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 Selezione da “VENTIMIGLIA e dintorni - Guida illustrata, storica, artistica, amministrativa, commerciale e industriale”, edita nella raccolta “Nuova Italia” - Torino – 1922

 

V E N T I M I G L I A

E  DINTORNI,  NEL  1922

    Mezzo miglio a levante di Mentone la strada Ligustica arriva al ponte di San Luigi. Rocce strane, acute, traforate, intagliate, isolate, pendenti, un torrente cascante, un abisso di 80 metri di altezza, ecco il luogo ove con un solo arco della corda di 22 metri il ponte di San Luigi (confine italo-francese), fatto di bellissime pietre riquadre, con erculeo lavoro congiunge la strada. Non meno svelto che saldo, esso spicca meravigliosamente per quanto gli sta intorno, e si scerne in lontano. Ha in mezzo dell’aree spazio ch’ei ricopre un vecchio acquedotto; a sinistra un orto di limoni, le cui frutta d’oro pallido contrastano coi balzi rossi del fondo dalle cui fessure spuntano senza numero le piante del mezzogiorno. La via della Cornice, di costruzione napoleonica, che da Nizza conduce a Genova, è una delle meraviglie del mondo. Il turista proveniente dalla Riviera francese ove gli hanno sorriso come un sogno Cannes, Antibes, Nizza, Montecarlo, Mentone, avrà sensazioni di paesaggio altrettanto intense accostandosi alla Riviera Italiana. Da una parte il mare immenso, dall’altra le Alpi pittoresche e i contrafforti degli Appennini che si svolgono in dolci ondulazione; una vegetazione splendida e lussureggiante; paeselli incantevoli che si succedono frequenti, sepolti fra boschi di clivi e di aranci olezzanti, popolazioni colte, laboriose e gentili, tutto contribuisce a convincere che in questa gemina Riviera la natura ha voluto largheggiare dei suoi benefici.

    Scendendo alla stazione internazionale, eccoci sull’ampio piazzale Cesare Battisti. In una saletta dell’AMERICAN BAR NAVONI e C. ammirasi un fantasioso trittico tipico ed encautico che campeggia in un’atmosfera decorativa floreale, geniale creazione di Paolo Emilio Morgeri.

    Rappresenta l’ETERNITÀ’: una figura simbolica della Natura è seminascosta tra l’erbe folte e colle mani fa l’atto di congiungere la coda in bocca di una serpe, componendo così il simbolico anello della Eternità mentre la fauna circostante si pasce serenamente.

    Il Centro è rappresentativo: il Tempo avanza al gran galoppo di un bianco cavallo sfrenato, colla falce tronca l’esistenza di un essere mortale che ruzzola tra la polvere e si tramuta in figurine femminili che sogliono personificare la poetica sembianza dell’uomo.

    Un ciclo infuocato sul tramonto: lampi che squarciano le nubi per colpire un tempio dell’Idolatria. Infine, si notano tratti di misticismo: nello sfondo sono tombe druidiche dell’era della pietra.

    In primo piano un’ara rovesciata sul terreno e sopra due colombi fanno l’amore e di sfondo sorge la visione di una Croce appena, evanescente: II Tempio travolgente è passato, ma, l’amore e il misticismo prevalgono sempre nell’Eternità.

 

Monumento ai caduti

    Il Giardino pubblico ha un duplice anello di pini e di palme per serrare l’opera revocatrice e il mare la sua canzone per mettere nel bronzo una nota viva e perenne.

    Il monumento s’innalza nel centro di una aiuola sopraelevata e che degrada sul piano del giardino con tre fasce di fiori.

    L’artista; Pietro Canonica, non ha dovuto indugiare nella scelta, ne si è trovato l’ispirazione affievolita da problemi o da dubbi estetici per riaccendere in un luogo degno la lampada della Rimembranza. Al sommo del monumento tre fucili stretti in fascio da una bronzea corona d’alloro sostengono un elmo di guerra, sotto il quale nella notte si accende una lampada. La luce mite e pallida scende come una fosforescenza sul marmo di un capitello romano color dell’avorio, che posa su un basamento di marmo rossiccio di Valcamonica.

    Davanti al piedestallo si erge la figura di un fante portabandiera, che ha alle spalle, inquadrato nella pietra, un bassorilievo illuminato dal sole tagliato dalla linea armoniosa di un arco romano, oltre al quale si profila la città di Trento ed suo castello del Buon Consiglio cui suo monumento ha lo sguardo sin ai confini del Brennero. Nella parte posteriore del basamento un altro bassorilievo raffigura una trincea: il sacrificio del fante.

    L’Alfiere, vigila coma una sentinella, i conquistati e sacri confini della Patria. (simbolo della vittoria: la data del 1918). La parte posteriore rappresenta una trincea, col sacrificio dei soldati morti in olocausto alla Patria. (Simbolo: l’inizio della guerra: la data del 1914). Ai due lati, nobilissime iscrizioni i dettate dal soave poeta ligure Angelo Silvio Novaro, accennano al sacrificio e alla gloria. E una suona: «II sole che indora i tuoi monti / O Patria scaldi in perpetuo / L’ara del valore e dei sacrificio». E l’altra: «Cingendovi di fierezza / Lasciaste amore giovinezza e vita / e avete albore e giovinezza eterni».

    In faccia è il mare limpido che nelle mattinate chiare e nei dorati tramonti permette quivi di vedere le vette nevose delle montagne della Corsica: la posizione è veramente deliziosa, poiché lo sguardo corre fino alla punta di Antibo e, di sera, lo spettacolo della vicina Mentone e Montecarlo, illuminate sfarzosamente da miriadi di fiammelle, è fantastico. L’atmosfera vi è pura, satura di sali marini e offre il vantaggio, non disprezzabile, di godere il sole, assai più delle altre rivali e cioè dall’alba al crepuscolo, nove ore sia pure in dicembre !

    Attraversata la via della Stazione si entri in via Cavour, fiancheggiata ai due lato di bei palazzi e che costituisce la grande arteria della città nuova: eleganti e ben forniti negozi offrono al visitatore tutti quegli oggetti di necessità e di lusso che il viaggiatore ammira nelle grandi città.

    Ma per chi ama godere la magnifica vista del mare e i benefici effetti del Sole, discendendo la via della stazione, ne segua il prolungamento del Corso Principe Amedeo, piantato di palme e piantanti, fino allo sbocco del fiume Roia in mare e sospinga il suo passo sino al grazioso Stabilimento Bagni Olimpia.

    Dopo questo breve sguardo alla Ventimiglia nuova, conviene ripercorrendo la passeggiata, andare alla sua origine, ai ponti sul Roia: dalla passerella, stupenda è la veduta di Ventimiglia vecchia accostata sopra un ripido colle, diritto quasi come un muraglione.

    La città vecchia è li, parte più interessante, conviene inerpicarsi nelle sue strette e ripide viuzze per godere il pittoresco sapore, fin su, in alto, dove e coronata dalla lunga linea delle ex fortificazioni. Lasciamo dunque passeggiata Oberdan e percorsa in tutta la sua lunghezza la Passeggiata Girolamo Rossi, eccoci al ponte Roia. L’aspetto del paese da questo punto è grato e pittoresco potendosi con un sol colpo d’occhio vedere e il mare e Ventimiglia disposta a foggia di anfiteatro e l’ex forte San Paolo, e il monte Appio, ove sussiste un pregevole monumento dell’opera romana, e più a destra la pittoresca vallata del Roia. Si scorgono sopra lo sfondo della vallata il Monte Bego, m. 2873, e il Grand Chapelet, m. 2934. A valle del ponte attuale si vedono le pile di altro più antico asportato da una piena. Il ponte fa capo a piazza Vittorio Emanuele.

    Allettata al mare, anzi, floridissima in varie età, mercé il mare; cessate le minacce ed i pericoli, delle scorrerie e devastazioni dei Saraceni e dei Barbareschi andò, come certi crostacei rientrati nel guscio, liberi dalle insidie di nemici astuti e rapaci, man mano ripigliando coraggio e moto, sfrancandosi, avventurandosi dal colle al piano, al mare, dove imprese a costruir navi, a trafficare, a fabbricar nuove case.

    All’estremità ovest del ponte Roia, sulla linea di prolungamento di questo, si lascia a sinistra il piazzale Vittorio Emanuele dai grandi eucalipti e si scende a destra verso le case che sembrano formare una muraglia saliente fino alla Cattedrale (5 minuti), di cui in alto si innalza il campanile. Due sono le vie di accesso; immediatamente a destra si prende vico del Molino, lo si segue per un sessanta metri poi subito a sinistra: il primo vicolo che si apre (Salita Lago), lastricato con mattoni e cordoni di pietra, e si sale alla via Garibaldi, pressappoco orizzontale, che costituisce sulla collina la maggiore arteria. Oppure, lasciata piazza Vittorio Emanuele, e bandite le considerazioni che si affacciavano alla nostra mente, seguiamo per breve tratto la strada carrozzabile di Mentone (via Biancheri) sino allo svolto (a destra) di via Falerina, che in pochi minuti conduce alla Piazza della Cattedrale e in via Garibaldi.

