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Selezione da "VENTIMIGLIA e dintorni - Guida illustrata, storica, artistica, amministrativa, commerciale e industriale",

edita nella raccolta "Nuova Italia" - Torino - 1922

V E N T I M I G L I A

VAL ROIA E NERVIA NEL 1929

Bassa Val Bevera

BEVERA - Antico e ridente paesello a 4 km. da Ventimigla con 244 abitanti, che ebbe l’onore di chiamarsi comune durante il breve corso dli vita che ebbe la Repubbica Ligure. Magnifica vista sulle valli del Roia e della Bevera. Poco discosto si presenta il villaggio di

VARASE - già antica grangia dei Banedettini, che vi lasciarono a testimone del loro soggiorno la vetusta cappella dedicata alla natività della Vergine, Km. 9 da Ventimiglia. Abitanti 109.

SAN PANCRAZIO - Ameno villaggio a km. 9 da Ventimiglia, sulla carrozzabile che conduce a Torri, con 448 abitanti diviso in due sestieri dal torrente Bevera: San Pancrazio, propriamente detto, e Calvo.

TORRI - A km. 7 da Ventimiglia, con 553 abitanti: è la terra più popolata di questa vallata, con territorio fertile aggregato di olivi, vigne o limoni.

    Soprastà a Torri il ridente villaggio di VILLATELLA (203 abit.) ricco di acque e di ubertoso terreno. Km. 12 da Ventimiglia.

 

OLIVETTA SAN MICHELE

    Lat. 43,52’1/2 Long, OR  4.56, Altitud. m. 292 sul livello del mare. Diocesi di Ventimiglia. La popolazione di questo Comune ascende a 1858 abitanti, comprese la Frazioni: Libri, Piena e Bussaré. Olivetta dista da Ventimiglia km. 18 1/2 circa, ed ha una strada carrozzabile che dipartendosi da San Michele, dalla nazionale conduce a quell’ameno paesello. Questa strada è lunga km. 3 circa. Bella la parrocchiale di S. Marco, di antica costruzione, e a una sola navata. Vi sorgeva anticamente un castello creduto inespugnabile per la situazione inaccessibile.

CENNI STORICI - Apparteneva in addietro alla Francia e fu uno di quei paesi ceduti a Casa Savoia pel trattato del 14 marzo 1760. Innanzi al 1800 reggevasi con le proprie leggi sotto l’alto dominio della Repubblica di Genova.

UOMINI ILLUSTRI - Si onora della cospicua famiglia dei Durand La Penna che vi ebbe giurisdizione con titolo marchionale. Un membro di esso fu ispettore generale della R. Marineria francese ed un altro comandante militare di Entreveaux in Francia.

    A 4 km. da Olivetta trovasi il confine francese. La prima città al di là del confine è SOSPELLO, soggiorno di molti villeggianti all’estate, per le splendide e molteplici passeggiate che offre, sia su strada mulattiera che carrozzabile. Sospello dista 12 km. dalla stazione estiva di Mulinetto.

 

Val Roia

AIROLE

    Lat. 4332’ Long., 4,54’ Alt. 157 metri sul livello del mare. Comune di 1705 abitanti, compresa la Frazione di Collabassa. Dista da Ventimiglia km. 13 ed ha una bellissima strada carozzabile. Stazione ferroviaria. Siede in una conca formata dall’allargamento di due bracci di monte che corrono lungo la valle del Roia. Bella la parrocchiale dei SS. Giacomo e Filippo, grazioso pure un celebre Santuario della Madonna della Neve. Nella canonica esiste una magnifica libreria, lasciata in eredità alla chiesa dal defunto prevosto Borfiga. In questa biblioteca vi sono dei trattati di diritto canonico e civile di gran pregio. Ampia e bella piazza e dilettevole passeggio pubblico con sotto il Roia.

CENNI STORICI - Fu fondato verso il 1340 in un pascolo appartenente ai Benedettini di San Dalmazzo ed acquistato per 1500 fiorini dalla città di Ventimiglia la quale mandò una piccola colonia di 13 famiglie con obbligo di pagare il Tresenno o la decima sul vino e sui fichi. La feracità del terreno fece si che la popolazione si andasse, in progresso di tempo, moltiplicando, finché nel 1793 Airole fu eretto in Comune.

PRODOTTI - Uve, olive, cereali, ortaglie ed agrumi. Trote nel Roia.

 

 

TENDA

    Diocesi di Ventimiglia, da cui dista km.47. Abitanti 3114. Dista da Cuneo Km. 45. Superficie ettari 19.762. Alt. 818 m. sul livello del mare. A greco di Nizza marittima, sulla destra del Roia. Stazione estiva. Comprende le frazioni: Granile, San Dalmazzo. Corsi d’acqua: Rio Freddo e Biogna, affluente del Roia ed altri piccoli corsi.

OPERE D’ARTE - Alle due estremità del Borgo sono degne di nota le porte «Lombarda e Nizzarda», entrambe a sesto acuto, massicce, di una certa eleganza, già munite di saracinesca e ponte levatoio, fatidici residui della cinta medioevale. Caratteristica è la piazza Trabe, con un portale dell’antica Curia, e non meno interessante la piazza Ponte, già centro di palazzi comitali, la via Cotta, con la casa Serratore ove vuolsi nascesse il poeta Cotta (1668-1738), e i palazzi Caisotti e Robione con vestigia del XVI secolo e, qua e là, architravi e portali in pietra verdognola con scolture, iscrizioni, scudi gentilizi; monogrammi e simboli. In piazza Ponte son notevoli avanzi del palazzo abitato dai Lascaris prima ancora che fosse eretto il Castello; vi si entrava per tre porte su di una delle quali tuttora esistente leggesi la iscrizione: «Non habemus hic civitatem permanentem sed futuram inquirimus ... 1599. L. C. Lascaris». Il Castello dei Conti di Tenda, famoso indi per le tristi vicende della sventurata Beatrice Lascaris, si elevava in capo al Borgo, dominando maestoso e ferrigno la vallata del Roia. Allorquando al principio del 1692, Nizza cadde in potere dei francesi, «le Chevalier de la Fare» per vendicarsi delle rappresaglie e batoste inflittegli dai Piemontesi, ordinò che il vetusto Castello fosse abbatttuto dagli stessi Tendaschi: al rifiuto sdegnoso dei quali provvidero i minatori delle truppe francesi, che nel maggio di detto anno diedero piena esecuzione al draconiano ordine del loro capitano. Del Castello avito più nulla rimase, salvo poche rovine di una muraglia tuttora esistente e il mozzicone di un torrione nel quale con pessimo gusto venne eretta una torre con relativo orologio, culminante in tetto a piramide a base circolare. La Chiesa Parrocchiale di San Lazzaro, oggidì in rovina (fu consacrata il 18 ottobrre 1026). Sull’inizio del XVI secolo fu sostituita dalla attuale, mercé il generoso intervento del Conte G. Lascaris. Una iscrizione ne attribuisce la data al 1518. Degna di speciale menzione è la facciata principale, di stile lombardo e tutta a marmi di quella valle eseguita nel 1583. L’architrave è sostenuta da due colonne cui servono di piedestallo due leoni e su di esso stanno allineati i 12 Apostoli e il Salvatore. Sopra un cornicione, in un semicircolo, v’è la statua della Vergine, ai piedi della quale vi sono tre cenobiti in atto di pregare; alle estremità laterali dell’arco si vedono due santi con lunga barba e rivestiti di lunghi indumenti; poggiano una mano su un blasone sostenendolo. Alla piattaforma nel centro della quale si apre la porta principale della chiesa, vi si accede a mezzo di ampia gradinata, il che conferisce alla facciata un aspetto grandioso e di imponente eleganza. Se le statue che rappresentano il Salvatore e gli Apostoli sono di fattura alquanto rozza, il complesso architettonico è però di bello effetto. Intonato allo stile della chiesa è il massiccio campanile, alto 36 m.; robusta torre quadrata, deturpata nel 1822 da un rinzaffo a calce non ancora scancellato del tutto, terminante in pinnacolo ottogonale con l’estremità sferica rivestita di embrici a guisa di squame. Patria dei Lascaris e di Beatrice di Tenda.

PRODOTTI - Cereali, viti. Molti pascoli, legnami, piante farmaceutiche, grosso e minuto bestiame.

CAVE E MINIERE - Piombo, solforato argentifero, solfuro di piombo  a piccoli grani e lamine più o meno grandi, talora misto al solfuro o l’ossido di zinco, alle piriti di ferro e a rame piritoso. Cnais quarzoso, granito bogio e bianco, scisto tegolare violaceo; argilloso; marmo bigio, bordiglio, talco, ollare, ferro scistoso.

 

