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C H I E S E

SCOMPARSE

    Documenti cartacei o la trasmissione orale di notizie, ci comunicano come nel Medioevo la presenza di alcune chiese, poi scomparse, caratterizzavano certe aree del nostro territorio.

 

 

IPOTESI SU SAN SATURNINO

                                                                                                                     di ANDREA  CAPANO

LOCALIZZAZIONE

    La chiesa sancti Saturnini de Vintimilio è nominata in due testamenti del XIV secolo.1  Nel primo, datato 14 aprile 1349, il nobile Babilano Curlo le lascia solidos decem ianue, dieci soldi genovesi. Nel secondo, del 12 settembre dello stesso anno, Iacopina, vedova di Simeone Curlo, gliene lascia due.

    Circa la localizzazione di questa chiesa, scomparsa senza lasciare resti che permettano di identificarla, Girolamo Rossi parla delle Asse, mentre Nicola Orengo la pone a Nervia.2 Entrambi sembrano basare le loro ipotesi sull’ordine in cui le chiese ventimigliesi 3 vengono elencate nei due documenti. Il testamento di Babilano ricorda infatti San Francesco, Santa Maria (la cattedrale), San Michele, San Nicolò (oggi San Giuseppe, nel sestiere della Marina), San Lazzaro (che sorgeva sul luogo dell’attuale caserma Umberto I), San Bartolomeo di Latte, Santa Maria di Varase, Santo Stefano, San Simeone (che precedette l’odierna chiesa di Sant’Agostino), San Martino (posta allo sbocco del vallone di San Secondo), Sant’Onorato, San Saturnino, San Vincenzo (oggi San Rocco di Vallecrosia), Sant’Ampelio di Bordighera, San Cristoforo (l’attuale San Giacomo di Camporosso). Il testamento di Iacopina da parte sua nomina Santa Maria, San Francesco, San Michele, San Nicolà, San Lazzaro, Santo Stefano, Santi Cristoforo e Giacomo, San Martino, San Simeone, San Saturnino, Sant’Onorato, San Vincenzo.

    Sembra dunque evidente che tanto Sant’Onorato quanto San Saturnino siano da collocarsi nel tratto intermedio tra San Martino (all’altezza, come s’è detto, del vallone di San Secondo) e San Rocco di Vallecrosia. Resta però il dubbio sulla loro posizione reciproca, visto che i due testamenti le citano in ordine diverso.

    Penso che qualche idea in proposito si possa ricavare dalla divisione delle prebende (rendite ecclesiastiche) canonicali avvenuta il 13 maggio 1260, quasi novant’anni prima dei nostri documenti.4  In questa ripartizione dei terreni appartenenti alla chiesa ventimigliese, una prebenda viene costituita con tutte le proprietà comprese fra il Nervia e il Roia, con l’eccezione delle terre di San Martino, della vigna di Siestro e della braida (campo) di Sant’Onorato, che formano altre due prebende. Il fatto di trovare insieme questi tre possedimenti fa pensare che essi fossero, se non confinanti, almeno assai vicini; il che, se il ragionamento è giusto, induce a ritenere Sant’Onorato più prossima a Ventimiglia, e San Saturnino più prossima ai Piani di Camporosso, secondo l’ordine del testamento di Babilano, e contro quello del testamento di Iacopina.

    Resta però ancora da stabilire su quale lato del Nervia sorgesse San Saturnino. A questo proposito può forse soccorrerci il ritrovamento, all’interno della zona archeologica di Albintimilium, di un frammento di pluteo (parapetto) longobardo, databile ai secoli VIII - IX, che testimonierebbe, secondo il Lamboglia, della presenza di una chiesa nel territorio della attuale Nervia,5 chiesa che potrebbe anche, secondo me, essere stata quella di San Saturnino.