    Se abbiamo fortuna di dilettarci di pittura o disegno, non rimpiangiamo il poco di fatica che potrebbe per avventura costarci una ascensione per la vecchia città, quand’anche sotto ogni altro aspetto dovesse riuscirci ingrata. Grotteschi, e pesanti rivolti ed arcate, sotto cui il giorno è il crepuscolo tenebre si succedono l’uno all’altro, cessano per brevi tratti, lasciandoci scorgere tra le facciate di case altissime, limitata, delineata dai parapetti dei terrazzi o dagli scrinoli dei tetti. una povera striscia di cielo e l’uno e all’altro ancora si succedono. La ragione di tali costruzioni rimonta al medio evo, quando i Barbareschi, colle loro continue invasioni sulla costa, per depredarla, avevano costretto gli abitanti a difendersi, vivendo entro vere fortezze. Posteriormente i cavalcavia colleganti le case, furono anche adoperati per consolidare le case state scosse dal terremoto.

    Infatti, si offrono li, su quei muri, in quegli sporti, in quei rientramenti, tutte le combinazioni di tinta: i toni, i mezzitoni, i va più che non combina che non studia, quando sporca, la tavolozza coi resti di tutte quelle mescolanze già ad altro uso combinate ed adoperate, e ne sorte, ne cava fuori il fumo e l’affumicato, la ruggine e l’irrugginito, la muffa e l’ammuffito, e tutti i coloracci del vecchiume dei cenci e della miseria. Ma ... passiamo oltre.

    In certi vicoletti oscuri e umidicci, tenuti insieme da archi, ponticelli e cavalcavie, n’aspetti di veder comparire ad ogni tratto, scherani vestiti di ferro, con le lunghe alabarde per infilzarti: li invece vedi passarvi in fretta donne o femmine, che portano sulla testa anfore di unguenti non arabici, e talvolta levarsi impacciato e sorpreso un povero diavolo, che attendeva forse alla più umile e innocente e imperiosa delle sue occupazioni. Ma la vecchia città non è tutta e soltanto lassù come un vespaio, come un’arnia appiccata al colle, quasi a dipendenza e servizio del monte, quasi a scorno del mare, che sconfinato e maestoso or le mormora, or le mugge davanti.

    Interessante pur essa questa via Falerina sur una casa della quale si legge l’apocalittica iscrizione di un ignoto poeta ventimigliese del Cinquecento, che dice così: Io fui e non sono stata / et hor di nuovo / più bella di prima / mi ritrovo. / 1572.

    Superata la ripida salita che ci conduce sulla piazza della Cattedrale ci si presenta innanzi la grandiosa scalea che immette al già monastero delle Canonichesse Lateranensi. In bel disegno architettonico, adorna di stucchi e fregi è la bella chiesa dedicata, come dice la iscrizione scolpita nell’arco, al concittadino Sant’Antonio Abate. Una porzione del grandioso edificio è assegnata alle suore di N.S. dell’Orto (Scuola Femminile e convitto) e nell’altra parte sorge l’antico Ospedale di Santo Spirito, già ricordato in una carta del 1445.

    Tra le reliquie insigni che la Cattedrale nostra possiede, merita pur menzione la cassa e busto d’argento del Gran Duce Tebeo San Secondo, un’artistica croce d’argento cesellato, alta circa un metro, altri oggetti di argento quali estensori, turiboli, reliquari di legno ricoperti di lamine di oro e d’argento, pissidi e calici dello stesso metallo, fra i quali va ricordato quello finemente cesellato, un vero gioiello, e che fu già del Cardinale Meglia. E ancora paramenti sacri, antichi e nuovi, pregevolissimi, un discreto numero di quadri ad olio di egregi pittori, che si ammirano nella sacrestia, poi alcuni ritratti di Vescovi ventimigliesi nell’attigua sala capitolare.

    Sono poi degni di particolar ricordo l’artistico apparato alla romana fatto eseguire recentemente per l’altar maggiore, in legno dorato, di fattura squisita e che molto bene armonizza collo stile della Chiesa, il faldistorio vescovile e sgabelli canonicali di legno intagliato in stile e disegno armonizzante con l’apparato, e da ultimo un artistico candelabro per il cereo pasquale, in bronzo finemente cesellato. Magnifica la cattedra, vescovile, il banco dei ministri e il coro; il tutto in noce artisticamente scolpito da valentissimi artisti. Degni pur di ammirazione gli affreschi della volta del coro e delle arcate della Sancta Sanctorum, del pittore Hartman, e il pulpito in marmo eretto nel 1686.

    Esternamente, la Cattedrale presenta nel coro piccole finestre ad archi a pieno centro che ne assegnerebbero l’età al mille; ma il portale, come abbiamo visto, è dovuto alle trasformazioni fatte dopo il terremoto del 1238. L’architetto Arborio Mella, nel 1875, cercò di eliminare quanto potè i deturpamenti successivi barocchi. Il campanile fu elevato sul fondamenta visibile di una antica torre di difesa. Contiguo alla CattedraIe e in comunicazione con essa, formando un pittoresco insieme di costruzioni, sorge il Battistero.

 

Il Battistero

     Octachorum sanctos templum surrexit in usus / Octagonus Fons est numero dignus eod / Hoc numero decuit sacri Baptisimatis aulam / Surgere; quo populo vera rediit.

    L’epigramma conservatoci dal Grutero, e che poi tradurremo ad uso dei profani, ci da l’idea esatta del pregevolissimo fonte battesimale: Ottocorale ai santi servigi s’alza la Chiesa. E l’ottagono fonte di tale ufficio è degno, con tal numero sorgere l’aula convenne del sacro Battesimo, onde vera tornò al popolo salute.

    Ne altrimenti corrisponde l’insigne monumento Intemeliense, sorto all’alba di un’era gloriosa  - uno dei più rari monumenti del Cristianesimo nascente  - di forma identica a quello di San Giovanni Laterano in Roma, cioè ottagonale, col diametro di m. 8.43 (non compresi i nicchioni semicircolari e quattro rettangoli).

    Risponde pure il bacino di simile configurazione che, costrutto di pietra calcarea diligentemente scalpellata s’erge in mezzo del tempietto, L’altezza dei nicchioni, come si vede, dai «due» tutt’ora intatti, era di m. 6,50; e sopra i loro archi tondi posa la parte superiore dell’ottagonale tempietto, che va a chiudersi in una cupola emisferica coronata del lanternino.

    Si accede al bacino per mezzo di due gradini, ed ai suoi lati, destro e sinistro, di chi entra, si aprono due loculi semicircolari, destinati ai ministri che dovevano conferire il battesimo. Sulle estremità di questi loculi stanno gli incavi dove, fermate da liquefatto metallo, ancora in parte aderente, si estollevano sbarre di ferro, destinate a sorreggere cortine che proteggessero e velassero le nudità del battezzando.

    Ad aumentare il carattere dell’antichità di questo monumento, è l’esistenza dei gradini interni della vasca stessa in numero di tre. Sebbene il concilio di Ravenna (1311) prescrivesse l’uso del battesimo per infusione, quivi le cerimonie per immersione si protrassero sin verso al 1422 come si legge in un codice dell’epoca.

    Degna pur quivi di particolare menzione una bella vasca, della forma di un immane mortaio a quattro punte, ricavato da bella pietra calcarea, intorno al cui orlo ricorre arcaici, disformi caratteri, quell’antica iscrizione che leggerei: In nomine Domine, ego Johannes indignus presbiter has fontes rogare feci, omnes qui legitis orate prò me,  anno millesimo centesimo.

    Ma quel che più conquide in questo sacro recinto è di ritrovarvi pure una Conca di minor capacità, ma tale da permettere la immersione di un corpo umano, che rimonta indubbiamente ai tempi del Concilio Illiberitano (anno trecentocinque). E’ in pietra calcarea di Turbia, tronco di piramide a base rettangolare, fregiato nei due lati minori in mezzo a foglie di acanto del monogramma, “Decussato” o “Costantiniano” e che dall’apertura sferica che tiene fondo rivela incontestabilmente di aver fatto parte di coppa o Concha della piscina battesimale prima che tra il V e il VI secolo pigliasse ad alzarsi il venerando Battistero che ci resta.

    Notevoli particolari di questa Concha sono la sua figura geometrica e la presenza del Monogramma ottagonale divenuto distinta della Chiesa Ambrosiana.

    Benché di solito i Battisteri andassero forati di una sola porta - due ne lascerebbe supporre al nostro una carta del 1462 – ma l’antica principale entrata era nel nicchione di fronte all’attuale, come rivelavano ancora prima del 1846, due gradini di puddinga, avanzo di abbandonata scala d’accesso nella direzione in cui sono aderte le porte d’ingresso alla Cattedrale.

    Tra questa e il muro di mezzogiorno della torre campanaria (non essendo ancora state costrutte le cappelle della Consortia, poi di San Carlo ed ora di Sant’Anna e quella dell’Angelo Custode, (ora di N.S. della Misericordia), si estendeva allora una piazzetta sulla quale si apriva la porta del Battistero, decorato di portico o atrio, dove si celebravano i preliminari del Battesimo.

    L’antico altare dedicato al Santo Precursore, era collocato in faccia alla porta d’ingresso ed aveva davanti ai suoi lati, destro e sinistro, i due loculi a semicerchio incavati attorno al bacino ottagonale per i ministri che dovevano conferire il Sacramento.

    La Cattedrale, il Battistero, il Seminario, già Vescovado e abitazione dei mèmbri del Capitolo, uniti, formano un insieme caratteristico di vecchia sede episcopale.