BRIGA

    Diocesi di Ventimiglia da cui dista Km. 63 e 6 da Tenda. Altitudine 756 sul livello del mare. Superficie di 16.091 ettari, con 3144 abitanti. In amena valle sulla sinistra del trorrente Levenza diviso in due dal rivo Secco. Frazioni: Morignolo, Realdo, Upega, Piaggia, Cameno e Carnino. L’antica sede dei Brigiani, il cui nome era inciso sul Trofeo di Augusto alla Turbia, è staziona estiva rinomata, grazie alla sua moderata altezza, alla vicinanza alla grande arteria di Valle Roia, alle magnifiche pinete e alle passeggiate ed escursioni di cui è centro. La sorgente da cui prese il nome il Santuario, sgorga ai piedi della terrazza su cui è costrutta la chiesa; sono caratteristiche la freschezza e l’intermittenza a periodi irregolari. A questo paese va assegnato un posto d’onore nello studio delle belle arti, sia per gli importanti affreschi di cui si adorna il Santuario di N. S. di Fontano, che per i vari quadri del Rinascimento che si ammirano nella chiesa Parrocchiale. Santuario piccolo, umile, romito ma pur ricco di fascino suggestivo già all’esterno; sopratutto per le condizioni dell’ambiente naturale: alpestre e raccolto. Come le primitive chiese cristiane è orientato. Verso la metà del XIV secolo godeva già grande venerazione. Un documento dell’Archivio Municipale, colla data 17 novembre 1375, fa menzione di fra Gravino Berardo e di fra Gandolfo Belone, quali governatori ed amministratori di Santa Maria del Fontano di Briga. L’architettura dell’edificio andò soggetta, nel corso dei secoli, a varie modificazioni. L’affrescatura canavesiana (autore il prete Giovanni Canavesio) costituisse un prodotto eccellente dell’arte sullo squarcio del quattrocento, sia per la freschezza e la forza del colorito, sia per la grandiosità dello sfondo, sia per Io schietto realismo col quale è generalmente colta l’atteggiamento delle figure, per la vigoria di ritrattazione delle varie espressioni fisionomiche, per l’armonia e la naturalezza della composizione, perché ivi si sente la vita, si scorge il movimento. Sulle pareti di fronte all’entrata ammiriamo dieci stupendi quadri: La natività della Beata Vergine Maria - La Presentazione al Tempio   - Lo sposalizio della B.V. Maria - L’Annunciazione - La visita di Maria SS. ad Elisabetta - La Natività di Gesù Cristo - La Circoncisione - L’adorazione dei Tre Magi - La fuga nell’Egitto - La strage degli Innocenti - La presentazione di Gesù al tempio. Nella parete .laterale, dal lato dell’Epistola ammiriamo altri 14 quadri. Gesù entra coi suoi discepoli in Gerusalemme - Gesù consuma coi suoi discepoli l’ultima cena - Gesù lava i piedi ai discepoli - Giuda pattuisce Gesù per trenta monete d’argento - Gesù presi con se tre dei suoi discepoli pregava nell’orto, e li trovò che dormivano - Giuda con un bacio, consegna Gesù nella mani dei Giudei - I Giudei conducono Gesù al Pontefice Anna - Gesù è condotto a Caifa - Gesù legato ad una colonna è flagellato dai giudei - Pietro apostrofato da una portinaia rinnega Gesù - I Giudei conducono Gesù nel pretorio di Pilato accusandolo come malfattore - Gesù è percosso e sputacchiato dai giudei - Gesù rimandato ad Erode - Gesù bendato, coperto di manto rosso. è percosso con canne. Sulla parete laterale dal lato del Vangelo altri 12 quadri: Gesù è coronato di spine - Pilato mostra ai giudici Gesù nuovamente flagellato, ed essi gridano ancora più forte: «sia crocifisso !» - Giuda, getta le 30 monete d’argento nel tempio e va ad appicarsi. Quale appendice al quadro precedente è questo di «Giuda Scariota». Figura come composizione isolata inquantoché è l’unico, tra tutti gli affreschi delle pareti laterali, che non s’a numerato. Come ogni altro affresco canavesiano in quella chiesuola, reca al basso la leggenda in caratteri gotici: incorniciato da una fascetta bianca compresa fra due fascette più strette e colorate. Sotto la fascetta del lato inferiore compare una iscrizione che ci da il nome dell’autore e la data del compimento del lavoro pittorico (1492) , nonché quella dei restauri apportati al medesimo (4 ottobre 1583). La ben nota tradizione ci riferisce che Giuda Scariota si è impiccato ad un albero. Il lembo angusto di paesaggio, che in questo affresco si scorge solo in lontananza e come sottostante riproduce un’aperta campagna radamente alberata, avente per sfondo un erto e brillio monticello coronato sulla vetta da un boschetto, verso il centro del quale si innalza una costruzione in muratura. Fra il corpo del suicida ed il tronco dell’albero dal quale esso corpo pende, si trova interposto un basso muro regolarmente fatto di mattoni rossi stendentisi per tutta la lunghezza dell’affresco. La scena dell’impiccagione è completa: il Canavesio la coglie, con nota schiettamente realistica, sta pure esagerata, sulla faccia del suo Giuda impiccato. Il gioco minimo e ritratto violentissimo: l’artista si è occupato di ritrarre la faccia dell’apostata come contratta in una smorta orrenda. Evidentemente, collo scopo di ridestare nel riguardante particolare impressione di ribrezzo e di repulsione. La statura alta, una magrezza generale: i piedi piuttosto piccoli; ma grandi sono le mani, dalle dita lunghissime, espressione somatica della grifagna rapacità. La testa con parecchie stigmati di indole schiettamente degenerativa. Ma ciò che colpisce potentemente l’occhio dell’osservatore in quella figura è uno squarcio longitudinale e mediano il quale interessa a tutto spessore un buon tratto della parete anteriore del torace e dell’addome: fra la cavità toracica e quella addominale fuoriesce una parte dei visceri. Nello sfondo dell’apertura si scorgono i polmoni. Dalla piccola curvatura dello stomaco fuoriesce a sinistra e si dirige in alto una bianca figurina umana, ignuda, dagli organi sessuali maschili. A sinistra del corpo di Giuda spicca poi una strana bestiaccia, evidentemente quadrumane: animale fantastico, pauroso e terribile secondo il concetto canavesiano, che sembra compiere propriamente e con una carta forza, la estrazione della figurina stessa dalla cavità gastrica ! Ma il particolare effetto suggestivo dell’opera deve veramente aver voluto accentuare il sacerdote pittore, ponendo la morte di Giuda ad immediato confronto, per cosi dire, colla morte del Redentore, che viene espressa in parecchi quadri. «II Giudizio Universale» ricorda il soggetto analogo dell’Orcagna nel Camposanto di Pisa. La «Vita della Vergine» occupa 12 scene, e la «Passione» 24 scomparti regolari, notevoli fra questi, per la concezione grandiosa, la «Crocifissione» da noi riprodotta in tavola separata. Vi è moto e vita in questi quadri: ogni personaggio viene raffigurato come la storia Io insegna, ogni suo gesto risponde alla parte che rappresenta, così che lo spettatore non ha bisogno di spiegazione ulteriore. Nessuno per certo supererà il Canavesio nel rappresentare il Giuda appiccato: quella orrida contorsione della sua faccia in cui si confonde l’orrore del tradimento e lo spasimo della morte per lo strangolamento, non sarà facilmente dimenticata dallo spettatore che siasi soffermato dinanzi a quel corpo penzolante. E se il Canavesio si rilevò maestro nel rappresentare situazioni orrendamente tragiche, quivi seppe altresì addimostrarsi geniale pittore nelle situazioni gentili e patetiche. Alla Nostra Signora del Fontano tocca quindi la sorte nella quale generalmente sono incorsi gli antichi santuari e le chiese con decorazione muraria: varie scuole pittoriche di epoche diverse vi sono rappresentate e anche vi si sovrappongono agli affreschi e nella decorazione del Santuario gli eruditi in arte sanno distinguere cinque periodi. Al primo periodo appartengono le decorazioni anteriori al Canavesio; al secondo gli affreschi del Canavesio; al terzo i restauri degli affreschi canavesiani (compiuti un secolo dopo da pennello poco esperto); al quarto gli affreschi della cappella esterna (recanti la data del 1618, nei quali è autore Claudio Alberti); al quinto gli affreschi e la decorazione della volta, eseguiti verso il 1750 dal sacerdote Gaetano Buffi.

PRODOTTI - Foreste, piante medicinali, miele ricercatissimo e lane gregge.

CAVE - Cave di marmi molto pregiati ma non attivate.

CORSI D’ACQUA - Fontana d’acqua intermittente alle falde di enorme balzo, presso il Santuario.

 

Le incisioni preistoriche delle Alpi Marittime

    Magnifica quella regione che si estende dal Colle dei Sabbioni ai passo del Trem, e dal Colle di La Fous alla Miniera di Vallauria. Le Meraviglie ! Nome sotto il quale sono comunemente conosciute  queste incisioni rupestri. E si osservano ivi solo a quell’altezza tra i 2000 e i 2600 metri sul livello del mare: incise sulla superficie di rocce durissime. Caratteristiche delle Alpi Majittime ci furono date dal Gioffredo,. lo storiografo nizzardo del secolo XVII. Più tardi il Foderé, Boggridge, Rivière e il Celosia, furono i primi che le ammirarono e le descrissero. In ambiente severo e suggestivo in Valle Fontanalba presso Tenda, circondato dal Mombego, dalla Cima del Diavolo e Santa Maria abbiamo ravvisato i più mirabili di segni preistorici. Sono dieci, cento, migliaia, di più o men belle figure conservate, più o meno grandi, costituite da tanti piccoli incavi vicini l’un l’altro e da solchi poco profondi che si seguono su tutte le balze, su tutte le balze, su tutte le rocce, raffiguranti armi, uomini in vari atteggiamenti, e buoi, e cose strane che non si sa più cosa siano, ma che potrebbero chiamarsi insetti, scorpioni, rane, reti da fieno, utensili varii, ecc.  Non si stacca l’occhio da qualche strana figura che altra più strana lo colpisce: non si chiude la bocca ad esclamazione che altra giù erompe dal petto. è tutta una serie di curiosi disegni sormontati da due lunghe appendici ricurve, serpeggianti. A prima vista non si può capire cosa rappresentino, ma si tratta di teste di cane, corpi di bue visti dall’alto. E buoi accoppiati all’aratro, ed altrove ancora buoi  con aratro guidato da un uomo, od anche attaccati ad un arpice. E strane armi a forma di cuneo o pugnali, incastrati ad angolo retto in cima ed un lungo bastone, o daghe sospese alla loro cintura, o reti da fieno, o grandi rettangoli fiancheggiati da 4 sporgenze che fanno pensare ad una pelle di animale distesa al sole per essiccare. E con queste figure geometriche, e circoli e talvolta croci o disegni curiosi che si direbbero rudimentali carte topografiche ....  Lo strano è che questi uomini, animali, oggetti ed edifici sono disegnati come fossero veduti dall’alto. Esistono figure circolari, quadrate, rettangolari ecc., ora riempite di singolari punti, che indicano forse il numero dei capi di bestiame, appartenente allo scultore primitivo. Di solito, le antichissime figurano da 10 a 15 cm. fino a 30 e 40 e talvolta sino a un metro, ma non sono rare quelle più grandi che raggiungono due e persino tre metri. Altre invece sono così minuscole da misurare appena 1 cm. di larghezza su 1 e 1/2 di lunghezza: ma più egregiamente eseguite, forse con punta incidente molto dura e molto acuta, con probabilità un cristallo di quarzo. Ci sorprende particolarmente la straordinaria frequenza delle teste cornute. Hanno, forse qualche significato simbolico ?  Possiamo ammetterlo: chi esse costituiscono almeno il 50 % di tutte le figure, e quivi sono rappresentate in tutte le dimensioni, in tutte le forme possibili. E vi scorgono lunghe corna che sono tracciate fino a 1 m. e più: una testa alta 10 cm., misura corna lunghe 3 metri ! Anche in quell’epoca avevano somma importanza le corna. Il dotto Clarence Bicknell e sir Edward E. Berry, due gentiluomini inglesi che per oltre 20 anni studiarono indefessamente l’interessante argomento, chiariscono che quelle corna costituiscono ben altrettanti scongiuri, o rappresentano altrettante invocazioni agli spiriti benefici per la salute del bestiame. Tanto più lunghe forse erano quelle corna, tanto più intense erano le preghiere, tanto più gravi i pericoli da scongiurare ! .... Basta pensare, al culto che le corna hanno avuto ed hanno in tutti i paesi meridionali, costituendo anche oggi efficacissimi amuleti  contro Ia iettatura. Lo spirito umano non muta col susseguirsi dei secoli: cambia nome ai suoi sentimenti, ma la sostanza resta inalterata ed inalterabile !  E alle incisioni rupestri di Valle Fontanalba si aggiungono quelle del fondo della Valle dell’Inferno e del Vallone delle Meraviglie. Si trovano anche in Valle Vallauretta e, come abbiamo detto, in Valmasca e Col Sabbione e fino sui dirupati fianchi del Mombego, nome curioso che deriva da Békkos, dio dell’agricoltura, adorato dagli antichissimi liguri. Popolo civile quello che ha tracciato simili disegni ! Lo addimostrano l’aratro e l’erpice molto bene eseguiti e sopratutto la immensa quantità di bovini ivi rappresentati e predominati particolarmente in Val Fontanalba, lo provano le molteplici armi che eccellono in Val  Meraviglie: in tutto simili a quelle che si scoprono nelle stazioni o nelle tombe dell’età del bronzo. Si può fissarne la data di esecuzione almeno a 1000 -1500 anni avanti Cristo e forse anteriormente. Le incisioni preistoriche di Val Fontanalba si estendono su una superficie di 9 kilometri quadrati ,in quella delle Meraviglie circa 20, senza contare l’area occupata nella Vallauretta, Valmasca e via, via, sino al Col Sabbione. è impossibile precisare quante siano le figure. Il Bicknell ed il Berry che le hanno calcolate ad una ad una, ne contano almeno tredicimila in Fontanalba, da due a tremila in Vallauretta, 5000 circa nel bacino delle Meraviglie, 7000 nelle adiacenze. Chi scolpì quelle figure ? Chi avrà avuto interesse e pazienza di rappresentare un numero così grande, e sovente figure complicate, scolpendole nella dura roccia in cui si trovano ?  Furono popolazioni del luogo che si sbizzarrirono in tal modo, dedicandosi all’arte ? O furono pastori che salendo lassù coi loro armenti cercavano una distrazione scolpendo con altri sassi il duro sasso ? O trattasi di popoli chiamati colà da un sentimento religioso a compiere riti, scongiuri ed invocazioni ? è facile intuire che anche all’epoca del bronzo le alte regioni di Fontanalba e delle Meraviglie non potevano essere abitabili, come lo sono ora. E qualora già vi fossero state abitazioni le figure si sarebbero addensate in certi punti anziché egualmente diffuse sulle immense superfici rocciose. Ne si può attribuire opera di tanta entità a pastori, che avrebbero mostrato tanta maestria, ne si sarebbero inerpicati sulle rocce più scoscese e più lontane da loro armenti. E secondo il parere di Clerence Bicknell, di Arturo Issel, di Piero Barocelli e di Carlo Fedele Savio, tutti questi disegni devono essere altrettanti simboli di carattere religioso. Devono attribuirsi ad invocazioni agli alti spiriti a difesa del bestiame, della proprietà e delle persone care. Respingo l’idea che siano documenti di compra e vendita. Comunque, trattasi di disegni che la gente antica è venuta a tracciare lassù partendo da valli sottostanti o da lontane regioni. L’Issel asserisce che la regione fosse meta di pellegrinaggi che venivano sin dalla lontana valle del Rodano. Le superstiziose popolazioni di quelle epoche remote avranno cominciato a recarsi lassù per pregare gli dei onnipotenti e affidar loro la custodia dei propri beni. E scolpivano sotto forma di corna, di uomini o di armi la loro invocazione: solo ammettendo questo sentimento religioso possiamo chiarire il numero stragrande delle figure, le eccezionali dimensioni, le ornamentazioni curiose, una minuziosa cura nell’esecuzione, in luoghi più appartati e dirupati, e più sovente pericolosi. Solo un sentimento religioso può averli fatti indugiare nell’ingrato e antiestetico lavoro di scolpire colla punta di qualche cristallo di quarzo, o con una punta di metallo abbastanza duro, la più dura roccia su cui si recavano. In Val Fontanalba predominano come abbiamo detto le teste cornute, gli uomini che guidano aratri o porgano armi, e recinti per bestiame e villaggi; in quella delle Meraviglie, invece, colle teste cornute predominano le armi e le figure a guisa di labirinti; in Vallauretta mancano del tutto le teste, le armi e gli uomini e non si hanno che. figure più o meno geometriche. Non potremmo ivi ravvisare simboli di correnti di popolo differenti per abitudini ? O altrimenti, che la gente attribuisse ad una valle un potere, ad un’altra un altro, (e conseguentemente compiesse invocazioni ed eseguisse figure diverse) Come accade ora a noi, secondo le tradizioni di popolo, assecondando le pratiche religiose in riti diversi gli uni dagli altri.