       Il martirio di San Saturnino                                         Sant'Onorato di Lerino                                       San Simeone il Vecchio

TITOLO

    Tra i ventisei santi di nome Saturnino riportati nel Martirologio romano, tanto il Rossi quanto l’Orengo ritengono che quello venerato a Ventimiglia fosse San Saturnino primo vescovo di Tolosa, in Francia, basando le loro affermazioni su un’antica tradizione, che lo nomina tra gli evangelizzatori della Provenza e delle Alpi Marittime.6

    Di questo santo, la cui memoria ricorre il 29 novembre, ci viene riportato che era originario di Patrasso, in Grecia, e che fu martirizzato nel 250, durante la persecuzione di Decio, facendolo precipitare dall’alto della rocca di Tolosa.7

ANTICHITÀ E IMPORTANZA

    Nicola Orengo sostiene che San Saturnino fu una delle prime tre chiese ventimigliesi, e, basandosi sull’antichità del culto dedicato al santo, la ritiene sorta nel IV secolo, vale a dire durante il primo ottantennio in cui i cristiani poterono professare liberamente la loro fede.8  Non ho argomenti in favore o contro questa tesi, per altro affascinante, ma penso che si possa tentare, forse un po’ arbitrariamente, di stabilire l’importanza e le dimensioni di San Saturnino nel XIV secolo rilevando l’entità dei lasciti dei due benefattori nominati all’inizio di questo scritto.

    Babilano Curlo destina 25 lire genovesi a San Francesco, ove vuole essere seppellito, 10 lire alla cattedrale, 2 lire sue e 8 lasciate da una certa Montagina a San Michele, 20 soldi a San Nicolò e a San Vincenzo, e 10 ciascuna a tutte le altre chiese. Iacopina dal canto suo lega 5 lire alla cattedrale, altrettante a San Francesco, cinque soldi a San Michele e a San Cristoforo, e due ciascuna a tutte le altre chiese. La parzialità di Iacopina per San Cristoforo ha una ragione evidente: si tratta della chiesa del suo santo patrono. Infatti nel suo testamento è scritto sanctorum Xphori et Jacobi, col nuovo titolare accanto all’antico, mentre il testamento di Babilano nomina solo il vecchio titolare San Cristoforo. Senza spiegazioni immediate restano invece le preferenze di Babilano per San Nicolò e per San Vincenzo.

    Se dunque a trattamento identico corrisponde uguale importanza, si deve ritenere che San Saturnino sia stata una delle chiese più piccole, simile per dimensioni a quelle ancor oggi osservabili di Sant’Ampelio e di San Giacomo di Camporosso, ed alle distrutte cappelle di San Lazzaro, Santo Stefano, San Simeone, San Martino e Sant’Onorato.

                                                                                     LA VOCE INTEMELIA  anno XXXVI  n. 12  - dicembre 1981

 

 

LUIGI  E  LUDOVICO

Da una chiesuola il nome dei due ponti confinari

                                                                                                         Luigino Maccario - 1995

    Il culto verso san Luigi e san Ludovico trova un debole seguito tra la popolazione intemelia, sono poco più di una decina le Chiese e gli oratori che mostrino queste dedicazioni, per tutto il vasto territorio ponentino.

    L’onomastico Luigi è stato particolarmente usato fino all’avvento della Repubblica, per poi miseramente eclissarsi. Ludovico ha trovato estimatori nella tradizione pignasca, dove è stato portato con lustro da personaggi di una certa importanza fino al secondo evento bellico, per poi rarefarsi anche in quell’area particolare.

    Il nome Luigi, come Ludovico, deriva dal personale “Hlodwig” conosciuto presso i Franchi del V secolo e composto di “hlod”- gloria “wig”- battaglia, col significato di “glorioso in combattimento”.

    Durante l’età carolingia il nesso iniziale “hl” si trasformò in “l”, prendendo la forma di “Ludwig”, dal quale ebbe origine il francese Clovis e l’italiano Clodoveo. Furono poi i galloromani a trasformarlo in “Louis”, pronunciato “Luis”.

    Ludwig, latinizzato in seguito con Ludovicus, ha il significato di “uomo illustre”, mentre nel derivato Luigi significa più propriamente “glorioso combattente.1

    Ludovico è festeggiato il 25 agosto, in memoria di san Ludovico, ovvero il re dei Franchi “Luigi IX”, nato a Poissy nel 1215 e morto di peste a Tunisi, durante la VIII Crociata. Canonizzato nel 1297, da papa Bonifacio VIII.