    Dalla Piazza della Cattedrale proseguiamo la nostra visita inoltrandoci per via Garibaldi. Sorge alla nostra destra il Municipio, già residenza dei podestà, alla sinistra la sede Vescovile, attraversando la strada l’occhio nostro da visitatore non può far a meno di soffermarsi  alla piccola Chiesa dei Neri, notevole sopratutto per gli affreschi del Carrega (1784). Discendendo poi sulla caratteristica Piazzetta del Canto e, prendendo a destra, attraversata tutta la via Piemonte eccoci all’antica Porta Piemonte ed alla storica nostra méta: la vetusta chiesa di San Michele.

 

Porta Piemonte

    Dalla porta di Piemonte (ab antico, si dipartiva la strada omonima che attraverso il Col di Tenda prima cioè che per merito di S.E. Biancheri si aprisse altra più comoda lungo la riva sinistra del Roia) si gode di un’incantevole panorama che da all’anima nostra un senso dolcissimo di riposo, un inesprimibile godimento di bellezza.

    Lasciata la Piazza Colletta, con la chiesa di San Michele, conviene inerpicarsi per la salita Appio e quella delle Mura: in capo a cinque minuti saremo ai piedi delle rovine del forte San Paolo.

    Il forte San Paolo - fu edificato dai genovesi nel 1222, per tener in soggezione la città (che si arrese solo dopo tre anni di assedio), giacché quello di Sant’Antonio, che era posto a sud-est dello stesso (ove nel 1358 sorse l’attuale convento delle monache), non la poteva totalmente dominare. Si chiamò San Paolo perché in quella località, pure abitata, eravi una chiesa dedicata a tale santo. Resistette agli assalti del 1605, 1706, battuto invece dagli austro-sardi nel 1746, cedette anche nel 1800. Nel 1803, Napoleone ordinò la demolizione che fatta in parte, non avvenne che nel 1884.

    Un meraviglioso belvedere vanta Ventimiglia a due passi dalla città, su questo promontorio che la domina e sul quale, ancora pochi anni fa sorgeva il forte San Paolo. In faccia a sud-ovest si presenta l’immensa distesa del Mediterraneo, glauco e calmo, in fondo al quale nei giorni sereni, scorgesi il profilo delle montagne della lontana Corsica. Ai suoi piedi, a levante, si distende e degrada a forma d’anfiteatro, le case addossate alle case, giù, giù sino alle sponde del vicino fiume Roia, la vetusta Ventimiglia,

 

L’Orfanotrofio San Secondo

    Tra le istituzioni cittadine degne di particolare menzione per opera di bene e di sano amor patrio, eccelle l’orfanotrofio San Secondo. Su gli spalti dell’ex forte San Paolo, alle porte occidentali della città, a circa 110 metri sul livello e a 250 dal lido del mare, rivolto a pieno meriggio, sorge questo edificio che alloggia una cinquantina d’orfani d’ambo i sessi. Maestoso per le sue grandi linee architettoniche, leggiadro per la corrispondenza delle sue misure, e simile a fantasiosa nube, emerge da un lago in un’alba di croco; così si mostra imperiosamente allo sguardo di chi arriva dall’Italia a Ventimiglia. A sinistra, ai piedi dell’orfanotrofio, si distende caratteristico anfiteatro la città dolcemente degradante sino alle sponde del vicino Roia e, più in là in basso, una vasta pianura lambita dal mare e protetta a settentrione, da verdeggianti, graziose collinette, coperte da olivi, vigneti e, nei punti più culminanti, dal pino marittimo e d’Aleppo; pianura solcata da torrenti, coltivata da aranci, palmizi e fiori, popolata di case, borghi e ville sino alla lontana Bordighera, ove terra, mare e cielo sembrano insieme confondersi, nella parvenza di una immensa città.

    La magnifica e ridente vallata del Roia, s’apre a N. e N.E. chiusa all’orizzonte, da monti coi più alti cocuzzoli bianchi di neve. A destra dell’orfanotrofio si spiega il panorama delle Alpi marittime, in un semicerchio pittoresco, tutto a seni e promontori multiformi, colle belle città di Mentone, Monaco e i colli di Villafranca, Nizza, Cannes, e dal mezzogiorno di Francia. In quest’area di novemila metri quadrati, la cui bellezza vince la fantasia del più celebre paesista la lussureggiane vegetazione mantiene, si può dire, una continua primavera, mentre la temperatura vi si conserva sempre moderata, perché alle spalle validamente difeso dalle invasioni del freddo aquilone.

    Il fabbricato è stato costruito nel febbraio 1913, sui disegni dell’Ing. Comm. P. Agosti e fu inaugurato l’8 dicembre 1914. Eretto per l’infanzia infelice della città e Diocesi, di Ventimiglia,servì durante la guerra da 0spedale Territoriale della Croce Rossa. E’ di forma rettangolare, lungo m. 51, largo 32, col maggiore lato esposto al mare e in comunicazione colla stazione ferroviaria, da cui dista l8OO metri, per mezzo di comoda strada di accesso carrozzabile che, serpeggiando intorno al poggio sul quale s’innalza l’orfanotrofio imponente e bianco, discende sino alla foce del Roia, donde per un bel ponte si addentra nella nuova Ventimiglia.

    A mezzo della sua lunghezza l’orfanotrofio è decorato di un’ampia entrata, di bella scala marmorea, a coda di rondine, che dalla piazzetta esterna, immette nel suo atrio e direttamente alla Cappella, L’edificio è di tre piani dei quali il primo per metà nel sottosuolo, con ambienti vasti, collegati da ampi corridoi, ricchi di aria e luce, coi muri ad alti zoccoli, impermeabili, pavimentato a piastrelle e dotato di tutti i conforti moderni, acqua potabile in abbondanza, impianto di gas, luce elettrica, riscaldamento a termosifone. Sale da bagno, lavandini, terrazzi lo completano. Costruito sulla base delle vedute moderne, igieniche, risponde in modo meraviglioso allo scopo cui venne adibito.

    L’attuò il Venerando nostro Vescovo Ambrogio Daffra, con sacrifici ingenti, diremmo privazioni col dimezzare il suo scarso pane alla sua già scarsa mensa. Coadiuvato da volenterosi del bene, oggi la grandiosa provvidenziale casa accoglie pietosa fra le sue mura orfani d’ambo i sessi, ove suore premurose dai soggoli bianchi, ammaestrate alla scuola dell’ amor divino, li amano, li curano con affetto di madri.

    Eretto in Ente morale con R.D. 1919 ha uno statuto organico che stabilisce il suo Consiglio di Amministrazione, costituito dal Vescovo, dai due parroci di Ventimiglia pro tempore, da un canonico nominato dal capitolo, e da un rappresentante della Amministrazione Comunale. Come ente morale non va soggetto a successione ereditaria.

 

Castel d’Appio

    Antico maniero, ricco di memorie, mèta preferita dagli stranieri e dagli studiosi è Castel d’Appio, sito a N.O. di Ventimiglia, che torreggia sulla cresta del monte Magliocca, da dove guarda nella Valle del Roia e nella ubertosa vallicella di Latte.

    I considerevoli avanzi di questo castello (che attinse il nome da Appio Claudio, vincitore dei Liguri indomiti e degli Intemelii nell’anno 563 di Roma) appartengono quasi esclusivamente all’epoca della seconda ricostruzione, fatta dai Genovesi nel l222.

    Come presso tutti i Liguri, anche fra gli Intemelii, ce lo dice uno storiografo latino, esistevano. OPPIDA, ossia luoghi abitati e fortificati. Non ne conosciamo qui positivamente né il nome ne il posto, ne possiamo dire di averli finalmente scoperti, ne di aver rinvenuto vetustissime cinte di grosse pietre irregolari sovrapposte senza cemento, come in Provenza - denominate chàtelards, castellieri. Ma è fuor di dubbio che quivi appunto uno sorgesse.

    Arturo Issel in «Liguria preistorica» pag. 562, parla di un’azza levigata trovata a Castel d’Appio e Girolamo Rossi nei «Liguri Intimilii» assegna una grande importanza alla cima di Castel d’ Appio.

    La via litoranea Julia Augusta, passato il Roia, saliva a Castel d’Appio per poi scendere su Latte. Non è improbabile quindi che; ivi sorgesse uno dei sei «oppida» occupati da Appio Claudio nel 185.

    Nel 1222, Ventimiglia tornava all’obbedienza della Repubblica di Genova. Marchisio Scriba, continuatore degli «Annali di Caffaro» così scrive: «II podestà genovese, tanto per firmare questi patti quanto per ricevere i giuramenti destinò a Ventimiglia i nobili uomini Guglielmo Lercari e Nicola Di Negro. Quando questi furono tornati, messere Spino di Soresina podestà, con alcuni nobili andò a Ventimiglia e ivi prese le fortezze della città e guernitole di sua gente, nel giorno della festività della beata Maria entrò nella città, e ivi ricevuto il possesso ed il dominio di essa per il Comune di Genova, e avute le cauzioni e prestati i giuramenti dal podestà di Ventimiglia, conte Guglielmo di Ventimiglia, dal consiglieri e dall’università di quella città, e designati i luoghi dove dovevamo farsi i castelli, ritornò felicemente alle sue case.... E l’edificazione fu intrapresa in quest’anno e fu compiuta nell’anno seguente con mirabile provvidenza e lodevole probità. Nel castello d’Appio il podestà designò in sua custodia i nobili uomini Ugolino Boccucco e Ottone di Murta con cento serventi».