 

VALNERVIA  PITTORESCA

    L’amena e popolosa valle del Nervia, che limpida scorre da tramontana a mezzodì, nell’estrema Liguria occidentale, e poco lungi dal fiume Roia,  a levante di Ventimiglia, ed a pochi chilometri dalla meravigliosa litoranea detta «La Cornice» presenta innumeri opere d’arte degne di essere efficacemente illustrata non solo ai frequenti e colti escursionisti indigeni e stranieri, ma agli stessi conterranei !

 

CAMPOROSSO

    Lat. 43,49. Long. 4.49. Alt 15 m.. Dista da Ventimiglia chilometri 4,500. Popolazione 1864 abitanti. Una tradizione vuole che derivi il suo nome dalla grande quantità di oleandri (Nerium Oleander) che naturalmente crescono nel greto della fiumana. è ricordato in carte del XII secolo per quanto la romita chiesuola di San Pietro, ora annessa al Cimitero, accenni ad epoca ben più antica. A 3 Km. in mezzo ad oliveti ed a orti al confluente del torrente Cantarana, e sulla falda d’uno dei bellissimi colli che gli fanno corona a foggia di vago anfiteatro, in piano, si adagia. La chiesa di San Marco, ora parrocchiale, presenta varie opere egregie. Risale al 23 settembre 1505, come appare in atto del notaro Giovanni Ballauco, ma, le pitture  sono anteriori, e vi furono trasportate dalla primitiva di San Pietro. Quivi ammirasi un quadro  su legno, di fattura tanto diversa dai quadri esistenti lungo la Riviera, che si diceva di scuola estera. L’Alizieri lo attribuiva a Corrado d’Alemagna, è opera del 1433, Lorenzo Reghezza riuscì a dimostrare che il quadro è di Cristoforo de’ Moretti da Cremona. Misura m. 2 di altezza per 1 di larghezza ed è diviso in due sezioni, l’inferiore alta  m. 1,40, la superiore cm. 60 e ciascuna parte ha tre scomparti. Quello di mezzo della sezione inferiore, il più ampio ha il fondo di oro, e rappresenta la Madonna seduta sopra un seggiolone a braccioli di stile gotico. è vestita di gonna rossa con manto nero che dagli omeri piegandosi alle ginocchia discende sino ai piedi, con le chiome sparse sopra la spalla sinistra, tenendo la testa alquanto volta a destra. Fra le dita della mano sinistra, piegata quasi orizzontalmente verso in seno, tiene un fiore ,e poco sotto, posato sui ginocchi un libro aperto in cui si legge intero il salmo «Eructavit cor meum verbum bonum»; mentre colla destra stringe al petto il Bambino che, ritto in piedi, le sta sull’altro ginocchio. Il Bambino veste una semplice gonnellina bianca contornata da piccolo ricamo all’estremità ed allo sparato e per vezzo gli pende dal collo, attaccato ad un cordoncino, un pezzo di corallo rosso, con cui è legato per un piede un cardellino, e colla sinistra lo stringe altresì per un’ala, e lo ferma sul sinistro omero della madre; il cardellino, come indispettito, avendo l’altra ala spiegata, si rivolta a beccargli il dito medio della mano sinistra. Il Bambino in atto scherzevole e grazioso, sembra un poco risentito e pauroso per la beccata dell’uccello, motivo per cui si ripiega un poco indietro colla vita, ma nel contempo si mostra lieto e perseverante del gioco. La grazia e l’espressione tanto della Madonna che del Bambino sono meravigliose. Lo scomparto a destra contiene la figura di un santo (alcuni opinano San Luigi Re di Francia, altri San Giorgio) ritto in piedi, con breve tunica color verde chiaro, con gambe vestite di sole calze, con piccolo cappello nero e schiacciato sulla testa, colla sinistra mano sull’elsa della spada, che tiene ritta accosto alla vita, colla punta al suolo infissa, e avente la destra appoggiata dal rovescio sulla sinistra, e semiaperta facendo con l’indice disteso atto di accennare ad un piccolo quadro che pende in alto della parete, e in cui si ravvisano in letto due persone che vi sembrano state uccise, poiché dalla gola d’entrambi si vede colare il sangue. Ai piedi di detto Santo vedesi un personaggio, in atto di pregare,  probabilmente l’ordinatore del quadro. Nell’altro scomparto a sinistra è raffigurato in piedi San Bernardo, con tunica rossa, berretto cardinalizio, collo scapolare bianco, con mezzetta color verde chiaro sulla spalla. Tiene un libro chiuso colla sinistra ripiegata in su, e accosto al fianco, avente una catenella di ferro alla quale è legato per ambo le mani un grosso ed orrido demone spaurito, raffigurante l’eresia. Il fondo di questi due scomparti è verde scuro. Nella sezione superiore vi sono tre scomparti con mezze artisti che figure. In quello di mezzo è rappresentato l’«Ecce Homo»,  con intorno i diversi strumenti della divina passione; e in quello di destra v’è dipinto l’arcangelo Gabriele con in mano un giglio, con una specie di piviale color d’oro sulle spalle, e le ali, in alto di annunziare il gran mistero dell’incarnazione del Verbo Divino, è in quello a sinistra la Vergine Annunziata, con veste rossa, manto nero, capelli sparsi sugli omeri, mani giunte in atto di preghiera, e con libro aperto sopra un genoflessorio ov’è inginocchiata, libro in cui si legge: Diripuisti vincula mea, tibi (sacrificabo hostiam laudis, ecc.  Anche questa Madonna è un vero modello di compunzione. Tutte le figure di questa tavola hanno carnagione bianca assai, capelli biondi, cose che dinotano secondo l’Alizeri ma erroneamente, la nazione a cui apparteneva il loro autore. Esse hanno l’aureola in oro. Ogni scomparto poi è fregiato di una cornice dorata che termina a semicerchio. Al basso dello scomparto di mezzo della sezione superiore sporge in fuori una specie di terrazzo con balaustre in legno dorato, con due angeli in legno dorato ai due capi e che serve nel contempo anche di grazioso baldacchino, per comparto sottostante. Particolare curioso: sulla porticina in rame del tabernacolo v’è la immagine del Redentore in quella guisa che rappresentar si suole Cristo Risorto, con la destra in atto di benedire ed avente nella sua sinistra appoggiata al petto la bandiera con la croce, ma il Salvatore è rappresentato in «giovanile età». Parrebbe piuttosto in Gesù Bambino anziché «Cristo Risorto». Delle due altre tavole egregie, la maggiore di m. 5,15 di altezza per 3,25 di larghezza, va divisa in 13 scomparti. Un atto del 29 gennaio 1531 ne afferma autore il pittore nicese Stefano Adrechi. Quattro scomparti formano il corpo di mezzo, due più grandi che contengono ai lati le due figure quasi al naturale degli apostoli, Pietro e Paolo; e due piccoli colle due mezze figure di San Stefano e San Lorenzo, con in mezzo il vuoto di una cornice di nicchia incavata nel muro in cui stava collocata a sedere sopra una sedia, una statua in legno rappresentante San Marco evangelista, titolare della Chiesa. Detta statua al presente si ammira posta nella nicchia in fondo al coro, sotto la quale si legge la iscrizione: «Pax tibi. Marce, Evangelista meus». Il piccolo leone che l’evangelista ha ai suoi piedi è di rara bellezza. Cinque scomparti poi sono alla base, tre dei quali alquanto più ampi che rappresentano Cristo deposto dalla croce, Maria Addolorata, e i dodici Apostoli coi loro emblemi, mentre due piccoli scomparti all’estremità portano dipinti nel loro proprio costume San Giovanni e San Giorgio, patroni della Repubblica Genovese. E quello di mezzo, in cui sono figurati Cristo deposto, Maria Addolorata e San Giovanni, il discepolo diletto, che sorregge nelle braccia il Signore; è quadro meraviglioso; d’ottimo effetto la tristezza nei volti di Maria e Giovanni. Presso l’antico presbitero ammiransi dipinti in ottimo riquadro, Gesù Cristo col globo nella sinistra e la destra in atto di benedire; avente ai lati i simboli dei quattro Evangelisti. La parte superiore ha tre riquadri, In mezzo vi è la Madonna, seduta in riva al Giordano, col Bambino in braccio, e col piccolo Battista inginocchiato ai suoi piedi, le mani giunte e gli occhi rivolti al Pargoletto, che di pari effetto lo ricambia. è opera assai pregevole. Dei due laterali, è dipinto in uno l’arcangelo Gabriele annunziante, e nell’altro Maria SS. Annunziata. Gli scomparti sono separati da colonnine intagliate e da piccole lesene dipinte con graziosi rabeschi in campo d’oro. La tavola minore ha sei riquadri: tre più ampi nella sezione inferiore; e tre più piccoli, nella superiore. Quel di mezzo, del basso, rappresenta San Sebastiano legato all’albero, coperto di frecce, con a lati soldati Mauritani vestiti di rosso, armati di arco, con turcasso al fianco, in atto di guardia. Apprezzatissima la figura del martire. Negli scomparti laterali sono dipinti San Giovanni e Sant’Antonio. I tre riquadri della parte superiore rappresentano: quei di mezzo un Crocefisso colle figure in piedi della Madonna e di San Giovanni; e gli altri due San Crispino e San Bernardo. Nel suo totale questa tavola misura m. 2 di altezza per 1,30 di larghezza. La data è affermata del 1514.

    La Chiesa di San Pietro, a circa mezzo chilometro dall’abitato, era la primitiva Parrocchiale, e risale ad epoca assai remota. Dopo il romano acquedotto del Seborrino che portava le acque alla vetusta Intimilium, è questo il monumento più antico della regione nervina. Fù dedicata ai SS. Apostoli Pietro e Paolo dai primi abitatori di Camporosso. Dalla conformazione e dalla costruzione della torre campanaria, che sorge presso al presbiterio in forma quadrata e dalle piccole finestre, si deduce che è opera dei padri Benedettini. E questa costruzione sembra senza fallo anteriore al secolo X; altri vorrebbero farla risalire sino al tempo dei Longobardi. Restaurata nel 1664 e nel 1816, più non si officia che per cappella mortuaria formando un corpo solo con l’attuale Cimitero. Aveva affreschi, che furono barbaramente coperti di intonaco. Stupende tele, della scuola dal Van Dyck e di Corrado d’Allemagna, furono in seguito trasportate altrove e per estranei lidi. Del castello di Camporosso non resta più traccia. Presso il paese sorge il colle di San Giacomo d’onde s’inizia una linea militare che sorge fino a Mondovì, su la quale avvennero fatti d’arme nel 1788, fra gli Austro-Sardi ed i Francesi.