    Questi due santi, dunque, pur non avendo mostrato uno specifico inserimento nella cultura intemelia; attraverso la dedicazione della chiesetta sorta presso i Balzi Rossi, si sono guadagnati una notorietà insperata tra le folle internazionali, giacché coi loro nomi vengono indicati i principali valichi doganali tra Italia e Francia, sul nostro territorio.

CARTOGRAFIA DEI BALZI ROSSI

    Nella sua cartografia per il Commissariato di sanità genovese, del 1758, Matteo Vinzoni rilevava il posto di guardia “della Barriera e Torre dei Balzi Rossi”, citando il ponte e la famosa chiesetta dedicata al santo.2

    Da questo documento apprendiamo che il ponte settecentesco in riva al mare era abbattuto per rendere più difendibile il posto di confine, incastonato com’era tra terreni coltivati da gente di Mentone, sudditi monegaschi.

    Infatti, nei pressi della chiesuola, ogni mattina si effettuavano le consegne dei prodotti commestibili, provenienti dai territori genovesi verso Mentone, mentre due volte alla settimana avveniva lo scambio dei plichi postali e la loro precaria affumicazione sanitaria.

    Il venerato re di Francia viene assegnato a patrono dei carpentieri, marmisti, lapicidi e muratori, mentre si invoca contro la scrofola, malattia per la quale la dinastia francese si considerava taumaturgica guaritrice.3

    Quando, in seguito ai progetti napoleonici, venne portata a compimento l’edificazione della strada di “cornice” verso l’Italia, riferendosi alla dedicazione di quella chiesetta, si è dato il nome di San Luigi, al ponte teso sul Vallone del Passo.

    Il ponte ha conosciuto una considerevole notorietà, in pieno Ottocento, quando venne a trovarsi definitivamente a sostenere il ruolo di unico valico carrozzabile, sul confine italo-francese, per la Riviera.

UN SECONDO VALICO

    Attorno all’anno 1950, nei colloqui tra De Gasperi, Primo Ministro italiano ed il Ministro degli Esteri francese Bidault, era posta in risalto la necessità di aprire un nuovo valico, seguito da un tronco viario, a bordo mare, fino a Ventimiglia.

    Nei primi giorni di dicembre del 1953, una Commissione italo-francese, durante un sopralluogo, per varare il progetto viario, ha dovuto inevitabilmente diversificare il nome del nuovo valico. Usufruendo semplicemente della tradizione francese, che riconosceva il duecentesco re-santo quale Ludovico, vennero logiche le conseguenze. Il valico nuovo venne chiamato Ponte San Ludovico, diversificandolo, pur mantenendo la simbiosi, dal vecchio e famoso Ponte San Luigi.

    Così, con una sola radice nominativa, si sono imposti i nomi a due importanti valichi di un medesimo itinerario stradale. Intanto l’attenzione popolare per i due santi in causa è andata diminuendo. La cappelletta dei Balzi Rossi è scomparsa in una privatizzazione ed il culto al santo volatilizzato.

NOTE:

1) Dal nome celto/galato “Alodwix”, deriva “Aloysio” latinizzato in Aloisius, significante “che è nella luce”, il quale è assimilabile a Loisio e Luigi, giacchè Aloisio, martire in Galizia, per antica tradizione è celebrato il 21 giugno, come Luigi Gonzaga, gesuita, figlio del marchese Ferdinando di Castiglione, morto nel 1591.