    Documenti del XIII secolo, contenuti nel tomo secondo del Fogliazzo dei Notai - che si conserva nell’Archivio di Stato in Genova, - ci forniscono interessanti notizie sul Castel d’Appio per gli anni 1259, 1260 e 1261.

    Nel maggio 1259 il castellano Iacopo di Burgaro compra 25 mine di frumento per i suoi soldati a ragione di l. 53.18 per mina. Il 10 novembre 1260 Ugo di Negro conestabile del Castello d’Appio e tutti i sergenti costituiscono il loro procuratore. Il 6 luglio 1261, Guglielmo di Prina, castellano del Castello di Appio per il presente anno confessa di aver ricevuto da Ogerio Veelo, castellano di detto castello per l’anno passato ultimo, il detto Castello di Appio in sue chiavi secondo il tenore delle lettere del signor Capitano, del Comune e Popolo di Genova. Confessa pure di aver avuto la seguenti cose: innanzi tutto una balista, un corno de turno, insieme con uno scudo bianco croce rossa; e parimenti quadrelli de turno 92, e quadrelli de streva. (da staffa) 570.

    Tale l’armamento di quei tempi ! Ma, nelle memorie sopra il debito pubblico, mutui, compera e Banca di San Giorgio, troviamo registrato che l’anno 1303 il castello d’Appio era ridotto ad avere soli due castellani e trenta soldati.

    Scarse le memorie successive: non si rinvenne documenti per fissare l’azione di Castel d’Appio durante l’assedio del 1410, ne attraverso le varie e intricatissime vicende cui andò soggetta Ventimiglia. Nel 1437 Galeotto Lomellino faceva rafforzare le sue mura difensive.

    Son note soltanto poche vicende del 1746, durante le azioni di Casa Savoia nell’assedio di Ventimiglia, ma sufficienti per conoscerne la causa del suo smantellamento. Di antico restano ancora due torri scoperchiate ed una grandiosa cisterna di pietre quadrate. Sul versante della vallicella di Latte sta isolata una porta che metteva al castello, e qua e là su creste di rupi stagliate rimangono mozziconi di muri assai solidamente costrutti. Nelle guerre del medio evo ebbe torri imbertescate, e in quelle del secolo XVII provò alcuni mutamenti ed aggiunte nelle sue mura di cinta. Il diruto castello è di proprietà degli eredi di S.E. Giuseppe Biancheri, ex presidente della Camera dei Deputati.

    Si può ritornare scendendo all’ameno villaggio di San Bernardo, percorrendo la carrozzabile, opera egregia dei frazionisti  che la vollero realizzata a proprie spese mercé la perseveranza di Eugenio Orengo. La strada si innesta alla comunale San Bernardo-Ventimiglia: offre qua e là stupende vedute panoramiche.

 

Da Porta Nizza

    Si rientra poscia in Città per la Porta Nizza, aperta nel gran muro merlato dove, con molto rispetto alle cose antiche e all’arte vedesi scavata una fiorente osteria e aperti nelle  sue mura ballatoi !

    Attraversata per un cinquanta passi la via Garibaldi, il visitator nostro, l’amante delle storiche discipline, non disdegni salire la gradinata attigua all’antica chiesa di San Francesco.

 

Chiesa di San Francesco

    L’ex convento e t’attuale chiesa di San Francesco furono istituiti con bolla di Papa Clemente V°, l’anno 1312: il fabbricato però non fu frequentato che dopo il 1344 come si legge nella quarta pergamena dell’Archivio Capitolare: «Et decti frates minores in dieta ecclesia B. Francisci; et alia qualibet quae de novo fierit, vel fieri contingent in civitate Vintimilii».

    Chiesa e convento furono grandemente beneficati dal concittadino teologo P. Francesco Sperone, ma la biblioteca sin dal XVII secolo fu lasciata vergognosamente andare a male. Il Comune per antica consuetudine pagava annualmente al convento la somma di Iire 10 genovesi per l’acquisto di tonache. Soppresso all’epoca della Rivoluzione Francese fu ceduto nel 1801 dal Governo Ligure al Comune, in compenso di somme anticipate; ed il comune a sua volta ne faceva rivendita ad altri P. Minori Osservanti, che lo conservarono sino al R. decreto di soppressione. Il convento fu adibito a scuole (R. Ginnasio) e la chiesa che pur presenta opere d’arte fu chiusa al culto verso il 1912 ed ora ..... dà ricetto alle urne e tavoli elettorali ed altri ingombri, celando e quadri magnifici e l’architettura del quattrocento, per quanto malamente restaurata nel dicembre 1502. Alle superiori autorità ecclesiastiche si chiede il perché di tale atto; lo si ritiene forse nel fatto che i soldati francesi quivi accasermati durante la guerra hanno tutto profanato ?   Ma anche anteriormente  come scomparvero, per estranei lidi i quadri pregevolissimi di San Lodovico e della Pietà a firma Lodovico Brea ? Urge provvedere. L’edificio presenta dei crepacci, e verte a sicura rovina.

 

Museo d’Antichità

    Soffermiamoci nel vestibolo e nelle sale di accesso del R. Ginnasio. Là trovano ricetto i pochi avanzi dell’antichissima capitale dei Liguri Intimilii: numerose le lapidi murate negli atri e i capitelli o rocchi di colonne. Nell’atrio, primo si presenta agli occhi del visitatore l’enorme cippo colla iscrizione di Bassus: l’intemeliense Emilio Basso che fu tra l’altro prefetto e procuratore dell’imperatore Traiano, in Gallia, indi in Bitinia, ed epistratega di Pelusio e della Tebaide, supremo magistrato di due dello tre grandi circoscrizioni dell’Egitto e, per ultimo, procuratore della provincia di Giudea, quindi un ... successore di Ponzio Pilato.

    Nella scalea, numerose le epigrafi e i cippi romani e medievali: bei cippi calcarei quei che sostenevano statue di Juliu Germinianius e di Quinto Mantio. Degno di osservazione il frammento di mausoleo recante l’iscrizione della nobile famiglia Oliva e il marmo che reca le armi gentilizie dei De Giudici. Indi ammiransi per le scale, un quattrocentesco stemma, di Ventimiglia in bella pietra, ed una piccola iscrizione in caratteri arcaici: oggetti provenienti dal vetusto Palazzo del Parlamento di Ventimiglia. E qui giova il tradurre: «Se tu, o lettore, sarai rettore, o giudice, o cancelliere, ricordati di amare Cristo crocifisso; guardandoti dall’offenderlo, tendendo la giustizia per odio; per amicizia o per denaro; se vuoi fama amministrala con imparzialità, ne tentare di far nascosto cosa che non si possa manifestare. 1428. Carlo L. .....» Bella sentenza degna in altri tempi dell’avito Palazzo di Città, ove, il capitano del popolo pure amministrava la giustizia !

    Nelle quattro pareti del vestibolo del Ginnasio, numerose le iscrizioni romane che in tutto sommano una trentina, e degne di nota, quelle due del cristianesimo nascente. Ricorda l’una, proveniente dalla primitiva chiesa intemeliense, i curatores aediuro sacrarum et operum publicorum, cioè quei magistrati incaricati di sorvegliare i templi e gli edifici pubblici: prezioso avanzo di iscrizione marmorea poscia usato nel medio evo come pietra sacra in qualche altare della cattedrale. Altro cimelio cristiano, proveniente dalla necropoli intemeliense, e quella iscrizione epistografa incastonata su cardini in un angolo, accanto alla porta che immette all’Aprosiana. Stupende le lettere maiuscole dell’epoca imperiale di questo titolo marmoreo di sepolcro, di forma pentagonale, che ricorda il nome della undicenne Maja Paterna, e porta nel rovescio, colle primitive sigle rituali: «In pace nisi per Dominum pax non praebetur», ai lati due rami di palma ed in alto, accostato da due ancore, il simbolo della croce.

    Il reparto destinato a Museo d’Antichità, racchiude nell’ampia vetrata e negli scaffali annessi numerosissimi oggetti provenienti dalla vetusta Intemelium e, tra l’altro rocchi di colonne, frammenti di capitelli, infinite anfore in terracotta e talune di vetro, urne, tegule, statuette di cotto, lucerne scritte e anepigrafi, patere in terra sigillata liscie ed infiorate, patere in vetro, opera figulina abbondante a principiare dagli embrici ad orlo rilevato sino alle grandi diote, lacrimatoi, unguentari, strigili, monili femminei, aghi crinali, ecc. ed un piccolo saggio del letto dello «ustrinum» scoperto nella necropoli. Pur quivi degne di attenzione le iscrizioni recentemente scoperte: quella dell’intemeliense gens Apronia (oggidì Aprosio) e quella di Lucio Salvie della tribù Aniense. E quel che più conquide, è la pregevolissima e rarissima patera in vetro trovata nel 1882, in un sepolcro dell’antica Intemelium, dichiarata dispersa dalla R. Sopraintendenza, e che lo scrivente seppe ritrovare nel 1921. Ha forma di un vaso incavato del diametro di circa 20 cm., e presenta sulla sua superficie esterna intagli e impronte che disegnano figure mirabili. Bella esecuzione del semidio Tritone: col capo cinto di diadema, il braccio destro proteso in atto di impugnare una lunga conca marina, da cui diparte un lambello che svolazza attorno, mentre colla sinistra sostiene una tazza. Guizzano intorno al Tritone, rappresentato con due gambe di toro, sulle cui estremità invece di zampe stanno due natatorie, quattro pesci dalla larga coda, con lunghe pinne dorsali e ventrali.