UOMINI ILLUSTRI

    Camporosso ha dato i natali a Filippo Aicardi che stampò in Genova nel 1654 «La scuola della salute», pregevole opera destinata aI cardinale Durazzo; al medico Angelo Macarì, membro di varie Accademie e autore di pregiate pubblicazioni del XVIII secolo.

    Nacque pure quivi il prof. D. Bartolomeo Gibelli, autore di un «Metodo per le versioni della lingua Italiana e latina, e il Padre Alberto Gibelli di lui degno nipote potè, abate generale dell’Ordine Camaldolese, autore di erudite monografie sopra l’antichissima chiesa abbaziale de’ SS. Andrea e Gregorio; sul monte Celio a Roma.

Il Padre Santo

    Il venerabile frate Francesco da Camporosso (nato il 27 dicembre 1804 e battezzato col nome di Giovanni impostogli dal padre Anselmo Croese) portava al Creatore la sua purissima anima nel pomeriggio del 17 settembre 1866. La sua virtù, la sua modestia di frate cercatore, la sua prudenza e temperanza una nobiltà innata nell’esercizio della sua modesta mansione la facevano appellare vivente il «Padre Santo» ed il suo arrivo ne’ fondachi del Portofranco di Genova e nelle calate del Porto era salutato dai rudi lavoratori ogni mattina con rispettosa e simpatica accoglienza. Chiedendo l’obolo per la Chiesa aveva pane, consiglio, conforti per ogni sconsolato e per ogni derelitto. La santità della vita di cenobita austero ne accrebbe oggi la nomea di Santo. Anton Giulio Barrili, scriveva di Lui al dimani della sua dipartita: «è morto il laico Cappuccino Fra Francesco detto il Padre Santo .... Ci piace di dire come a tutti i devoti che a lui ricorrevano per consigli, fosse nota la bontà di cuore, la mansuetudine, l’umiltà, la rettitudine di quel buon frate e siamo persuasi che molti ne piangeranno la perdita».

 

DOLCEACQUA

    Popolazione del Mandamento 13.451 abitanti  - Popolazione del Comune: 4.331  - Lat. 43.51, Long. 4’50’, Alt. 59 m. Dista da Ventimiglia Km. 7,200. Dolceacqua trae il suo nome da diversi ruscelli d’acqua dolce, e da quella della Nervia. Portate da più condotti, fanno rigirare diversi mulini d’olio, e ricadono spumeggianti nell’arenoso suo letto. Queste acque, da ogni lato luccicanti e cadenti, conferiscono freschezza e vaghezza al paese, cui fanno romantico le torri, il fossaggio del ponte levatoio del massiccio suo castello, con le mura diroccate solo in parte, ed ammantate di piante selvatiche, parassite, sassifraghe. Già capitale del Marchesato omonimo, è ora capoluogo di mandamento sotto la Diocesi di Ventimiglia. L’antichità di Dolceacqua è notevole, come provano vari cimeli scoperti .nel suo territorio; per esempio una moneta d’oro che sembra coniata nel terzo secolo ed un’altra d’argento di età pur molto remota. Altre monete e tombe vetuste furono trovate nei monti circonvicini. Memorie dei Liguri Eburiati si trovano al primo irrompere delle armi romane nella valle del Nervia: antiche iscrizioni ed oggetti vari quivi rinvenuti nel 1786 attestavano pure la presenza della romana gente. E Dussaga fu tra i primi «vici» che alzarono pure sacri edifici, elevati al culto cristiano nella nostra, contrada tosto che, nel 353, Martino vescovo di Tours, si faceva banditore della luce evangelica nella regione degli Intemelii. La valle di Nervia non andò indi immune dagli assalti .improvvisi di quella gente crudele dalla armatura di cuoio; terrore del Mediterraneo: i Saraceni. Ma la vera istoria non si apre in bella luce che allo spuntare dell’XI secolo, quando appaiono i Conti di Ventimiglia feudatari, fra gli altri luoghi di Dulzagana (Dulzaga, Douzaga) e incominciano nel 1177, le contese tra gli abitanti di quelle terre ed il loro signore. Degno di particolare menzione è il documento che ci resta: il trattato di pace del 1185 tra Ottone II dei Conti di Ventimiglia, e Gandolfo Cassolo, console del Comune. Colla costituzione dei Comuni, la signoria dei Conti di Ventimiglia riceve gravissimo colpo e finalmente sparisce; altri feudatari succedono, fra cui su una metà di Dolceacqua, per acquisto fattone Lanfranco Bulborino, il noto ammiraglio genovese, che fu sconfitto a Trapani nel 1256. Dolceacqua si pone nel 1253 sotto la protezione di Genova: altri comuni della valle fanno altrettanto e si redigono Statuti in proprio. Nel 1270 dagli eredi del Bolborino e da altri proprietari comperava il feudo di Dolceacqua e dei luoghi limitrofi Oberto D’Oria, il futuro vincitore alla Meloria e da lui ebbe origine quel ramo dei marchesi di Dolceacqua, che ancor oggi si conserva. Come successore di Oberto nei feudi di val Nervia fu il figlio di lui Raffo, e non Andriolo, che fu invece erede del feudo di San Remo. Le guerre civili tra Guelfi e Ghibellini, quivi i D’Oria e i Grimaldi, partigiani di re Roberto, funestarono la regione; finché Imperiale D’Oria approfittando delle strettezze in cui si trovavano i Comuni della valle, si fece «Signore assoluto» (1349), abbattendo ogni libertà, e trattando con estremo rigore quelli che osarono ribellarsi. Allorché Nizza si diede alla Casa di Savoia anche il Comune di Pigna ne seguì le sorti, e divenne sede di un castellano sabaudo (1388); di qui lunghe contese tra i nuovi sudditi della Casa Sabauda e i D’Oria, spesso composte per mediazione, finché nel 1524, Bartolomeo D’Oria, messo al bando dall’impero per aver assassinato lo zio Luciano Grimaldi, signore di Monaco, si fece vassallo di Carlo III di Savoia. Per vendicare l’offesa Agostino Grimaldi sì impadroniva dei feudi tutti di Val di Nervia, e li sottometteva al suo dominio, e poco dopo riuscito ad avere nelle sue mani l’assassino, lo fece processare e condannare a morte. La fortuna di Andrea D’Oria, divenuto arbitro delle sorti di Genova, giovò anche ai parenti del ramo di Dolceacqua; per opera sua furono scacciati i Grimaldi e fu ristabilita l’antica indipendenza del feudo. Nel passare che, nel 1579, fece Oneglia sotto il dominio di Casa Savoia, venne pure compreso il territorio di Dolceacqua. Scoppiata la guerra tra Genova e Carlo Emanuele I (1625) i D’Oria che di mal animo riconoscevano la loro soggezione alla Casa di Savoia, (conseguenza del patto di vassallaggio fatto da Bartolomeo a Carlo III) parteciparono per Genova: ne seguì una breve guerra dopo la quale Carlo Emanuele si fece vendere da Carlo D’Oria tutti i feudi. Ma avendo poi rifiutato di firmare l’atto, egli fu trattato come ribelle, i feudi furono occupati, finché nel 1652 il successore di Carlo, Francesco D’Oria, fece la sua .sottomissione e n’ebbe in compenso il titolo marchionale. Le pittoresche rovine del castello non rievocano più ormai che un periodo di storia dell’umanità tramontato, un passato che non potrebbe più tornare. Il Castello dei D’Oria forma un parallelepipedo massiccio, contornato a tre angoli da torricelle, rotonda l’una, quadrate e incoronate a bertesca le altre; grandiosa costruzione, ora vertente in rovina, che si deve assegnare al secolo XIII quando i castelli divennero ad un tempo dimora e difesa dei signorotti. - Fra uno stretto piazzale, guarnito di spingarde, ed il portone d’ingresso, intercedeva un profondo fosso, sopra il quale stava sospeso il ponte levatoio che dava accesso al castello. Fu demolito verso la metà del secolo XVIII. Nella parte opposta al paese oltre i pregevoli ed artistici avanzi del verziere dei D’Oria ed i moderni edifici per industrie locali, ammirasi l’antica chiesa di San Giorgio, ora annessa al Cimitero. La sua volta, formata di travature in legno dipinto, la cripta sotterranea dove dormono alcuni Signori del luogo, il banchetto in materia che gira intorno alle mura, la nudità, l’abbandono ed il silenzio in cui si trova ora il sacro edificio, imprimono un senso di malinconia. E si pensa, che divenne recapito di trapassati, un luogo che già fu convegno di vivi ribelli !

OPERE D’ARTE

    Resta a Dolceacqua, importante come opera d’arte, un solo quadro del rinascimento nella cappella campestre di San Martino. è in uno stato di soddisfacente conservazione ed è in tre reparti. Nel centro v’e la maschia figura di San Martino, con alla destra Santa Barbara, ed alla sinistra Sant’Agata; in alto, nel mezzo, una Pietà, a destra San Giovanni Battista, a sinistra San Marco; e nei colonnati, tre santi da ogni parte. Questo quadro ed in particolar modo le figure di Santa Barbara e Sant’Agata, nonché il San Giovanni ed i Santi del colonnato ci ricordano lo stile di Lodovico Brea, ma non vi è iscrizione alcuna che possa identificarne l’autore. Fuori del paese, sopra un’altura, sono i ruderi di un’antica rocca detta Avello. Ivi sorgeva anche un Convento di Agostiniani scalzi ed una chiesa detta di Santa Maria della Muta.

ISTITUTI DI BENEFICENZA

    Per la solerte iniziativa del reverendissimo canonico cav. Bartolomeo Tornatore, Dolceacqua vanta un ottimo Ricovero-ospedale, dedicato a San Giuseppe. Dal 1901 ai di nostri nobilissima è l’ascesa di tale istituzione benefica. Ne è amministratore disinteressato l’emerito fondatore e ne è direttore sanitario il dottor prof. Moro cav.uff. Giuseppe.

UOMINI ILLUSTRI

    Videro la luce a Dolceacqua: Enrichetto (1444), Imperiale (1553) e Stefano Doria (1850), rinomati capitani; il Padre Basilio, (degli Agostinlani Scalzi, morto in concetto di santità (1654); D. Bernardino Barberis, laureato in ambe leggi, incaricato di affari di Federico IV alla Corte Pontificia ove coprì con plauso cariche assai difficili; lasciò pregevoli manoscritti (1663); Tornatore Alessandro, archiatra di Vittorio Amedeo II (1695); Maccario D. Giuseppe, Vicario generale e scrittore (1696); Pier Vincenzo Mela, che introdusse par primo in patria, nel 1717, l’utilissima  invenzione della lavatura delle sanse; operazione che accrebbe di non poco la produzione dell’olio; Origo P. Federico della Congregazione dell’Indice e Abate mitrato in Roma (1865); il P Giovanni Mauro, autore di opere ascetiche e fondatore dell’Asilo Infantile (1888), e il P. Gio. Battista Tornatore, sacerdote della Missione e autore di opere teologiche morto nel 1895, e del Padre Alberto Barberis, il dotto fodatore del periodico teologico-filosofico «Divus Thomas», per la diffusione delle dottrine tomistiche.