2) Le dette guardie sono in dentro da Confini, sul quale non si son poste, estendendosi questo nella spiaggia di Mentone al Vallone di Garravano e sino al principio del Canale della Rossa, tratto di quasi due miglia, la maggior parte in piano coltivato d’Alberi d’Olive e Limoni, che per custodirlo vi sarebbe. stata necessaria quantità di Rastelli, Corpi di guardia e molta gente, e difficile l’impedimento del Commercio con quelli di Mentone senza qualche cimento d’armi e disordine, atteso che tutto questo tratto di Paese, sino sotto la Barriera sudetta de Balzi Rossi chiamato Le Cuse, abenchè tutto dominio della Ser.ma Repubblica, viene posseduto dalli Uomini di Mentone, che vi anno Oliveti, Giardini e Vigne. Onde si per non agravare lo Popoli di tante guardie non essendone capace la poca gente di questo Commissariato, come per rendere più facile far guardar la Frontiera a tutti li passi, si sono ritirati in dietro ne scogli, che sono inaccessibili ad esclusione d’un piccolo sentiero che conduce alla Barriera. Anzi per rendere anche del tutto impraticabile la strada Romana che passa a riva del Màre alle Falde di detti scogli si è rotto il Ponte, che serviva in detta strada per communicazione da uno scoglio all’altro nella detta Piazza della Barriera due volte la Settimana si ricevono e profumano al di fuori li Pieghi di Nizza e Monaco, mentre si consegnano quelli di Genova per ricavarne publica Quitanza. A Ponente di detto Posto alle Falde de scogli ad una Capelletta di S. Luiggi nella spiaggia si fa consegna de comestibili, che provengono dal Stato di Genova per passare a Mentone. Questa, secondo il mio debole intendimento, si dovrebbe fare nella spiaggia di Latte, a motivo che resterebbero li Forestieri non solo sotto il calore di nostro guardie, ma anche sotto il tiro del Canone di Forte S. Paolo, e facile ad acorrervi prontamente soccorso de nostri Paesani per qualsisia accidente, o soperchieria; tutto al contrario colà senza ne meno per così dire il soccorso delle guardie de Balzi Rossi, perché fuori tiro del Fucile, e quasi da quelle non scoperti”.

3) All’epoca della Carta di Sanità genovese, una dedicazione a San Luigi Gonzaga non sarebbe stata ancora matura. Pur godendo ampiamente della gloria sugli altari, il suo culto era ancora molto limitato, nei confronti di quello verso l’amato re francese.

 

 

 L’Oratorio di Sant’Andrea, in Val Latte

                                                                                                                         di Nino Allaria Olivieri

    Infilata la strada che sale alle Sealze, percorsi un centinaio di metri e abbordate varie curve, una segnaletica indica che quel pugno di case abbarbicate sotto strada, sono le “case Sant’Andrea”, uno fra i vari abitativi che compongono la ridente e ricca frazione di Latte.

    Le “Case Sant’Andrea” si presentano sulle prime come una strana borgata, né civettuola, né sfarzosa, in cui la vita deve trascorrere laboriosa e serena; coltivi a mimosa, a ginestra, ad alberi da frutta si addossano all’abitato, mentre un costrutto antico fa capolino qua e là, quasi a sostegno dell’abitato, perché antica è l’origine come antica e giustificata è la sua nomenclatura.

    Qui un tempo, agli inizi del 1600, sorgeva un Oratorio, di ristretta capienza, dedicato al Santo del freddo, all’Apostolo e Martire Sant’Andrea; ideatori e costruttori furono gli Orengo e i Lanteri, proprietari delle terre coltive a limoni e a viti di bianco moscatello. La licenza a costruire rivolta al Vescovo Spinola e le ragioni addotte dall’Orengo e dai Lanteri giustificano la necessità dell’Oratorio «per dare alla nostra gente e affittavoli - si legge - un luogo di preghiera e di incontro alla domenica, essendo la chiesa cattedrale lontana e specie nei tempi piovosi e invernali».

    L’Oratorio sorse in contemporanea a quello dei San Bartolomeo alla foce del vallone di Latte e mentre dopo alcuni anni l’Oratorio privato degli Orengo. San Bartolomeo, per la capienza verrà dichiarato Chiesa Rettoria, quello di Sant’Andrea verrà posto alle dipendenze del Rettore di Latte, che una volta all’anno vi celebrerà la santa messa.

    Si ricostruisce, per sommi capi, la storia dell’Oratorio con la rilettura delle visite pastorali della metà del 1600 e del 1700 e dei decreti e delle disposizioni vescovili. In un elenco datato al 15 marzo dell’anno 1556 si accenna all’Oratorio Campestre sottoposto alla dipendenza del Parroco della Cattedrale e di una tassa decimale di pertinenza al Capitolo.

    Nell’anno 1557, il Vescovo Galbiati “dimorante nella Torre di Latte, rimessosi dalla malattia che gli premeva il petto e lo rese molto indebolito” si reca in Visita agli Oratori in Latte; nella relazione non è fatta menzione alcuna dell’Oratorio di Sant’Andrea. Nel 1695 il prete Ioachino, segretario incaricato, relaziona al Galbiati di aver visitato l’Oratorio e nel 1704 lo stesso dopo avere effettuato attenta visita stende per il Vescovo Ambrogio Spinola una dettagliata relazione sulle precarie condizioni della Cappella.