    Tale prezioso oggetto, dei primi secoli dell’era volgare, venne intagliato indubbiamente da qualche artista della Magna Grecia, mentre i figuli,  - e ve ne sono degli artistici !  - provengono dalle officine romane di Arezzo, e in massima da officine gallo cisalpine, o massiliensi. 

 

Civica Biblioteca

    L’APROSIANA, fu fondata verso il 1650, e fu la prima Biblioteca pubblica  - come scrisse il Tiraboschi  - che venisse aperta in Liguria. Ogni biblioteca che si regala al mondo, come ogni scuola che si apre, è un gradino verso la più pura e la più durevole dalle conquiste umane: la sapienza, che conduce alla verità. Con gravi dispendi e lunga operosità, il dotto secentista agostiniano Angelico Aprosio aveva messo insieme questa raccolta di libri e di varie discipline e in gran parte rarissimi e maturò l’idea, poco comune in quei tempi dovunque e al tutto nuova in Liguria, di renderli accessibili al pubblico, aprendo dapprima in Genova Ia sua biblioteca, quando le librerie e gli archivi non erano che proprietà di famiglie illustri, e non vi potevano ficcare il naso che i più illustri eruditi. Un breve del Pontefice Innocenze X°, in data 30 gennaio 1653, vietava di asportarne i libri sotto pena di scomunica !

    Ricca allora di ben 10.000 volumi con manoscritti e incunaboli della stampa,  collo scoppio della rivoluzione, nel 1797 dall’inviato della Repubblica Ligure P. Semini, veniva spogliata di opere pregevoli, alcune inedite, e della pregevolissima corrispondenza del suo Fondatore, che, in 40 volumi, manoscritti del peso di due kg. ciascuno, sono conservati religiosamente  - come le cose che nessuno si è mai sognato di leggere - la Biblioteca Universitaria di Genova. Passata in possesso del Comune (quasi dono del Governo Ligure), si trovava in ben povere condizioni: il generoso contributo del Commendator Tommaso Hanbury provvide nel 1900 al riordinamento da parte degli ex bibliotecari Mons. Callisto Amalberti e Comm. Prof. Girolamo Rossi. Nuova bufera l’attendeva ancora: quod non facerunt barbari facerunt barberini, e poco scrupolosi successivi bibliotecari lasciarono asportare bellissime opere e miniature, frontespizi ed alluminiature in oro, pergamene, ecc.

    Provvide in parte al nuovo restauro il prof. cav. Luigi Palmero e dal 1921 chi scrive che, aumentato notevolmente il numero dei volumi ha espressamente assicurato che la vecchia ed importante Biblioteca or resti aperta agli studiosi dalle 15 alle 18 di ogni giorno scolastico e dalle 9 alle 11 nei giorni festivi. A completamento dell’antico catalogo redatto dall’avv. cav. Antonio Ferrari, provvide con criterio moderno lo scrivente, redigendo apposito schedario.

    Per vivo interessamento del cav. prof. Luigi Torri, R. Soprintendente Bibliografico pel Piemonte e Liguria, il Ministero della P.I. erogò un sussidio straordinario per contribuire sopratutto alle spese occorrenti per la compilazione del nuovo catalogo e per l’acquisto di opere moderne.

    Ponderosissimi codici pergamenacei e cartacei di antica musica liturgica e, conservati in apposite buste, i diplomi accademici di Padre Angelico Aprosio, creato conte palatino e cavaliere aurato (18 ottobre 1649) e di Padre G.A. Gandolfo, il secondo direttore della importante biblioteca. Ben conservato il reparto M.R. cioè degli incunaboli e dei libri rari, occupante ben 15 palchetti, con una media ognuno di circa 24 opere.

    Materiale vario e di molteplici discipline nelle Opere teologiche, mediche, legali, astronomiche, storiche e letterarie, italiane, francesi, spagnole e tedesche, sia a stampa che manoscritte, dei primordi della stampa, a partire dal 1470. Belle aldine ed elzeviri, numerosi codici latini nelle primitive edizioni. E codici pergamenacei del XII secolo fanno bella mostra nello scaffale a vetri del reparto MS (manoscritti) ove ammiriamo pure un vetusto commento al  Canzoniere del Petrarca.

    Fu particolare cura dell’attuale direttore di intensificare il reparto Miscellanea Ligure, che racchiude nei due scaffali a vetri, già angusti per tanta mole, le opera di storia regionale.

 

Collezioni Archeologiche private

    Esiste pure in Ventimiglia, al N. 41 di via Garibaldi, una collezione privata di oggetti di antichità che è ora in possesso degli eredi del comm. prof. Girolamo Rossi, il quale l’aveva formata molto probabilmente, con l’intenzione di lasciarla poi all’Aprosiana. Come ben a proposito ebbe a scrivere la R. Soprintendenza, disgraziatamente essa è conservata con tanta gelosia dagli eredi, che è impossibile visitarla mentre si sa che contiene qualche oggetto di molto interesse.

    Sembrerebbe molto opportuno che l’Autorità tutoria vigilasse sulle collezioni in parola per far valere, all’occasione, l’interesse pubblico e per coadiuvare la Sopraintendenza nell’esigere, eventualmente l’osservanza delle limitazioni imposte al commercio degli oggetti d’antichità.

    Da via Garibaldi si scende sulla piazza della Cattedrale e, anziché ridiscendere per la via Falerina, già percorsa, convien proseguire per via al Capo, sino all’ampio terrazzo, altissimo, (costruito sul modello dei giardini pensili di Babilonia !) che ci offre un men nuovo, vasto e magnifico panorama.

    Lungo la via al Capo e prima di pervenire al terrazzo si scorge a sinistra una discesa che, passando accanto alla CHIESA DI SAN GIOVANNI (in una unica cripta eretta nell’abside l’anno 1692, si venera un antichissimo Crocifisso, che la tradizione dice rinvenuto alla spiaggia del mare e dei cui prodigi sosono piene le memorie del XVIII secolo), conduce alla grande carrozzabile della Cornice e in pochi minuti porta a Piazza Vittorio Emanuele, al Ponte Roia, a via Cavour.

    L’ingresso da noi fatto in città alta pel ponte Roia - da dove dal principio del XIX secolo è scomparsa l’antichissima porta, difesa da una torre imbertescata e da feritoie - ci ha fatto passare inavvertito che resta ancora intatta una porzioni della antica cinta di mura e delle porte divenuta ormai inutile ingombro, dopo che Ventimiglia ha cessato di essere città fortificata.

 

Il Santuario di N. S. delle Virtù

    Quasi sulla vetta di questa amena collina di Siestro, trovasi, scavata nella roccia il celebre Santuario della Madonna delle Virtù. Difeso da una sola parte del muro, è nell’insieme una meravigliosa grotta, capace di contenere più di 500 persone. Le pareti sono rocciose, ricoperte di ex-voti di argento, di varie tavolette nelle quali effigiati rimirasi gli operati prodigi. L’origine del Santuario in onore della Vergine Augustissima, rimonta alla fine del XV secolo. Ogni anno, nella seconda festa di Pasqua vi si reca processionalmente la confraternita di San Giovanni Battista col Santo Cristo miracoloso, che viene portato da un sacerdote scalzo e con stola, in ringraziamento per avere la S.S. Vergine delle Virtù davvero preservato la nostra Ventimiglia dalla terribile peste che nel 1657 infieriva in Liguria.

 

Il CONVENTO (Citta Bassa)

    Trae la sua origine dal Convento di Sant’Agostino, erettovi nel 1478 da Padre Giambattista Poggio e che fu soppresso per ordine della Repubblica Ligure del 1797, traendo così partito di appropriarsi di manoscritti e preziosi libri dell’Aprosiana, ivi aperta al pubblico.

    La Città bassa, dalle ampie strade, dai magnifici negozi, ebbe a svilupparsi solo dopo il 1871, allorquando si inaugurò la Stazione Ferroviaria.

 

Chiesa di Sant’Agostino

    Interessante opera d’architettura moderna, ricca di apparati, ci si presenta la Chiesa suburbana di Sant’Agostino. Sfogliando le pagine della storia di Ventimiglia troviamo che nel 1487 Mons. Alessando Fregoso, Vescovo di questa città, annuendo alle istanze di frate G.B. Poggio, Vicario generale dell’ordine Agostiniano, or ascritto fra i Beati, benedisse e posa la prima pietra del grandioso Convento della Consolazione. Così, fin d’allora questa chiesa, detta comunemente di Sant’Agostino, portò anche il titolo della Consolazione, essendo parte integrale di detto convento.

    Arricchita di arredi sacri dal Vescovo Carlo Visconti nel 1562, fu solennemente dedicata e consacrata da Mons. Francesco Galbiati, il 21 marzo 1567.

    Dalla sua fondazione sino all’epoca della Repubblica Ligure nel 1798, o fino al 1805, in cui passò alla Francia che la derubò delle molte argenterie, come ne avea derubato il Convento dei più pregevoli cimeli della Biblioteca Aprosiana, questa fu sempre offiziata dai frati eremiti di Sant’Agostino. Molte vicende in quel frattempo avevano turbato il governo civile, la prosperità e la pace di Ventimiglia. Pure la Chiesa della Consolazione o di Sant’Agostino, coi suoi frati, perseverò a raccogliere quotidianamente i rozzi pescatori che abitavano in umili case circostanti, dette Cabane, e i campagnoli di Siestro, dei Martinazzi e della Nervia, fino a che, il 28 Maggio 1858, fu eretta in Parrocchia.