 

ISOLABONA

    Sulla riva sinistra della Nervia, al confluente del rio Merdanzo, sta adagiato in lieve pendio il paese di Isolabona, comunello di 1105 abitanti,  che già nel 1287 si era fuso insieme col finitimo Apricale, con cui visse però in continue discordie. Conserva i ruderi dell’antico castello feudale dei D’Orla: vi si vede una fontana in pietra scolpita che reca la data del 1485; e la Chiesa di Santa Maria Maddalena che, rilevata dalla pievana di Santa Maria di Apricale, veniva eretta in parrocchia nel 1641 e per cui cantava il lieto avvenimento in distici latini il poeta laureato triorese Giov. Battista Faraldi. Dell’antico Santuario di Nostra Donna delle Grazie, fregiato di un albero genealogico dei re di Giuda, attribuito al pennello di Michelangelo Cambiaso, parla un’iscrizione postavi da chi ne face il restauro.

UOMINI ILLUSTRI

    Sono nativi di Isolabona, il notare Lorenzo Borfiga, Luogotenente dell’Uditore del Marchesato, che nel 1686 compilò una pregevolissima raccolta di documenti e Giov. Antonio Cane, autore di un fascicolo di Memorie dell’Antichità del suo paese natio.

PRODOTTI

    Olive, uva, cereali, legnami, fiori. Sorgenti d’acqua solforosa; cartiera (lavoro sospeso).

 

APRICALE

    Lat. 44,52 1/2 Long. 4,47’, Altitud. m. 274. Dista di Ventimiglia km. 17. La popolazione di questo paese ascende a 2161 abitanti. - Antichissimo Comune, disteso sopra un poggio elevato, sopra il quale torreggiava nei secoli passati il castello. Le memorie di questo Comune, di nome evidente latino, da apricus, si perdono nell’antichità dei tempi, e tracce medioevali si riscontrano ancora nei ruderi di torri del castello feudale o nelle tre porte a sesto acuto, che chiudevano la cittadella, e nelle quali esistono cardini di pietra benissimo conservati. Sopra uno di essi si riscontra chiaramente incisa la leggenda: Famae Ubique 1171 - Sfuggiti, nel 1267 gli Apricalesi agli artigli dei conti di Ventimiglia, dovettero poco dopo (3 Gennaio 1287) ricadere sotto il non meno ferreo dominio dei D’Oria signori di Dolceacqua. Il castello, demolito dal vescovo Agostino Grimaldi nel 1523, è ridotto in parte, ad abitazione privata. La antica Chiesa Parrocchiale dedicata a Santa Maria Alba, posta alla basa del paese, decorata di curiosi affreschi, con a fianco una piccola sorgente di acqua che dicesi miracolosa, venne abbandonata nel XVII secolo, essendo del 5 marzo 1586 il decreto vescovile che autorizzava la.erezione di quella al presente ufficiata e in cui si ammirano magnifiche pitture. Per gli stranieri che amano il pittoresco Apricale è interessante a vedersi. Da Apricale si può attraversare a piedi la valle e seguendo una ottima strada mulattiera si può salire a Perinaldo in meno di un’ora e mezzo.

 

CASTELVITTORIO

    Lat. 43,56’ 1/2 Long. 4,46’, Altitud. m. 451. Dista km. 23 da Ventimiglia. Popolazione 1634 abitanti i quali sono dediti esclusivamente all’agricoltura. Da Pigna, passando sul ponte di «Lagopigo», celebre per la pace giuratavi fra Guelfi e Ghibellini l’anno 1365; seguendo la strada mulattiera che attraversa un folto di oliveti, in 20 minuti si g:unge a quest’ultimo comune della valle. Chiamavasi anticamente Castello di Dho, e la prima memoria che se ne ha è del 10 ottobre 1927 nell’atto di vendita che i consoli Oberto Richelmo, Guglielmo Balbo e Oberto Bavarello fanno ad capostipite degli Orengo. Il Castello di Dho, col luogo di Triora e metà di Arma e Bussana, venivano venduti nel 1260 da Bonifacio, Conte di Ventimiglia, al cognato Janella avvocato, e questi nel seguente anno alienava tutti quei luoghi al Comune di Genova. Prese successivamente il nome di Castelfranco, nel 1282, per essere stato liberato da Oberto D’Oria dall’annua prestazione dei diritti di spalla, focaccia e della quantità di avena, a cui erano tenuti detti abitanti sotto il governo dei conti di Ventimiglia, quando il podestà di Triora colà si recava. Ebbe fortissima rocca, ora destinata a privata abitazione, e già munita di quattro torri, delle quali restano poche vestigia.

    L’antica chiesa, dedicata alla Vergine Assunta, deturpata da chi voleva renderne moderno l’antico, presenta incastrati nella facciata tronchi di colonne e conserva avanzi di vecchie iscrizioni; ma da più secoli, per trovarsi assai fuori dell’abitato, ai piedi del poggio sopra cui si innalza il paese, ha perduto le prerogative di parrocchia, che sono passate alla chiesa di Santo Stetano. Industrie: Mulini e frantoi. Gli abitanti sono anche dediti alla pastorizia ed esportano pelli e lane in quantità limitate. Prodotti: Il territorio, che non è troppo fertile, ed è di difficilissima coltivazione produce olio d’oliva, castagne, vini, frumento, legumi e frutta.

 

PIGNA

     A km. 20 circa da Ventimiglia, Latitud. 43,56’, Long. 4,47’, Alt. 310 metri. Abitanti 2821 compresa la frazione di Buggio. Così seduta in mezzo ad una chiostra di monti e rinomata per le abbondevoli pasture, fa sorgere ovvio alla nostra mente il pensiero che attingesse il suo nome dai numerosi fìtti boschi di pino, come certo deriva alla caratteristica vicina frazione di Buggio il nome dal buxvs, albero coltivato con cura nella foresta dai Galli. Un altro campanile scaccato di pietra bigia e bianca, colla freccia piramidale si eleva fra mezzo ad un mucchio di case annerite dagli anni e chi pone piede in questa terra, sente alcunché di selvaggiamente robusto e si accorse che il Medio Evo rivive in quelle mura e col suo aspetto e con parte delle sue usanze. Le mura sono state smantellate; e considerevoli ruderi avanzano, traccia del poderoso castello già dei Conti di Ventimiglia e che Amedeo VIII, Duca di Savoia, trovava rovinato nel divenirne signore. Gli architravi delle porte e delle finestre, talune fissate per l’intermezzo di esili colonnine, sotto di una pietra bigia, scura, rassomigliante all’ardesia, che conferisce a render triste l’aspetto delle vecchie case. Splendido monumento d’arte è la parrocchiale dedicata a San Michele, eretta da due illustri «antelami» genovesi (1450), come lo attesta l’iscrizione che, divisa in due parti venne incisa ai due lati del grand’occhio tondo conformato da rosoni bianchi, che sorge sulla porta maggiore con vetri colorati, e in cui sono tratteggiati gli Apostoli coll’Agnello pasquale al centro. Questo bello e solido edificio diviso in tra navate, sorrette da colonne di pietra bigia, dai cui capitelli spiccano archi a sesto acuto, era fornito di una vasta cripta, che si convertì in luogo di sepoltura nel seicento. Davvero stupenda è poi l’ancona dell’altaltar maggiore ricoprente la più gran parte dell’abside; Giovanni Canavesio diede quivi le maggiori prove della sua operosità e abilità artistica; grande ancona su tavola a fondo nero, divisa in 36 scomparsi, distinti tra loro da due arcate poggianti su colonnine e adorne le principali, da eleganti baldacchini intagliati a trasforo e sporgenti. Il centro del quadro è occupato dalla rappresentazione dell’arcangelo San Michele, patrono del paese e titolare della chiesa. Superiormente a queste è la SS. Trinità; lateralmente a destra, le figure di San Lorenzo, San Pietro, San Agostino, San Gregorio e due sante; a sinistra, San Giovanni Battista, Santo Stefano, San Gerolamo, e tre altri santi, e sante. La base è ripartita in 5 rappresentazioni: nella centrale, Gesù sorgente a metà corpo dal sepolcro, fra la Madonna e San Giovanni; a destra la Natalità e la Circoncisione; a sinistra, l’Epifania e la strage degli Innocenti. L’estremità inferiore del quadro è divisa in 13 riparti: in quello di mezzo è la figura del Salvatore, nei laterali quella dei 12 Apostoli. Fiancheggiano il quadro due lesene, con 4 figure di Santi e Sante per parte. Tutte le decorazioni in rilievo sono dorate, come pure gli orlati delle vesti delle figure principali. è lavoro pregevolissimo, così pel magistero dell’arte, come per la finezza dell’esecuzione. Ne è l’autore Giovanni Canavesio da Pinerolo, prete, e risale al 1482. Nella Sancta Santorum sono rappresentati i principali protettori di Pigna: lungo le pareti vi sono i principali fatti della Passione di Cristo la sua sepoltura, la Risurrezione ed i quattro nuovissimi, cioè la Risurrezione dei morti; il Giudizio universale, il Paradiso e l’Inferno. Nella volta sono dipinti i 4 Dottori della Chiesa, di due dei quali leggonsi distintamente i nomi di S. Gregorio e S. Ambrogio ed i Quattro Evangelisti, cioè S. Giovanni, S. Luca, S. Matteo e S. Marco, coi loro rispettivi emblemi; l’aquila, il bue, l’angelo ed il leone. Merita pure un cenno il Santuario della Vergine detta di «Passescio», le cui prime memorie risalgono al 1300, allora prebenda canonicale: vi si conservano due pregevoli tele, l’Annunciata e la Deposizione della Croce, attribuita la prima a Carlo Maratta, ma inespertamente restaurata nel 1736; decorò la chiesa di affreschi, nel 1832, il pittore Toselli da Cuneo.

UOMINI ILLUSTRI

    Pigna si onora di aver dati i nativi al uno dei primi esploratori dell’Egitto (1557), Pellegrino Brocardo, ai pittori P. Domenico Emanuele Macarì (1522) e Pellegrino Broccardo, governatore del Castello di Rivoli (1650), a Fra Giuseppe Sicardi arcivescovo di Porto Torres (1702) e Fra Gian Battista arcivescovo di Buenos Aires (1701) fratelli; a Carlo Casanova arcivescovo di Sassari (1751), ed all’insigne archeologo Carlo Fea (2 febbraio 1753 - 18 marzo 1834). Interessante fra l’altro la dotta sua dissertazione: «Sulle rovine di Roma», che occupò a Roma il posto di Bibliotecario del principe Chigi.

 

VALLECROSIA

    Tornati su la strada della Cornice e continuatala sino al torrente Vallecrosia, risalendo a nord la strada che lo fiancheggia, troviamo su la sua sinistra, quasi in piano, (45 m.) il paese che dal torrente medesimo prende nome, e i campi dei Piani di Vallecrosia, quella borgatella, in costante sviluppo che popola appunto la Cornice e la foce del detto corso d’acqua. Lat. 43.48’ Long. 4. 48.  A 3 Km.da Ventimiglia. Forma un Comune di 3096 abitanti. Narra la tradizione che allorquando venne distrutta Intimilium, la gens Apronia cercò rifugio in Vallecrosia e che nel suo seno della valle, in mezzo ad ulivi e a pini sorsero come per incanto molte casuccie Gli Apronii, nello svolgersi dei secoli, tramutarono il loro casato in Aprosio si portarono ad abitare in Ventimiglia, verso il 1400 furono aggregati alla nobiltà Ventimigliese e Genovese, e diversi salirono alla celebrità. In nome di Vallecrosia da «Valecreuse», termine provenzale che significa «valle stretta e profonda»; dal quale è venuta Vallecreusa, come tutt’ora chiamasi in dialetto genovese, e in seguito Vallecrosa e poi Vallecrosia.

    Anticamente formava parte del capitanato di Ventimiglia, da cui se ne separò in seguito alle liti insorte tra Ventimiglia e le ville di essa, che erano i luoghi di Bordighera, Camporosso, Vallecrosia, San Biagio, Soldano, Borghetto, Vallebona e Sasso. La sentenza ed il lodo per la separazione dei predetti luoghi vennero pubblicate il 21 agosto 1695 da Bartolomeo De Rustici, detto arbitro delle parti litiganti. Nelle sue adiacente gli Austro-Sardi posero il quartiere d’inverno dell’asssedio di Ventimiglia nel 1740.