    Dalle ingiunzioni che ne consegue si evince e della capienza del costrutto, delle suppellettili e della allegra amministrazione.

«Ordiniamo a fare un telaio nuovo - si legge - con sua tela alla mezzaluna sopra la porta; che si dia il battume al pavimento; che vi si ponga un confessionario: ingiungiamo al procuratore dell’oratorio che si faccia quanto è dovuto in tutto il mese d’agosto prossimo, ossia al giorno di San Bartolomeo e se passato il tempo l’Oratorio avrà l’interdetto».

    Le ingiunzioni sono rivolte al Rettore di San Bartolomeo cui spettava la cura spirituale; è presumibile che i capi famiglia della zona si siano accollata ogni riparazione per sottrarre all’Interdetto alla Cappella.

    Tuttavia inizia un lungo periodo di silenzio attorno alla vita dell’Oratorio; se ne tace nelle visite del Vescovo Mascardi (1715-1731) del Vescovo Bacigaluppi (1732-1740) e forse gli abitanti della comarca gravitarono sulla Rettoria di San Bartolomeo.

    L’Oratorio fu abbandonato e così ebbe inizio il degrado. Nel 1756 il vescovo Giustiniani per rialzare la sorte della fatiscente Cappella invia l’Eremita. Pasqualino Novara di Isolabona. a porvi dimora e impone che le questue solite da lui farsi in tutta la Diocesi per la conservazione della cappella della terra del Vescovo in Latte, siano devolute ed impiegate alla ricostruzione del vetusto Oratorio, titolato a Sant’Andrea.

    «Nel possibile e con dovuta prudenza correrai ai più impellenti bisogni; a mane e a mezzodì e a sera suonerai la campana per la preghiera; reciterai il Rosario e ogni domenica, fatta lettura del Vangelo, dirai la dottrina cristiana».

Fu una ripresa apparente: l’Eremita fu ligio agli impegni; dotò la cappella di candelieri, di tovaglie e di una bella icona in legno raffigurante il titolare. Il 4 luglio 1763 il buon eremita cessava di vivere in Latte nel romitorio affiancato all’Oratorio per una broncopolmonite e con lui anche la Cappella iniziò il lento disfarsi e l’ingloriosa scomparsa.

    Per la storia è ammissibile fare ricorso a giustificate ricerche ragionate per individuarne l’ubicazione poiché da osservazioni a vista è impossibile indicare un men che minimo reperto di costrutto religioso.

    Se sorgeva fra l’agglomerato abitativo nel corso delle consistenti ristrutturazioni venne inglobato ed adibito a vano abitativo oppure ad uso agricolo; come è ipotizzabile che le pietre d’angolo e ogni altro pietrisco venissero impiegate nelle erezioni dei muri a secco. Ultima ipotesi è che la Cappella sorgesse a pochi passi sopra l’abitato sulla strada pedonale che immetteva con percorso in cresta ai vari abitati delle Sealze e che in atto di rifacimento del percorso ne venisse can­cellato ogni traccia …

    Queste ed altre possono essere le ipotesi, sta di fatto che un gruppo di case resta a ricordare di un tempo passato e di un luogo di preghiera.

    Una tradizione, suffragata da brevi accenni, riportati dal Gaziello nella sua storia di Saorgio vuole che l’Oratorio agli inizi del 1600 venisse eretto da alcuni pastori di Saorgio in transumanza invernale con i loro greggi nel Vallone di Latte e dedicato al Santo, protettore della Congrega dei pastori saorgini. Per la storia riferiamo l’unico accenno di difficile interpretazione: «scendevano in Latte ove avevano dedicato un pilone al loro protettore».

    L’accenno è quanto mai sibillino poiché “il Pilone o U Pilon” in gergo dell’alta val Roia, stava ad indicare un piccolo costrutto devozionale, per lo più eretto all’incrocio di una strada o ad un passo montano.

LA VOCE INTEMELIA  anno LVIII  n. 2  - febbraio 2003