    Un quadro, in forma ovale, che vedesi nell’altare dei Galleani, rappresenta Sant’Agostino seduto in cattedra. Nel centro, alla sua destra San Giovanni Battista ed alla sinistra Sant’Antonio Abate. Tale pittura è degna di particolare menzione pur non avendo inscrizione alcune che ne riveli la data o l’autore. A questo quadro accenna l’Alizieri (Storia pittorica dell’Italia, vol. V. p. 311), dicendo che per essere di bella fattura, viene comunemente attribuito a Ludovico anziché a Francesco Brea. I lavori di pittura e di decorazione moderna son opera del Prof. Luigi Morgari, che ha voluto ritrarre con mano provetta di artista geniale alcuni quadri della vita di Sant’Agostino, patrono del quartiere.

    Proseguendo la nostra gita lungo la via Cavour sino al Vallone San Secondo, inoltriamoci all’unica nostra meta archeologica, seguendo la linea tranviaria che percorre Corso Umberto I°. Nei dintorni del  deposito vicinissimo il Teatro Romano.

 

Il Teatro Romano

    Il Teatro di Albium Intemelium è oggi uno dei monumenti romani più completi ed importanti delle due Riviere della Liguria Italiana e di quelli delle finitime città, francesi di Frejus, di Antibo e di Cœmenelum (Cimiez). Il suo stato di conservazione è ottimo e da modo di raffigurarlo in molta parte qual originariamente era nella sua linea e nella sua struttura. Lo rivelò nel 1877 Girolamo Rossi, scoprendone in occasione di ricerche archeologiche ordinate dal Ministero della Pubblica Istruzione, un «parados» dell’ «orchestra» (platea) ed un tratto vicino della «cavea» (la gradinata) su cui sedevano gli spettatori. Ma buona parte dello scavo veniva poi, forse per protezione, di nuovo ricoperto. Gli scavi furono ripresi a cura della R. Soprintendenza delle antichità dal 1914 al 1918. Sotto l’autorevole direzione del Dr. Pietro Barocelli, ispettore del R. Museo di antichità di Torino.

    L’arena marina, portata dal vento ed arrestata dai ruderi aveva formata anche qui una duna che interamente li copriva e sulla quale prosperavano ulivi. A questa arena si deve la protezione dei ruderi nel corso dei secoli, e l’inalterato candore della gradinata e delle cornici in pietra della Turbia.

    Non tutto il monumento si poté scoprire: una grande casa privata da decenni ricopre la scena (sono visibili solo le fondamenta di una delle camere laterali o «paraskema» e piccola parte adiacente della «cavea»).

    A chi costrusse le fondamenta della casa di certo giovarono gli antichi avanzi, ma con quali scapiti ed ingiuria per il monumento e inutile dirsi. La spesa cui dovrebbe sottostare il Governo, per indennizzare il proprietario, sarebbe ora di tale rilievo che, non resta speranza alcuna di vederla decretata. Non sarà dunque possibile ridarvi l’antica scena, la sue dipendenze ed un settore della cavea, nonché l’intero ingresso est all’orchestra: è un danno gravissimo poiché, dal poco che ci fu dato vedere, si può giudicare di quello che sta sepolto.

    Durante l’Impero Romano, ad imitazione della metropoli anche molte piccole e città d’Italia e delle province possedettero un teatro. Quello di AlbiumIntentelium è tra i piccoli e di semplice costruzione: poteva contenere circa 700 persone. La scena del teatro intemeliense era inferiore ai cinque piedi, e permetteva quindi una piena visibilità anche a tutto un pubblico occupante l’orchestra.

    L’«orchestra» come nei teatri romani ed a differenza di quelli greci, è semicircolare; misura m. 21,15 di diametro. Ad essa, costruita ad un livello più basso del livello esterno, si accedeva direttamente per due «parodoi» presso le due estremità della scena: uno di essi, costrutto con semplicità ed una certa grandiosità di linee è oggi scoperto; l’altro; la cui esistenza per numerosi conforti pare certa, è oggi coperto dalla soprastante casa. Sopra i «parodoi» i «trbunalia» tribune cioè riservate agli spettatori di grado elevato. Ai medesimi erano anche riservati sedili mobili che si ponevano sul lastricato di pietra della Turbia (larghezza m. 1,50) girante nell’orchestra ai piedi della gradinata. Il resto dell’orchestra nel teatro intemeliense non era pavimentato: forse veniva ricoperto da assiti secondo gli spettacoli: recenti osservazioni fanno pensare che in età romana talora il coro agisse nell’orchestra. Da l’«orchestra» tre scalette di piccoli gradini tagliati nella gradinata una nel mezzo della cavea, le altre due alle estremità di essa (una di queste oggi coperta dalla casa) salivano al decimo gradino allargantesi in un «praecinetio» (corridoio). Così gli spettatori potevano distribuirsi nelle varie parti del teatro. All’esterno. intorno alla cavea, si vedono avanzi di tre larghe scale, di cui ancora sono in posto alcuni ampi gradini di pietra della Turbia. Due scale laterali conducevano gli spettatori alla «summa cavea» alla sezione superiore della gradinata (m. 6 circa). La scala centrale differente per costruzione dalle altre due, doveva avere una destinazione speciale che oggi ci sfugge. Largamente qui si esplicò l’opera demolitrice dell’uomo. Di decorazione artistica, oltre alle comici del «parados» scoperto, non rimangono che pezzi di altre cornici scolpite in pietra della Turbia, di nobili parti del Teatro già anticamente abbattute, ed una base di colonna, anch’essa spostata.

    Non si può escludere che, come in altri teatri romani, anche in questo corresse al sommo della cavea un portico, secondo le regole dell’architetto Vitruvio. I muri sono costruiti secondo l’uso dei Romani, nelle regioni in cui, come nella valle Padana. abbondano i ciottoli di alluvione fluviale: di solidissimo impasto cioè di calce con ciottoli, pietrame vario, anche piccoli cocci, rinforzato a determinata altezze da doppi strati di mattoni (i Romani eccellevano nella fabbricazione di laterizi) a traverso a tutto lo spessore del muro; le due fronti esterne, non intonacate, erano accuratamente e con bello effetto formate di ciottoli spaccati e sovrapposti in strati regolari di eguale altezza.

    Nessuna iscrizione ci indica quando precisamente il Teatro fu costruito: nulla sappiamo delle sue vicende; non andremmo forse molto lontano dal vero supponendolo edificato, come tanti altri, nel secondo secolo dopo Cristo.

    Che sia d’epoca piuttosto tarda, potrebbesi indurre dal fatto che i gradini, le soglie, si direbbero di freschissima costruzione; in tutto il teatro poi manca il logorio che suole lasciare la frequenza del popolo.

    A nord-est del Teatro è un notevole avanzo di arco o porta monumentale originariamente indipendente dal Teatro, anzi di costruzione anteriore. Venne poi annessa al Teatro in modo da chiudere un’area libera davanti alle dipendenze della scena e agli ingressi da quella parte. Forse il teatro occupò l’area di un antico Foro od altro spazio pubblico in cui l’accennato monumento era ornamento ed accesso.

    Altre costruzioni preesistenti erano state abbattute quando si costruì il teatro. Se ne vedono gli avanzi. Fra questi in vari luoghi tre tratti di una solida muraglia larga m. 2, di pietrame e calce, avanzi forse di un’antica cinta difensiva a sud della strada provinciale, incorporata nella casa colonica Parodi, è un tratto di diruta poderosa muraglia, lunga m. 10 circa, innalzantesi sopra terra da m. 2 a 3.50 ma senza dubbio profondamente interrata.

    Spessa m. 2 o poco più, è di solido pietrame e calce, con fronte di pietre squadrate di piccole dimensioni. Molto simile quindi, per quanto di più accurato rivestimento, ai tratti messi in luce presso il teatro. L’opinione che il rudere Parodi sia un tratto di cinta difensiva (solo scavo potrebbero farci conoscere se eravi o no anche il fosso), è confermato da G. Rossi, il quale potè seguirne tracce per circa 150 metri verso oriente, ritrovandovi anche - dove ora è il giardino della Clinica di alta chirurgia e ginecologia - una porta ad arco intero alta m. 3,30, larga m. 1,70, percorsa da una strada che metteva in comunicazione la città col mare.

    Albium Intemelium da Plinio il Vecchio è detta «oppidum»: doveva quindi avere una cinta di difesa. Questa doveva apparire necessaria ad «Augusta Praetoria» (Aosta) ad «Augusta Taurinorum» (Torino), ed altrove, ancora nell’età augustea durante le guerre e l’opera di pacificazione delle fiere popolazioni alpine.

    Ma allorché, il teatro fu costrutto regnava forse la pace nell’impero e i confini di esso erano lontani, al Reno ed al Danubio. Le mura di Albintimilium poterono sicuramente essere abbattute e modificate. Varie ipotesi sono possibili.

 

La Necropoli

    Albium Intemelium, come tutte le città romane, doveva avere, per l’antica legge, i suoi sepolcri fuori della città. Non si sa se li avesse tutti raccolti in una sola zona o sparsi da varie parti. Sinora non se ne scoprirono che a ponente del teatro, in un ampio spazio di cui non è possibile determinare i limiti se non approssimativamente. Incominciando dal teatro si estendeva verso ovest circa 300 metri a nord raggiungeva le falde della collina; a sud oltrepassava la odierna strada provinciale. Lo spazio, con era stato occupato fittamente dalle sepolture anche quando, colla decadenza della città, il luogo venne abbandonato, restavano aree libere per lo più raccolte in gruppi.