    Opere d’arte: Vallecrosia possiede due parrocchie e 4 bellissime ed antichissime chiese: San Bernardo, nella quale nel 1143 predicò il Santo omonimo; Sant’Antonio abate (molto bella, consacrata da mons. Bacigalupo nel 1737; la facciata è tuttavia di più recente costruzione, e data dal 1784); Santa Crescenza, e quella dell’0ratorio di N. S. Assunta. Cinque antiche torri, state costrutte per ripararsi dai Saraceni, appaiono ancora più o meno convertite in case rustiche o fienili.

    Prodotti: Cereali, agrumi, uva, altra frutta, ortaggi e sopratutto fiori. Industrie: II vino e l’olio, che si smerciano a Ventimiglia ed altrove costituiscono coi fiori e la distillazione dei profumi la maggiore ricchezza del paese. Non possiamo passare sotto silenzio il magnifico stabilimento di biscotteria, torrone, caramelle e cioccolatto del sig. Gibelli Ettore, che è il primo ed unico stabilimento dal genere che sia completo in Liguria occidentale e che, a buon diritto, forma l’orgoglio di Vallecrosia. Il piano Vallecrosino è una specie di Valle di Tanipe, ricco di selve  di ulivi e di deliziosi boschetti d’aranci e di arbusti di tutte le varietà; un vero Eldorado, un Eden di fiori d’ogni maniera: rose, violette, garofani e narcisi che profumano l’aere di mille soavi fragranze.

    Vi troneggia, maestoso e superbo, il veramente grandioso Stabilimento Italo-Francese - Profumi e Prodotti Chimici -. La Direzione Generale tecnica ed amministrativa è attualmente affidata al chiarissimo e ben noto Comm. Prof. Guido Rovesti, coadiuvato dal figlio Dr. Paolo, che valente chimico, di indiscussa fama, nulla tralascia perché questa industria assurga sempre più a quell’apice grandioso e radioso a cui ha ben diritto di aspirare. Bisogna convenire che una della coltivazioni intensive più importanti che s’è fatta strada nella rivalorizzazione dei terreni incolti o ex olivati, è indubbiamente quella delle piante da profumeria. Ciò è dovuto all’opera indefessa che, da anni, va spiegando il gruppo di organizzatori, che sta raccogliendo ora i primi frutti, dopo lotte, fatiche ed ostacoli d’ogni genere, specialmente costituiti dalla diffidenza ligure per le cose nuove e dai primi tentativi d’assaggio per la acclimatazione delle culture razionali delle varie piante. Visitando lo stabilimento, fulcro su cui s’appoggia tutto il coefficiente enorme di questo lavoro di ricostruzione, non solo regionale, ma nazionale, mi sono potuto fare un’idea della grandiosità dell’opera svolta e di quella che si sta svolgendo, in quanto esaminando il centro stesso da cui partono ed a cui convergono le materie prime grezze e lavorate, le svariate messi di raccolto ed i vari raccolti di elaborazione chimico-fisica, ho avuto esattamente la condizione migliore di giudizio e di sereno commento.

    Si ammirano sale di distillazione, magnifiche, completamente attrezzate per lavorazioni intensive, sale di estrazione dei profumi più delicati col mezzo dei solventi volatili e col processo di grossi e di «enfluerage». Un altro processo applicabile all’estrazione del profumo dei fiori delicati è l’enfleurage a freddo ed a caldo, quest’ultimo viene fatto in apposite bacinelle scaldate a bagnomaria, ed in cui sono posti del del grasso neutro bianco e dei fiori da trattare; il grasso s’impadronisce del profumo dei fiori, viene spremuto e trattato poi con alcool come per le concrete, e da questo alcool ricco in principi odorosi si ha così l’assoluta efficienza.

    In tutte queste lavorazione la tecnica da seguirsi è delicatissima riguardo alla perfetta uscita delle stesse in quanto dipende dalla speciale natura delle materie prime, ma quando un oculato laboratorio chimico sorveglia continuamente - come pratica quello della S.I.F. - sull’andamento di ogni operazione e dei prodotti ottenuti, nessun timore è possibile sulla resa dei prodotti fabbricati. Altra bella opera ricostruttrice e benefica che in Vallecrosia porta ampiamente i suoi magnifichi frutti e che si collega agrariamente all’industria su descritta, è quella compiuta della S.A.D.A. (Società Anonima Distribuzione Acque) che ha il sommo merito di aver impiantato un colossale stabilimento sul Nervia per la fornitura dell’acqua salutare e preziosa a tante terre arse dal sole: di avere risolto il problema assillante dell’irrigazione mediante l’ardito progetto ideato dell’ing. Tresso Francesco.

    Pochi ignorano che la S.A.D.A - sorta or sono cinque anni a Bordighera, con l’intento di sopraelevare a impianti ultimati circa metri cubi 12000 giornalieri d’acqua del Nervia e distribuirla a scopo irriguo nelle importanti zone viciniori  - ha installato un modernissimo impianto nellla braia di Nervia. Esso si compone di tre pozzi artesiani a 37 metri di profondità nel letto del Torrente Nervia, ciascuno dei quali può dare oltre 1000 metri cubi al giorno senza abbassare il livello dell’acqua negli altri due: di tre pompe capaci di sollevare ciascuna venti litri al secondo a 360 metri, di un motore Diesel da 180 HP., di due serbatoi di 1100 metri cubi ciascuno, uno a Santa Croce (360 metri sul mare); di 6 km di condotta principale da 300 mm. colla portata di circa 700 mc. al giorno, e 20 km. di condotta secondaria per la distribuzione a Camporosso, San Biagio della Cima, Soldano, Vallecrosia, Borghetto San Nicolo, Vallebona, Bordighera e Sasso. L’impianto completo previsto comprenderà inoltre quanto prima: dieci pozzi come i precedenti, 6 pompe da 20 litri al secondo, e 2 motori Diesel: uno da 180 HP, ed uno da 500 HP., 5 serbatoi da 1000 e due serbatoi da 2000; 14 km. di condotta principale e circa 40 di condotte secondarie. L’officina di sopraelevamento è una magnificenza e da subito al visitatore l’idea del lavoro quotidiano immenso ch’essa compie; lavoro che si rivela dal battere ansimante dei poderosi pistoni, delle pompe, che si trasforma in ritmica eco che sembra dica tutto il ciclopico sforzo occorrente per alzare ad ogni secondo decine di litri d’acqua ad un’altezza di ben 360 metri, dove una squadra di operai Pignesi e Sambiagesi ha portato e collocato un cumulo di grossi tubi del peso alcuni di ben 1300 kg., compiendo una vera e propria opera romana.

    Vallecrosia è la cittadina più tranquilla d’Italia. Qui non si sentono discussioni politiche, non urla e gridi di facinorosi, non canti più o meno grossolani e urtanti la suscettibilità: tutti sono dediti al lavoro dei campi, e il riposo domenicale se lo prendono con dignità antica. E si deve a questa tranquillità la creazione di tanti collegi maschili e femminili francesi.  Sant’Anna, Santa Cecilia, San Carlo, ecc.  - e di quello magnifico di Santa Maria Ausiliatrice, che tutti gli anni da eccellenti risultati. Ciò è merito dei Reverendi Padri e delle Reverende Madri. Ben comprendono quanto sia grande la missione del maestro, la esercitano con l’anima lieta e fidente di un bene superiore ai beni terreni, fisso Io sguardo in un più elevato orizzonte, convinti che la via del sacrificio è la via di lotta nel silenzio.

    Fra i floricoltori che hanno una solida reputazione, i questi Piani Vallecrosini, primeggia per le sue produzione di garofani rinomati e ricercati, il Signor Antonio Deiana, ex maresciallo di P.S. in pensione, ed uno dei più facoltosi proprietari, poiché oltre alle magnifiche proprietà terriere che egli possiede in Vocabolo Vervone, al di là del Torrente, quasi tutta la immensa collina che presenta, così com’egli l’ha ridotta non badando a sacrifici finanziari, un superbo colpo d’occhio a chi l’osserva dalla strada provinciale che conduce a Perinaldo. Egli pure è proprietario di molte terre e case al quartiere «San Rocco» messe a vigna, a frutta e a fiori. Come fu provetto e zelante funzionario è oggi tenace e instancabile lavoratore. Egli non solo dirige con perizia i campestri lavori, ma quando occorre, lavora esso stesso la sua terra. Esempio, questo da imitare.

 

Cav. uff. MARIO APR0SIO

    Come ben scrisse Giuseppe Musso nel suo romanzo: «Cecilia», il nome degli Aprosio figura in molte pagine della storia e diversi salirono alla celebrità, sia nelle lettere, sia nelle scienze. Il Soprani ne’ suoi «Liguri Scrittori» fa menzione onorata dei tre più chiari, cioè a Paolo Agostino e Roberto, giureconsulti eccellentissimi, come ne fanno fede le opere da loro date alle stampe.

    Pure Tobia Aprosio s’impose col suo ingegno eletto al mondo, ma la gemma più bella degli «Aprosio» - gloria della letteratura, salito all’immortalità - fu Padre Angelico Aprosio, religioso dell’ordine Agostiniano.

    Sebbene alcuni degli Aprosio abitassero a Ventimiglia sino dal 1400, pure l’origine di questa famiglia viene da Vallecrosia, paese antichissimo, fra le gole dei monti, nel seno di una valle, i cui contorni danno l’impressione di essere in un giardino continuato: tutto si accosta allo sguardo - montagne coperte di pini, castelli diroccati, boschi di olivi, vigne, piantagioni di garofani e di mimose che oggi formano il principale commercio della popolazione vallecrosina. A Nord biancheggia San Biagio; più in alto si scorge Perinaldo; all’Est ed all’Ovest montagne che si ergono gigantesche quasi a picco; al Sud la vallata che si estende al mare, ingemmata, di nuove, linde, graziosissime case quasi tutte aventi ampie terre profumate dai garofani di rara bellezza che vi crescono rigogliosi, o messe a «Pescheti».

    Parecchi Aprosio vi hanno tuttora i loro poderi e le loro vetuste abitazioni: tra costoro, il signor Mario, che l’ebbe in retaggio da’ suoi cari avi. Il padre suo - vallecrosino puro sangue e valoroso volontario nella guerra per l’italica indipendenza, fu per molti anni a Genova, trattenutovi da’ propri affari e nella Superba venne alla luce il signor Mario il 17 Febbraio 1880. Sentendo ogni giorno più acuirsi la nostalgia per la lontananza dal natio loco, il vecchio genitore ritornò a Vallecrosia sua com’egli aveva il vezzo di dire - seguitevi da’ suoi cari. E vi morì, da tutti rimpianto. II signor Mario si stabilì quasi subito a Bordighera dove tuttora risiede in una casa di sua spettanza, in prossimità del passaggio a livello della ferrovia - via Vittorio Emanuele, a pochi metri dal Casinò Municipale.

    Conosciutissimo e stimatissimo, più da parecchi anni insignito della Croce al Merito agricolo di Francia prima, poi di quella d’Ufficiale della Corona d’Italia, onorificenze meritate per le rare doti di intelletto e di cuore da Lui possedute, e che ne fanno un modello gentiluomo perfetto e di benefattore modesto ma apprezzato. Egli ha coperto e copre, con zelo e costanza, importantissime per quanto onorifiche cariche, disinteres-satamente. Fu per ben quindici anni presidente della «Società esportatori di fiori» residente in Liguria, con sede a San Remo; presidente della Camera di Commercio di Porto Maurizio; membro della Commissione Nazionale per lo sviluppo della Floricoltura e dell’industria dei Profumi. è tecnico agricolo presso la Corte d’Appello di Genova; Delegato tecnico nazionale per la categoria Fiori, Foglie e Piante ornamentali; Presidente della Sezione Grossisti ed Esportatori di fiori che fa parte della Federazione Provinciale Fascista dei Commercianti; Membro del Consiglio Provinciale dell’Economia. Egli si è, con amore e pertinacia, interessato per l’incremento e sviluppo della floricoltura nelle più importanti regioni, propugnando e validamente sostenendo colla parola e con la penna i più importanti trattati di commercio colle diverse nazioni europee, riscuotendone la piena approvazione del patrio Governo. Continuamente operoso e senza fine caritatevole, amante del bene e del progresso vero dell’umanità, a questo egli ha costantemente informato il pensiero, la parola, l’esistenza.

