi hospitalis

 

Antoniani a Ventimiglia

 

Almeno fin dal VI secolo, monaci anacoreti, provenienti dalla Tebaide, avrebbero gestito il ricetto, dove si curava il “fuoco sacro”, sito nell’uliveto della Colletta, il poggio fuori le mura della Porta di Tramontana.  La Colletta, che dominava dall’alto il sito del “Lago” ospitante il Porto canale medievale, reggeva una chiesa già dedicata a San Michele, ricavata nella struttura di un antico tempietto dedicato ai Dioscuri.

                                                                                                                                      di Luigino Maccario

Allo scadere del X secolo, si dice nel 953, il conte Guidone Ventimiglia avrebbe concesso in legato alla rinomata abbazia di Lerina, in più del Castrum Sepulcri, anche il priorato della chiesa, fatta costruire da suo padre: San Michele in Oliveto. Presso quella chiesa, posta com’era fuori le mura, funzionava il ricovero che dava ospitalità ai pellegrini, ma sarebbe servito anche quale ospizio per i naviganti in difficoltà di salute, tra quelli che frequentavano il sottostante porto canale, funzionante fin da prima del VI secolo, nel Lago appositamente dragato. Allora, quell’ospizio poteva essere condotto  da semplici monaci anacoreti, provenienti dalla Tebaide.

   Ispirate dalle Comunità Agostiniane del Nordafrica, fin dal V secolo, queste figure di monaco, anacoreta e lavoratore, che si rifacevano agli insegnamenti di Antonio Abate si aggiravano sul nostro territorio, di passaggio, o dopo aver vissuto per qualche tempo in Provenza. Si trattava di competenti agricoltori, a volte di valenti artigiani, oppure di asceti sperimentatori di efficaci sistemi curativi; quando non sommavano nelle loro conoscenze tutte queste esperienze. In Medioriente, con l’espansione dell’Islam attraverso le conquiste dei califfati arabi, la sicurezza degli anacoreti egiziani era messa in pericolo; quindi, molti di questi “monaci” si spostarono in piccole comunità verso l’Occidente, con meta mirata all’ospitale Provenza; ancora, nel corso dell’ultimo ventennio del VII secolo.

   Per poter dare principio all’hospitalis, che il conte citava nel legato di cui sopra; Guidone avrebbe già dovuto avere a disposizione il relativo personale “medico”, che fosse dotato in sovrappiù della specializzazione in “herpes zoster”, visto che si trattava del malanno per il quale i Ventimiglia esibivano particolare interessamento.*

   Dalle note su Bordighera, apprendiamo come il medesimo conte Guidone, all’incirca in quegli anni, abbia legato il luogo di Capo Ampeglio alla appena costituita abbazia di Montmajour, presso Arles, in Provenza; affinché vi fondasse il monastero che opererà per più di un secolo.

   Per qualche motivo, l’atto redatto apocrifo avrebbe potuto citare la più vicina abbazia di Lerino, in luogo dell’omologo Montmajour, oppure Guidone avrebbe citato ambedue le abbazie per non far torto a nessuno. In ogni caso, in quel concludersi di X secolo, i monaci che già operavano in entrambe le entità, venivano inseriti d’ufficio nel novero dei Benedettini, mentre fino ad allora avrebbero potuto operare, più propriamente, in nome di Antonio abate.

    Un elemento indispensabile a favore di tale tesi, dovrebbe essere la precisa asserzione da parte della famiglia dei Conti di Ventimiglia, d’essere discendenti per donna del grande popolatore di deserti, a cui aggiungevano il vezzo di possedere il potere soprannaturale per guarire quanti erano affetti dal fuoco sacro; inoltre, nella cappella dedicata al protettore del casato, Sant’Antonio abate appunto, veniva gelosamente conservata la culla, dove la tradizione diceva fosse stato riposto il santo, quand’era infante.