    L’ampiezza della zona occupata dai sepolcri e la profondità del piano antico sotto l’odierno non permisero sinora che parziali esplorazioni ristrette ai punti dove imminenti lavori ferroviari le rendevano indifferibili.

    Alcuni recinti sepolcrali furono ciò che di più caratteristico fu dato di scoprire. Girolamo Rossi aveva riconosciuto in essi «camere funerarie». Gli scavi recenti fecero luce su queste singolari costruzioni entro cui si accendevano i roghi e si seppelliva. Il tracciato dei recinti era rettangolare: le dimensioni varie (m. 2,55 x 2,80. 7x3, ecc.) muri di piccole pietre esternamente a ciottoli e spaccati in ordini regolari, talora con intonaco, facciata terminata a cuspide; nessuna apertura nei muri. Nel recinto non si poteva entrare se non superando il muro con un dosso intonacato e liscio: esternamente nessun appiglio nel muro per la scalata del recinto; internamente, talvolta, ad una certa altezza una breve lastra di pietra sporgente dal muro su cui posare il piede. Altezza del recinto senza la cuspide da m.1,25 a circa 2 m.

    I recinti dovevano essere ordinariamente proprietà di famiglie o di consorzi. Le tombe erano nell’interno dei recinti, preferibilmente disposte ai piedi dei muri talvolta a differenti livelli, ma sempre a poca profondità. Il terreno vi era da ogni parte grasso e nericcio, sparso di carboni, frammenti di ossa e di fittili, chiodi rituali di ferro e di bronzo. Numerosi i gusci di chiocciola, avanzi probabili di pasti funebri. Dal punto di vista archeologico presentano particolarmente interesse queste estrazioni in cui non si ha altro esempio altrove: recinti piuttosto bassi, senza coperture, nei quali tutto il rito funebre aveva compimento e che nel loro apparato modesto e senza pretese architettoniche offrivano tuttavia sufficiente riparo per sottrarre al piede profano i combusti avanzi che vi rimanevano accolti.

    Un pozzetto poco profondo contenente la suppellettile funebre e le ossa cremate del defunto è tipo più comune di sepoltura nei recinti e fuori. Le ossa raccolte in un’urna, per lo più sottile, erano frequentemente deposte nel pozzetto entro un vaso di maggiori dimensioni (anfora o dolio). Talora la protezione era laterizia. Fuori dei recinti si scoprirono anche non poche tombe isolate, talune di carattere monumentale. Venne pure in luce un vasto «ustrino» per l’accensione di roghi in comune.

    Ad Albium Intemelium nell’antica età imperiale il rito funebre fu quasi esclusivamente quello dell’incinerazione. L’antico rito ligure dell’inumazione era stato abbandonato per seguire, il costume romano. Come a Roma ed altrove anche qui l’inumazione cominciò a comparire nel II secolo e scavi casuali misero in luce adorni sarcofaghi marmorei che pur andavano dispersi come molti altri oggetti usciti dell’area dei sepolcri prima degli scavi  sistematici del 1914 e 1918. Anche da questi ultimi scavi si ebbe qualche iscrizione, qualche marmo, e copia di oggetti metallici, fittili o di vetro. Di regola il corredo funebre comprendeva, oltre oggetti particolarmente cari al defunto, i vasi bisognevoli per una mensa.

    Si trovarono numerosi i vasi che oggi si dicono di terra sigillata. Sono di terracotta finissima con una bella vernice rossa, e sovente hanno ornati in rilievo. Alcuni dei vasi raccolti, ora conservati a cura dello scrivente nel Civico Museo di Ventimiglia, provengono da celebri officine di Arezzo, ma la maggior parte da officine galliche-transalpine. Queste, dalla metà del l° secolo dopo Cristo in poi, avevano a poco a poco surrogati anche su molti mercati d’Italia i propri prodotti, meno fini, a quelli delle officine di Arezzo ormai in decadenza.

    Questi vasi, per la loro convenienza, e i bolli di fabbrica, sono di particolare interesse archeologico e forniscono elementi per lo studio di sepolcri di età romana.

 

Scavi a Nord del Teatro

    In una zona immediatamente a nord del Teatro, ove dovevano condursi nel 1914 nuovi binari della ferrovia, si fecero nuovi saggi che ebbero per risultato la scoperta di una fontana monumentale e di avanzi di abitazioni private: eseguiti gli opportuni rilievi, si dovette ricoprire ed occupare tal zona.

 

Mosaico Romano

    Scoperto nel gennaio 1852 dall’emerito prof. Girolamo Rossi, misurava un rettangolo della lunghezza di m. 2,50, che partendo da una lista di lapillo nero, seguita da una fascia bianca, per mezzo di una terza zona nera, contornava un fregio composto di tanti triangoli, per mezzo dei quali si disegnava l’opera delle quattro stagioni in diversi quadri-lunghi con arabeschi e trecce colorate di bianco, celeste e giallo. Rimandiamo il lettore a leggere la descrizione particolareggiata di questo peregrino disegno richiamando l’articolo dello stesso Rossi inserto nel fascicolo del 24 giugno 1864 della «Illustrazione Universale» di Milano.

    «Incomincia esso con una lista di lapillo nero di 2 cm. Ne segue una seconda nera che viene a contornare un fregio composto di tanti triangoli, toccando il vertice del primo triangolo la base al mezzo del secondo volti per lungo. Una terza lista gira in vari quadri lunghi della larghezza di 25 cm. entro ai quali in mezzo a due piccole liste bianche gira attorno un rabesco, specie di treccia, con piccole zone, ripetutamente colorate di bianco, celeste e giallo, di bella, e dolce armonia ed in mezzo a questo in fondo bianco evvi una specie di rosone, pur di varie tinte, cioè di nero, bianco, rosso, celeste, giallo e cenerino saggiamente combinati. Nel mezzo del grande spartito è disegnato una stella di 47 cm. di diametro con otto rombi, composti di liste bianche in fondo nero, dal centro della quale si partono diametralmente, otto raggi a liste nere; dalla direziono dalle medesime resta divisa l’opera con una regolarità singolare. Ad una ugual distanza di questa stella, ve ne sono altre otto in tutto consimili, che appoggiano i loro centri sui lati di un quadro perfetto, si volgono tre per tre intorno alle medesime. Nei differenti riguardi che nascono dal meraviglioso gioco di questa stele, ve ne sono quattro maggiori, larghe 52 cm., che ognuno considerato isolatamente, si trovava in mezzo a quattro stelle delle quali i lati degli angoli rientranti toccano i lati del quadrato esterno. In mezzo ai lati del quadrato in senso opposto, vi sono a contatto altri piccoli quadrati di 25 cm. per lato, nei due di fianco vi è segnato a piccole zone colorate di giallo scuro celeste, grigio e nero in fondo bianco il così detto nodo gordiano, in quelli del lato superiore od inferiore dal giuoco di quattro semicerchi, facendo centro nel mezzo della linea di ogni Iato dal proprio quadrato viene a descrivere quattro superficie bilinéèe di fondo bianco, specie di croce greca. Ad ognuno poi, dei quadrati maggiori, in mezzo a due liste bianche, gira all’intorno un rabesco colorato, specie di treccia, simile in tutto a quei di sopra narrato. E in mezzo a ciascuno di questi quadrati dopo un rabesco entro una lista nera vi è un quadrato, ove in fondo viene mirabilmente raffigurato in minutissimo lapillo, colorito carnagione, un busto rappresentante per ordine le quattro stagioni. L’inverno tiene avvolta la testa in un drappo celeste che con bei garbo gli discende dal lato sinistro a ricoprire il collo e il petto e dalle spalle esce in alto una specie di palma o alga, che sia, quasi più per indicare che esso non è privo di vegetazione. Si trova nel secondo quadretto la primavera e, come stagione di fiori amica, è inghirlandata di fiori di diverse specie e colori, un largo nastro roseo lacca le discende dalla tempia sinistra scherzosamente fra l’omero ed il petto. Segue nell’altro quadro opposto l’estate, voltato alquanto verso il centro, con vari mazzetti di spighe in testa per lo più gialle; vi ha qualche spiga verde con qualche fioretto roseo, specie di papavero campestre, che artisticamente rompe quella monotonia gialliccia. Due nastri similmente gli discendono dietro l’occipite verso le spalle, di un roseo che tira all’arancio. Viene poi ultimo l’autunno, giovane figura rubiconda e maschile, coronata di fiori rossi e verdastri con foglie verdi e giallicce, ove si potrebbe ravvisare ancora qualche ramoscello di uva».

    Chi lo crederebbe ? Un così raro e stupendo lavoro artistico, dopo aver sorpassato incolume tanti secoli, doveva nel XIX secolo rivedere la luce per essere in un batter d’occhio distrutto. Solo una di dette figure poté essere incastonata nella sontuosa abitazione del Comm. sir T. Hanbury.

    Si può facilmente affermare che la ligure Intemelium, simile a tutte le città italiche, fondata con rito religioso, era dvisa in quattro parti eguali, tagliata dal Decumano, che movendo da oriente andava a mettere ad occidente nella «Via dei Sepolcri» e dal Cardo che, partendo dalla parte del mare, faceva capo al teatro. Fronteggiavano il teatro a Mezzogiorno le «Terme» scoperte nell’aprile 1897: due absidi del «Tepiarium» il vasto «Fumarium».