    Come in un vasto giardino spuntano nel Maggio i fiori più odoranti, e vi germogliano svariatissime piante dai saporiti frutti, così nel suo animo grande crescono sempre più rigogliose le più svariata virtù. Fermo di carattere, tutto filantropia, da sua benignità non pur soccorre a chi dimanda, ma molte fiate liberalmente al dimandar precorre».

    E questa carità, questa beneficenza fa con quell’urbanità gentile e nascosa che non offende il povero beneficato, con quell’umiltà evangelica che vuole: La destra non sappia quel che fa la sinistra.

    Educato a tutte le domestiche e civili virtù, ha un culto per tutto ciò che gli sembra bello e giusto ed onesto. Nemico dei sottintesi e delle false posizioni, allorquando sposa una causa la propugna a visiera alzata, fascisticamente, con giovanile entusiasmo, con serietà di propositi. Sposo e padre di famiglia modello ha educato i suoi figli al sentimento del dovere, dell’onestà, dell’amore in Dio dalla fede incrollabile ne’ radiosi destini dell’Italia grande e gloriosa, a cui presiede ferrea volontà divinatrice e un genio: la volontà e il genio di Benito Mussolini.

 

L’Opera Salesiana a Vallecrosia

    Nel territorio di Vallecrosia, fin dal 1876 si è sviluppata l’Opera Salesiana colà voluta dalla stesso suo fondatore, il V. Don Bosco. Attualmente comprende: 1) La chiesa parrocchiale M. SS. Ausiliatrice. La Parrocchia abbraccia i Piani di Borghetto, Vallecrosia e Camporosso, con una popolazione di circa 3000 anime; è retta dai PP Salesiani, che hanno anche annessa alla medesima, una fiorente Scuola Elementare maschile, pubblica a sgravio, un Oratorio festivo con palestra e teatrino.  2) L’Istituto Femminile, diretto dalle Figlie di Maria SS. Ausiliatrice, anch’esse fondate quivi inviate dal V. Don Bosco. Questo Istituto posta in una delle più ridenti e salubri posizioni della regione, abbraccia opere svariatissime e tutte fiorenti: Asilo Infantile; Scuola Elementare femminile pubblica a sgravio; l’intero Corso Magistrale con parificazione agli Istituti Magistrali Governativi (applicazione dell’art. 51 approvato con R. D. 4 maggio 1925), Scuola di Metodo pure pareggiata, tipo questa di scuola che fu meritatamente definito «la formatrice della madre italiana» ; alla scuola è annesso un internato con vastissimi locali, cortili, sale di convegno, Teatrino, ecc.

    Le RR. Suore si occupano in favore della gioventù femminile in genere, tenendo Scuole di Lavoro e Oratorio Festivo, ed in particolare delle loro antiche allieve, con frequenti adunanze, che servono a continuare su di loro l’opera educativa dei loro primi anni, e le abituano a portare nel mondo, un riflesso dello spirito del V. Don Bosco, cui è animato del resto tutto questo meraviglioso complesso di istituzioni, che furono e sono un baluardo di Religione di sana e forte italianità, e la cui energia ha avuto radiosa espansione anche al di là dei confini della nostra Patria e sino nelle più lontane regioni del mondo.

    L’Unione «Uomini Cattolici» al Torrione di Vallecrosia, deve la sua rigogliosa esistenza alla ferrea volontà ed allo zelo del reverendo Don Mancini cav. Argeo, amato parroco della Chiesa Maria Ausiliatrice: essa conta un buon numero di soci e tende sempre a maggiormente svilupparsi con vera soddisfazione di tutti i Vallecrosini. Ne è amato e stimato presidente l’ottimo cav. De Bellat Felice ex capo stazione di Vallecrosia, pensionato, persona colta e gentile, eminentemente religioso, vice presidente il sig. Curti Antonio e segretario il ben amato e reputato cav. Biamonti Giuseppe, animato dai più bei propositi di incremento e vigore al Sodalizio tanto benemerito e che è nel suo cuore di cristiano puro.

    Il Collegio Saint-Charles. - II reputatatissimo Collegio francese fu fondato nel 1904 dai Frati Simon fondatori. Vanta oggi circa 300 alunni e ne è emerito rettore il R. F. Calixte. Ottimo, per non dire completo, sotto tutti i rapporti il materiale scolastico;. splendide le sale ed i gabinetti di fisica e chimica. Accoglie interni ed esterni anco per modicità dei prezzi. Istituzione di primo ordine e preparazione alle Università Francesi. è di ottima convenienza pure per i figli di Italiani che risiedono in Francia e che, nati in Francia, ivi intendono dedicarsi ad una professione liberale.

 

Istituto Femminile Valdese - Boyce Memorial Home

    Questo benemerito Istituto fu fondato il 10 aprile 1869 dalla distinta signora Luise A. Boyce, che Io mantenne fino alla sua morte avvenuta a Vallecrosia il 20 febbraio 1891. Lo lasciò senza patrimonio, per testamento, alla chiesa Valdese, che accettò l’eredità, fidando nella Provvidenza pel suo mantenimento e incaricando il pastore del luogo di assumerne la Direzione. Le scuole furono aperte nel 1869.

    Lo scopo dell’Istituto è di alloggiare, vestire ed educare bambine italiane appartenenti a famiglie bisognose, di preferenza orfane. Esse ricevono una buona educazione cristiana, imparano ad amare la loro Patria, e per mezzo delle scuole e di lavori manuali sono preparate a guadagnarsi un giorno onestamente il pane quotidiano. Il costo annuo per il mantenimento dell’Istituto è di circa settantamila lire, e il chiarissimo sig. Direttore, un bravo e simpatico uomo, tutto cuore, a cui è stata addossata la responsabilità finanziaria dell’opera, vi provvede per mezzo di contribuzioni volontarie. Le quote mensili delle alunne che pagano una somma nominale pel loro mantenimento, raggiungono a stento il quarto delle entrate.  Ma il caro Direttore, il Pastore prof. A. Comba, succeduto al Rev.do A. E. Tron ed al Pastore A. Billour, non dispera, nel Signore e nei cuori generosi.

 

SAN BIAGIO DELLA CIMA

    Lat. 43,59’, Long. 4,29. Trovasi sopra un’amena collina, rivolta a ponente di San Remo a 180 m. sul mare e a 7 km. da Bordighera, capoluogo di mandamento. Ridente, pittoresco paese è San Biagio della Cima, e conta una popolazione di bravissima gente in massima parte dedita ai faticosi lavori dei campi. Che il luogo fosse abitato ai tempi dei Romani è sicuro, documentandolo i referti archeologici dati da scavi occasionali in taluni poderi: ma non è sicuro che il luogo stesso sia da identificare con una romana Villa Martis dove si vuole sia nato l’imperatore Pertinace.

    La Chiesa è degna di essere visitata: venne architettata dal Notari nel 1777. Vuolsi sia sorta sulle rovine di un modesto oratorio. Essa ha sei vastte cappelle laterali e la grande, nel fondo, dove si officia e si trova l’Altar maggiore. Patrone ne è San Biagio, il martire vescovo di Sebaste in Armenia, che sotto Diocleziano, nel 320, soffrì nel modo più atroce, poiché, prima di decollarlo gli lacerarono le coste con pezzi di ferro Titolari ne sono «S. Fabiano e San Sebastiano».

    La statua del martire Sebastiano è opera superba del Maragliano. Degno pure di ammirazione è il monumento ai caduti per una più grande Italia e per la libertà dei popoli. Esso sorge sulla piazza Vittorio Veneto ed ha questa sintetica iscrizione: San Biagio della Cima / Riconoscente e memore / Ai Suoi Morti / Per la Patria / 1918. / Inaugurato 21 - 10 -1923.

PRODOTTI - Il territorio, bagnato dal torrente Verbone, produce agrumi, uve, olive e fiori. Specialità del paese è il vino bianco !

INDUSTRIE - Nelle annate in cui gli oliveti sono produttivi, tutta la popolazione trova il lavoro nella fabbricazione dell’olio.

UOMINI ILLUSTRI - Ebbe i natali in San Biagio il poeta Giuseppe Biamonti (1763-1824). Tanto progredì nel culto delle lettere che, divenuto maestro di greco a Vincenzo Monti e addimostrando il suo poetico ingegno nell’Addio a Boboli, nelle tragedie e Ifigenia in Tauride e Sofonisba, nel poema epico il Cimillo; fu reputato degno di professare italiana eloquenza dapprima nell’Università di Bologna e poscia in quella di Torino. Pur noti il suo Trattato dell’Elocuzione le Lettere di Polifilo e Panfilo. Tradusse la Iliade; Pindaro, la Poetica di Aristolete ed il libro di Giobbe; intervenne autorevole nella famosa disputa della lingua suscitata dal Monti e dal Perticari, facendosi paladino, egli ligure, dell’aurea toscanità. Ne ricorda i sommi ineriti una scultoria epigrafe così concepita: IN QUESTA CASA / NASCEVA / L’11 MAGGIO 1761 / L’ABATE GIUSEPPE BIAMONTI / ASTRO FULGIDISSIMO / DELLA CLASSICA / E ITALIANA LETTERATURA / TRAMONTATO IN MILANO / NELL’OTTOBRE DEL 1824 / IL PRONIPOTE CAV. BIAGIO BIAMONTI / A PERENNARE LA FAMA / INFERIORE AL MERITO ECCELSO.

    Eloquente oratore sacro fu suo fratello Francesco missionario che lasciò due volumi di prediche e panegirichi. Degni figli di San Biagio furono pure Maccario prof. don Giuseppe teologo e filologo insigne. Fu per oltre un ventennio direttore del R. Ginnasio di Ventimiglia.

    Francesco Maccari che fu professore di ostetrica prima dell’Ateneo di Modena e poscia in quello di Genova ove morìil 10 gennaio 1890. Fra i molti scritti lasciati, vi è un Compendio di ostetricia, ginecologia e pediatria, tradotto in francese e in tedesco.

    Paolo Biamonti, scultore, allievo dell’illustre Salvatore Revelli di Taggia. Concorse al monumento di Cavour e ne riportò meritato premio.

    Cav. Biagio Biamonti direttore delle carceri, scrisse vari volumi di agricoltura.

    Cav. Giuseppe Biamonti, che fu capo divisione del Ministero dell’Interno direzione generale delle carceri, il quale scrisse qualche volume in astronomia.

    La Banda Musicale di San Biagio della Cima deve la sua formazione al rinomato maestro di musica signor Giordano Giuseppe, passato nel numero dei più dopo una vita tutta di lavoro assiduo o di trionfi, riportati in diversi concorsi, dove i suoi allievi seppero fare rifulgere la bontà del metodo adottato dal loro beneamato direttore, per portarli a quella perfezione che ha dato alla Banda Musicale di San Biagio il primato su quelle della Riviera Ligure.

    Dopo la. morte del Giordano, fu capo musica il Signor Francesco Maccario, e questi volato a Dio, ne prese subito posto il Sig. Francesco Biamonti, posto che tuttora conserva con reputazione di provetto maestro. è sotto la sua direzione che la Banda Musicale di San Biagio è stata premiata a San Remo. Causa l’immatura perdita di un suo figlio dilettissimo, egli ha temporaneamente passata la direzione al sottocapo Banda Signor Luigi Biamonti, che è pur egli un musicista di indiscutibile valore. Ne è amato e stimato presidente il Signor Evaristo Maccario, che con zelo e amore se ne occupa e cerca di farla sempre più emergere e trionfare. La bandiera, prezioso dono del presidente, che con marziale fierezza porta l’araldo nelle grandi solennità, venne inaugurata nel 1913. è in seta artisticamente ricamata in oro. Ne fu padrino il compianto senatore Ernesto Marsaglia; madrina la distinta e benemerita signora Anna De-Medici in Migone. Nella vasta e bella sala, sede della Banda Musicale, troneggia il ritratto del Maestro Giordano, da noi già qui riprodotto, messavi per volere unanime dei musicanti, la di cui memoria è sempre ad essi cara, a perpetua ricordanza.