    Nell’anno 997, il nobile Jocelin de Chateau Neuf, di ritorno da un pellegrinaggio in Terra Santa, portò in Francia le spoglie di Sant’Antonio Abate. Pare, le avesse avute in dono dall’imperatore di Costantinopoli. In Delfinato, poco lontano da Vienne, su una Motte presso il villaggio di St. Didier en Donjon, nel 1070, attorno a quelle spoglie, il nobile Guigues de Didier fece costruire una chiesa, che cambiò il nome del luogo in Bourg St. Antoine.

    Nel 1095, la Confraternita laica sorta a La Motte St. Didier, per interessamento di Gastone de Valloire, otteneva l’approvazione di papa Urbano II. L’Ordine era dunque formato da quegli infermieri e frati laici, da molti secoli attivi, ai quali ora venivano conferiti come superiori religiosi i Benedettini dell’abazia di Montmajeur, presso Arles. In quel periodo, nuovi ospitali antoniani sorsero lungo la via francigena.

    Nel 1273, l’Ospedale di San Michele potrebbe aver cessato l’attività. Nel 1298, il capitolo dell’Ordine Antoniano si dava una nuova Regola, conforme ai canoni agostiniani. Nel 1475, i canonici Agostiniani presero stanza alla Bastida di Ventimiglia.

    Nel 1774, il Capitolo dell’Ordine Antoniano decideva l’unione con i Cavalieri di Malta, poi, nel 1776, l’attività degli Antoniani veniva soppressa.

 

 * I Conti Ventimiglia affermavano di possedere doti taumaturgiche per guarire gli affetti da “fuoco sacro”, patologia che, nel Medioevo accorpava il contagioso “herpes zoster” con la più devastante intossicazione da Claviceps purpurea, un fungo contaminatore delle graminacee.

LA VOCE INTEMELIA anno LXIV n. 2  - febbraio 2009

  

I monaci Antoniani erano identificabili dall’abito: una tonaca nera con una grande ‘tau’ azzurra, conosciuta anche come la “potenza di Sant’Antonio”. La Tau è considerata anche simbolo di potenza, a causa della sua somiglianza con le forche ed i patiboli. La campanella era un altro simbolo dell’Ordine, con la quale gli Antoniani annunciavano il loro arrivo durante gli spostamenti e le “questue”.

    Il segno del Tau (taw in ebraico, ultima lettera di quell’alfabeto) ha un’origine antichissima, risalente alla Bibbia: lo si ritrova nel libro della Genesi (4, 15), nell’Esodo (12, 7), in Giobbe (31, 35) ma soprattutto in Ezechiele (9, 3-4), quando dice: «Il Signore disse: Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un Tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono ...».

    In questo passo il Profeta Ezechiele raccomanda a Israele di restare fedele a Dio fino alla fine, per essere riconosciuto come simbolicamente segnato con il “sigillo” del Tau sulla fronte quale popolo scelto da Dio fino alla fine della vita.

     La lettera greca “T”, venne adottata come simbolo dagli Antoniani perché, oltre a ricordare la croce, rappresentava la stampella usata dagli ammalati, inoltre la ‘tau’ alludeva alla parola “thauma”, vocabolo che in greco antico significava “prodigio”.

 

 

 


           
    Si ha notizia che anche nella nostra città, durante tutto il medioevo, i maiali allevati dai frati Ospedalieri di Sant’Antonio, potessero girare liberamente per le vie, nutriti e rispettati da tutti, perché erano riconoscibili dal campanello che portavano al collo.

     Il maialino con la campanella era conosciuto come: u porchetu d’u Santu, che si alimentava con gli scarti dei desinari cittadini, svolgendo così anche un servizio ecologico.

     Con il grasso dell’animale macellato, i monaci preparavano l’unguento che serviva a lenire i patimenti agli affetti dal “fuoco sacro” o dell’herpes zoster. A quella cura aggiungevano applicazioni di argilla, che estraevano dalle “Terre Bianche” site sul crinale Roia-Nervia di Montecurto, luogo che avevano avuto in concessione dai Conti.