    Tubi di cotto e di piombo e due pavimenti a mosaico furono il frutto di ricerche felicemente condotte. Le «Terme» furono riconosciute in alcuni ruderi quasi di fronte al teatro, oramai rasi al suolo: ne ornava una delle sale un fine pavimento a mosaico a tasselli bianchi e neri raffiguranti la leggenda di Arione salvato dal delfino.

    I resti di un condotto per acqua potabile si scorgevano provenire dal vicino Seborrino; nell’aprirsi una breccia presso la ferrovia, veniva scoperto un tratta di strada romana lastricata a poligoni.

 

La dispersione delle ruine

    Ad ovest del teatro si estendeva la vasta Necropoli. Scavi praticati nel 1914-18, nell’imminenza, anche qui, di lavori ferroviari che dovevano occupare tutta la zona e che resero necessario il riempimento delle trincée esplorative misero in luce oltre 143 tombe e molti oggetti, specialmente fittili, di particolare interesse. Quanto a cose artistiche si scoprì un antico busto marmoreo di pregevole lavoro e la celebre iscrizione di Bassus: l’intemeliense Marco Emilio Bassus che fu tra l’altro, sotto l’imperatore Adriano, epistratega di Pelusio e della Tebaide vale a dire supremo magistrato di due delle tre grandi circoscrizioni in cui era diviso l’Egitto, e pure procuratore per la provincia di Giudea.

    è un vero schianto, se si pensa allo sperpero alle sottrazioni di occhiuti ricettatori, poiché così scarso non era il tesoro di iscrizioni cavate dai marmi, dalle monete, dai sepolcri, dai cippi miliari ! Vasi ed urne di vetro, bolle d’oro, nummi, medaglie, statuette di cotto, lucerne scritte ed anepigrafi, opera figulina di embrici ad orlo rilevato alle grandi diote, patere, lacrimatoi unguentari, strigili, coltelli, daghe, lancie, cultri lunati, ciste, fibule, collane, anelli e tutto quanto custodiva il cosmo muliebre, con capitelli e colonne antefisse, e bassorilievi ed altre opere andarono irrimediabilmente perdute !

    Alcune delle più pregevoli epigrafi romane, delle quali solo in parte potè lo scrivente dare una silloge nel suo vasto «Corpus Inscriptionum Intimiliarum» non avrebbero dovute prendere la via di Tortona e poscia del Canada, ne altre passare ai musei di Mentone, di Avignone, a musei tedeschi e particolarmente a quelli di Bonn !

    Nell’età barbarica, fra i detriti delle ruine e nella sabbia che già aveva cominciato a coprire i monumenti funerarii intemeliensi, vennero deposti cadaveri senza suppellettili e senza protezione alcuna o coperti soltanto con pezzi di tegole. Così anche nelle prime sabbie che coprirono il teatro. Queste sepolture dimostrano che pur negli ultimi tempi dell’Impero e durante le invasioni barbariche qualche cosa della città nel piano della Nervia era rimasto. L’abbandono del piano di Asse per la Costa sulla destra del Roia è un fatto che senza parlare di altre ragioni, ha riscontri parecchi in Liguria. Fecero lo stesso ad esempio gli abitanti della pur vicina «Alba Docilia» (Albissola) che lasciarono la pianura lungo il mare, per le vicine pendici montane. Le nuove condizioni politiche e sociali e le minacce esterne spopolavano ed immiserivano le città marittime indifese.

    Quando, morto Alarico, i Goti si diressero alle Gallie, sembra percorressero la via marittima. Ad Albenga è vivente la tradizione del loro passaggio; una lapide vi celebra il restauratore Costanzo. La stessa procella ebbe a rovesciarsi anche su Albium Intemelium. Vennero poscia le piraterie dei Vandali, le incursioni dei Franchi e le gravissime devastazioni del re longobardo «Rotari» (641). Sopravvenne infine e durò a lungo il flagello dei Saraceni, che nel finitimo Frassineto avevano fondato la loro base di azione contro le coste liguri e che di là disertarono le Alpi Marittime e, risalendo la Valle del Roia, penetrarono in Piemonte. Nel loro passaggio non risparmiarono certamente la nuova Albintimilium, Avintimilio, Vintimiliae e anche Vigintimiglia, forme onomastiche di passaggio documentale sin dall’alto medioevo. L’ultima risente evidentemente di un supposto significato etimologico entrato nella coscienza popolare degli Intemelii di cui si era dimenticato persino il nome.

    Molto resterebbe ad esplorare nella zona archeologica di Albium Intemelium. Nulla sappiamo sinora dell’estensione, non certo grande, dalla città: nessuna traccia si è scoperta ne di una basilica, ne di un Foro, ne di un tempio.

    In una città romana difficilmente potevano mancare. Se corrispondevano al poco che sinora è venuto in luce, non dovevano essere privi di ogni carattere di eleganza a di lusso. Albium Intemelium per la sua posizione sulla costa tirrenica, allo sbocco di una valle alpina importante avrebbe potuto forse arricchirsi coi traffici marittimi se avesse avuto un «porto» in piena efficienza. Di esso manca ogni notizia ed ogni vestigia archeologica. Ne lo sbocco del Roia ne quello della Nervia si prestano per ancoraggio.

 

    Variabilissime sbarre di foce chiudono i due sbocchi, o come li chiudono oggi, probabilmente li chiudevano nell’antichità: senza grandi lavori essi non avrebbero potuto giovare per un porto importante. Sulla riva destra dal Roia, sotto Ventimiglia medioevale, pare che in qualche epoca avvenissero approdi, ma è difficile che mai potesse trattarsi di grosse navi da carico.

Nella Riviera di Ponente che pur diede a Roma soldati di merito, magistrati e anche chi resse l’impero, non si ebbe mai che un pallido riflesso delle ricchezze e del fasto della lontana metropoli. Albintimilium servì Roma, ne imitò i costumi, ne godette i privilegi, ma non conobbe la opulenza. Essa rimase, fin che l’astro di Roma non tramontò, una tranquilla città di provincia,  con magistrati propri che la amministravano, colle sue Terme e col suo Teatro, in cui tutta la cittadinanza trovava modesti centri di riunione e di svago.

    Le grandi ricchezze accumulate od i piaceri del lusso qui forse mancavano, ma non sono questi che rendono felici un popolo ! Al contrario lo corrompono e ne preparano la rovina.

 Torre Ruffini, in Siestro

I Dintorni

    IL RIFUGIO di Giovanni Ruffini. Sulla sinistra del Roia s’erge l’amena e deliziosa collina di Siestro. Bagnata ai piedi del fiume e rivestita dal verde cupo del secolare ulivo e dal verde tenero dei vigneti e di limoni, è qua e là sparsa di signorili dimore estive e smaltata di rosai variopinti che imbalsamano l’aere di olezzanti profumi. I «magnifici»,  come si chiamavano nel buon tempo antico, quivi avevano le loro abitazioni estive foggiata a mo’ di torre e munite di ponte levatoio ; e ciò per difendersi dalle improvvise incursioni dei Barbareschi, i quali per tanti secoli infestarono la nostra Riviera, mettendola a sacco e traendone schiavi gli abitanti. La torre dei Biancheri or denominata la «Torre del Ruffini», s’era resa celebre sin dal XVII secolo; cara piuttosto ad Apollo che a Marte, la si potrebbe chiamare la torre dei letterati. Paolo Agostino Aprosio, uno dei primi proprietari, un letterato del Seicento, dottore in leggi e accademico Apatista di Firenze vi aveva composto nel 1673, nella quiete de la campagna, un trattatello morale intitolato «La strage dei vizi capitai colle virtù opposte». Nell’aprile 1838, la polizia sarda aveva scoperto le file della ben vasta cospirazione mazziniana, nel maggio, la polizia infieriva e quelli che potevano cercavano scampo nella fuga.  Giovanni Ruffini, l’autore di «Lorenzo Benoni», «primo anello di una catena d’oro», come lo definì il De Amicis, dovette risolversi a quella drammatica fuga in Francia così meravigliosamente descritta negli ultimi capitoli del suo romanzo. È noto che il merito di aver salvato il Ruffini spetta ad Andrea Biancheri, padre del defunto Presidente della Camera Italiana. Li fu condotto il fuggiasco, in quella torre isolata, nella collina: v’era accanto una catapecchia che serviva di fienile e tre piccole stanzucce sopraposte l’una all’altra e legate tra loro da una piccola scala a chiocciola. La stanza che occupò il Ruffini formava tutto il pianterreno, è buio ed era allora semplicemente arredata da un letto, un tavolino e qualche sedia. Nella cameretta superiore, grande come la prima si aprono dui piccole finestre, su cui si gode tutto il panorama di Ventimiglia, dal promontorio al forte S. Paolo. Giù in basso scorre il Roia, e si estendeva allora una pianura paludosa e malsana, irta di canneti appunto dove ora si vedono la stazione internazionale e la città nuova. Di fronte è l’ampia distesa del mare azzurro e luminoso. La v’era la prima attuazione del gran segno di «Fantasio» l’ostinato idealista eccitatore di ardentissimi entusiasmi, l’idolo di giovani anelanti a libertà, dei generosi sognatori di quel periodo romantico della rivoluzione italiana.