    Il Comune di San Biagio Cima, ebbe la fortuna di essere sempre bene amministrato, e non fu davvero colpa dei suoi provetti amministratori se non fu possibile portare a compimento i lavori progettati e ritenuti indispensabili e in linea edilizia e in quella dell’igiene: la causa devesi  attribuire alla penuria di danaro ed alla incomprensione di chi non volle sanzionare il prestito in lire Centotrentamila, indispensabile per far fronte alle spese necessarie all’uopo.

    Nicola Molinari bella, simpatica figura d’uomo e di galantuomo di quelli d’antico stampo, cittadino intemerato e patriota ardente, uomo amante dell’ordine e della legalità, ne è stato per lungo tempo Sindaco, poi Commissario prefettizio. Il Governo Nazionale lo invitò più volte ad assettare l’onorifica carica di Podestà, ma egli, per motivi famigliari, con vero rammarico si vide obbligato declinarne l’offerta. Fu allora, che la scelta cadde sul Ragioniere Sebastiano Biamonti, cassiere della Banca Agricola Succursale di Bordighera: potestariato che però fu di breve durata. San Biagio Cima non abbonda di uomini colti e al caso di disporre della cosa pubblica; pur non di meno se ne trovò uno dalle belle virtù di mente e di cuore, dalla volontà ferrea di rendersi utile alla città che lo vide nascere, zelante e scrupoloso nell’adempimento del proprio dovere.

    Il rag. Luigi Biamonti, reputato Cassiere della Banca Imperia in Bordighera. Egli in breve tempo si è acquistato il rispetto, la stima, la benevolenza di tutti i suoi cittadini e della popolazione di Soldano, da lui con tatto amministrata, la quale ha visto migliorare il paese in brevissimo tempo ed ha ottenuto tutto quello che da anni reclamava nell’interesse di tutti i cittadini, e che non avevano potuto ottenere da chi era in dovere di esaudirla.

    Vi ha pure una florida e ben diretta Sezione Ex Combattenti, che fu formata or sono sei anni dal decorato  della Croce di Guerra Giacinto Biamonti, buon poeta e scrittore, che dopo un periodo di oblio è stato eletto alla unanimità Presidente, e in tal qualifica fa prosperare la detta Sezione con soddisfazione di tutti gli iscritti ad essa. è giustizia lo aggiungere che Egli, nella fondazione della Sezione, fu validamente cooperato da due suoi ottimi camerati invalidi di guerra.

 

SOLDANO

    Lat. 43,49 1/2 Long. 4,48’ Altitud. m.91. Popolazione 593 abitanti compresa la Frazione di San Martino. Dista da Ventimiglia km. 11 circa. Soldano è rinomata particolarmente per l’industria della tela. Esiste pure una cava di carbon fossile, la quale, essendo troppo profonda e mancando i mezzi tecnici per la estrazione e purificazione del carbone, la si lascia purtroppo in balia di sé stessa.

    Il paese, secondo i cronisti, sarebbe stato fondato verso la metà del secolo XII coi prigionieri condotti di Provenza dopo la battaglie di Tortosa e d’Almeria. Certo si trova ricordato in carte pagensi dugentesche come un castello.

OPERE D’ARTE - Nel coro della bella, vasta e nuova chiesa parrocchiale si ammira un quadro del Rinascimento raffigurante nel centro S. Giovanni Battista; ,alla sua destra S. Antonio Abate che da alcuni viene scambiato per San Mauro, ed alla sinistra S. Giovanni Evangelista; al di sopra nel centro la Vergine col Bambino alla sua destra S. Caterina della Ruota ed a Sinistra S. Lucia. Se S. Giovanni Battista non fosse il titolare della chiesa sarebbe da porsi in dubbio che realmente l’autore del quadro abbia voluto raffigurare quel Santo perché egli addita così qualche cosa che dovrebbe essere L’Agnello Divino ma sull’asse in legno che tiene in mano è ripiegato un lembo del suo manto e l’Agnello non si vede. Vuole la  tradizione che ne sia autore Francesco Brea: non esistono però documenti in conferma di tale attribuzione. Si osserva pure in quella chiesa un altro quadro di vaste dimensioni, le cui figure sono si fen fatte che sembrano parlanti. Esso porta in fondo la scritta: «Job Bapt Galentrucccio Florentinus, fecit Romae, 1667».

UOMINI ILLUSTRI - Nacquero in Soldano Alberti Domenico, che verso il 1550 levò in Roma gran fama: fu professore in quell’Ateneo e per il suo vasto ingegno fu innalzato all’onore di senatore romano. Viale Giuseppe, fisico eruditissimo sul principio del secolo XIX. Egli fu pure celebre in Roma. Fu il medico di Pio VII. Inventò un farmaco infallibile per la cura dei cancri uterini. Colla morte sua. andò perduto il prezioso ritrovato.

PRODOTTI - Soldano produce vino ed olio pregiato, ma in città vive anche qualche industria.

 

PERINALDO

    Lat. 43.52. Long. 4.47. Dista da Ventimiglia Km. 19. Comune di 2622 abitanti ,al quale appartengono le frazioni di Negi e Suseneo. Siede sopra un’altura di 596 m. sopra il livello del mare e si estende a guisa di vago anfiteatro, formato dalla riunione di due amene colline, che dipartendosi dai monti di Bignone e di Gaggio, corrono parallelamente e in linea retta sino al mare, lambendone le sponde l’antico torrente Vernone, noto ora con nome di Vallone di Vallecrosia. Perinaldo per la sua mirabile posizione montuosa gode di un clima salubberimo ed aria purissima.

CENNI STORICI - è un castello sorto tra l’XI ed il XII secolo, per opera di Rinaldo conte di Ventimiglia e che si popolò cogli uomini della vicina Villa Junci. Dopo il 1281 Podium Raynaldi passò ai D’Oria signori di Dolceacqua. Nel 1524 Bartolomeo D’Oria lo pose sotto l’alto dominio di Carlo III duca di Savoia. Nel 1672 fu assalito e preso dalle truppe genovesi comandate da Spinola-Cibo nonostante l’accanita difesa fatta da 400 piemontesi e dai terrazzani che dai campanili, dalle  mura e dalle case, tempestavano di moschetto gli assalitori.

OPERE D’ARTE - La piccola Chiesa Parrocchiale, dedicata a San Nicolò e di cui era Rettore nel 1357 Pietro Rasaudi, venne in seguito ingrandita con l’aggiunta delle tre navate laterali e conserva una pregevole tela, rappresentante la Madonna del Suffragio, opera di celebre pennello, dono del celebre conterraneo, l’astronomo Gian Domenico Cassini. In Perinaldo pure si conserva una preziosa Biblioteca di parecchie migliaia di volumi, raccolte dall’astronomo Gian Domenico Maraldi, nipote di altro astronomo, Giacomo Filippo Maraldi, membri ambedue dell’Accademia di Francia. Quanto di più raro e peregrino venne pubblicato sull’astronomia in Italia, in Francia e in Germania sino alla fine dal XVIII secolo, si trova qui in bell’ordine disposto; notando fra le opere rare quella di Evelio: Johannis Evelii, Sonolographia sive lunae descriptio, typis Hunefeldianis, edizione unica, perché interamente fu distrutta colla casa, col laboratorio, con l’osservatorio e colla biblioteca del suo autore nel 1679.

    Citerò fra i manoscritti la: Description géométrique de la Françe par M.M. Cassini de Thury de Maraldi Jean Dominique , due volumi in 8° postillati sui margini dagli autori: De la méridienne de Paris prolongée jusqu’aux Pyrénés.

    Si ammira ancora la preziosa collezione di autografi di Gian Domenico Cassini, lettere, quaderni pieni zeppi di osservazioni, note, calcoli astronomici; come pure gli abbozzi di lavori e di memorie; importantissima è poi la raccolta di lettere scritte a Gian Domenico Maraldi dagli scienziati del suo secolo; vi si leggono i nomi di De La Lande, di Cassini di Thury, di Delisle, di Messier, di Godin, Bauguer, di Lacaille, di Bourda, di Hell di Lavoisier e di Baill.

UOMINI ILLUSTRI - Gian Domenico Cassini (1625-1712) illustre professore di Matematica alla Università di Bologna fu  chiamato a Parigi da Luigi XIV, nel 1669. Astronomo sommo, scoprì quattro satelliti di Saturno, determinò i movimenti di Giove, di Marte e di Venere, studiò la luce zodiacale, scrisse parecchi trattati, disegnò nuove carte per lo studio dell’astronomia e di idraulica.

    La fama di Gian Domenico Cassini; a cui l’astronomia è debitrice di numerose importanti ed utili scoperte, varcò, nel secolo XVII, i confini d’Italia ed i suoi contemporanei giustamente lo ritennero il primo d’Europa.

    La storia della scienza ha già assegnato a G. Domenico Cassini un posto d’onore dopo Galileo, Copernico, Kèplero e Newton tra i più illustri astronomi del mondo e di tutti i tempi. Scienziato immortale, naturalista e letterato insigne, diplomatico fine ed astuto. Egli fu genio universale che esplicò una attività veramente portentosa. Mente possente, ingegno ferace, animo diritto e puro. Egli assommava, in una armonia perfetta, sublimi virtù intellettuali e morali; ed incarnava nella sua persona uno di quei campioni ideali della nostra stirpe, di quei che la storia tramanda ai posteri quali personificazioni delle più elette virtù del popolo.

    Il suo nome tiene un posto eminente in quella schiera gloriosa di scienziati italiani del secolo XVII che, seguendo le norme del Galileo ed il suo metodo sperimentale, con osservazioni fini e profonde, gettarono le basi della scienza moderna: ed ai quali devesi pure riconoscere il vanto di aver dimostrato al mondo che, anche in periodi di minore gloria nazionale, la fiaccola del genio italico risplende sempre di vivida luce.

    Giacomo Cassini, figlio di Gian Domenico, ereditò dal padre l’alto ingegno e fu non meno di lui illustre nelle scienze astronomiche: gli successe all’Accademia dello Scienze in Parigi. Cessò di vivere nella tarda età di 84 anni, nel 1753.

    Giacomo F. Maraldi (1665-1729), si acquistò molta reputazione per Ia vasta dottrina. Scrisse vari trattati e compilò un catalogo assai preciso delle stelle fisse. Papa. Clemente approfittò del suo sapere per correggere il calendario. è da notarsi che le illustri famiglie Cassini e Maraldi diedero per lo spazio non interrotto di 122 anni, sei astronomi all’Osservatorio di Parigi.

    è debito pure di ricordare che le scienze geografiche vanno debitrici a Giov. Tommaso Borgogno, illustre geografo, precettore del figlio del Duca Vittorio Amedeo II, deceduto nel 1695 e Cesare Francesco Cassini, figlio di Giacomo (1714-1784-) autore di una delle carte più belle e precise della Francia, in ben 180 fogli. L’opera veramente grandiosa, non ha potuto però essere condotta a termine che dal figlio suo, Domenico (1748-1845) il quale ereditò dal padre e dall’avo le virtù dei grandi uomini, che sempre sono congiunte a vasta e profonda dottrina.

    Tra i cittadini illustri va pure annoverato il Rev. P. Francesco Cassini dei Minori Riformati (1819-1865), zelante missionario, autore di pregiate opere sulla Terra Santa: «L’Istoria delle missioni dei Francescani in Oriente». Ed ancora: «L’Istoria di Gerusalemme». «Le veglie al Cimitero di Cimella» e non poche altre opere ascetiche. Il P. Prospero Cassini, valente incisore (1874); e Siro Andrea Carli, che fu sindaco benemerito di San Remo e i due generali Maraldi, padre e figlio, celebre il primo perché nel 1848 comandava la cittadella di Alessandria.

ESCURSIONI: Alla cappella San Pancrazio e, attraverso pinete, al Monte Bignone, 1298 metri.