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Parlà  sccétu

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L'Arcobaleno dialettale

Qualche risposta ad una domanda “inquietante” e un piccolo

giro  d’orizzonte nel dominio delle lingue romanze e dei dialetti

                                                                                           di Renzo VILLA - 1988

    «Come si dice arcobaleno in dialetto ?», questa è la domanda che, da anni, molti cittadini si pongono con curiosità e interesse. Già, come si dice ? Beh, intanto abbiamo qui in zona due testimonianze autorevoli: quella di Emilio Azaretti, secondo il quale si dice arcuincé, e quella di don Guido Pastor, esperto dei dialetti dell’alta Valle Nervia, nei quali la parola esiste come arcu d’u sù.

    Ma, detto questo, bisogna subito aggiungere che alcune persone anziane interpellate in proposito (e, per anziane, si intende sui novant’anni e oltre) non hanno saputo dare una risposta alla fatidica domanda.

    Per cui (fermo restando che l’arcobaleno un nome in dialetto doveva certamente averlo come tutte le altre cose) si può avanzare l’ipotesi che, essendo esso un fenomeno assai raro, il termine corrispondente venisse usato altrettanto raramente e quindi, nella crisi attuale del dialetto, che però ha origini lontane, l’arcobaleno sia caduto nell’oblio prima di altre parole.

    E, a prova di ciò, sta il fatto che, nel ricchissimo Dizionario Sanremasco-Italiano di Pio Carli, il noto cultore del dialetto matuziano giunto felicemente alla sua 95a primavera, il termine dialettale dell’arcobaleno non c’è, come annotava Gino Guglielmi in un articolo intitolato «Come si dice arcobaleno nel nostro giargun”» apparso su L’Eco della Riviera dell’11 marzo 1984. Nello stesso articolo, Guglielmi assicurava che l’arcobaleno, in sanremasco, viene detto ercun e che tale voce è ancora viva in alcune località dell’entroterra.

    A questo punto, è forse interessante fare un giro d’orizzonte (trattandosi di arcobaleni la cosa è quasi d’obbligo ...) per vedere come questo stupendo spettacolo della natura viene chiamato nelle varie lingue romanze e nei dialetti.

    Intanto, dobbiamo premettere che, in latino, esistevano due forme: arcus e cœlestis arcus diventate poi nell’italiano antico arco (Dante) e arco celeste (Petrarca), come si rileva nel Dizionario Etimologico della lingua italiana Zanichelli di Cortelazzo-Zoli. In francese si ha, invece, arc-en-cel, già attestato nel XIII secolo (Dictionnaire Etymologique du francais, Robert) e, in spagnolo, arco iris e arco del cielo che diventa arc de San Martin in catalano e che ritroviamo nel nizzardo arc de San Martin (Compain, Glossaire nicois).

    Quanto al provenzale, Mistral riporta numerose varietà nel suo Tresor dou Felibrige fra le quali, oltre al già ricordato arc-de-sant-Martinarc-de-sedo “arco di seta”, pont-de-sant-Bernatarcanoridiano.

    Per quanto riguarda il piemontese, sia il Gran Dizionario del Sant’Albino che il Brero riportano la voce arcansiel.

    La voce genovese che si trova nel Casaccia è arcobalen, ma nel Vocabolario delle parlate liguri (Vol. 1°, pag. 25) sono indicate alcune varietà dei dialetti del Ponente tutte affini all’arcuincé citato all’inizio. Per la Liguria orientale, il Plomteux ha raccolto arku e erku presenti nello spezzino nella forma arco.

    Ed ora, restringendo il campo d’indagine e venendo alle parlate dei nostri dintorni, abbiamo il mentonasco arch-balen (Andrews), il monegasco arcu’ncelu (Frolla), arku - arka syel (Arveiller) e il brigasco pedéràrch (r ni d’aigùra n° 4, luglio-dicembre 1985).

    Il nostro giro d’orizzonte si ferma qui, ma la ricerca è tutt’altro che completa e le pagine della “Voce” restano naturalmente aperte a chi avesse da segnalare eventuali altre forme ancora vitali o usate in passato nella Zona Intemelia e dintorni.

* * *

    Ed ora, prima di concludere, una breve nota etnografica sull’arcobaleno presso i nostri antenati. Il primo dei «Racconti» di George MacDonaId (pubblicati a cura di Giorgio Spina dall’Editore Managò nel 1987) e intitolato «La chiave d’oro» inizia così: «C’era un bambino che tutte le sere, al crepuscolo, andava a sedersi accanto alla vecchia zia per ascoltare le favole. Ogni tanto la donna gli diceva che se avesse potuto raggiungere il luogo dove l’arcobaleno si alza da terra, vi avrebbe trovato la chiave d’oro».

    Anche dalle nostre parti si diceva la stessa cosa ai bambini, quando l’arcobaleno appariva nel cielo: «Corri, là dove nasce, e vi troverai una pentola piena di monete d’oro».

    Non soltanto, ma i nostri contadini erano soliti osservare attentamente i colori dell’arcobaleno per trame delle previsioni sull’andamento della campagna.

    Se, ad esempio, prevaleva il rosso, l’annata sarebbe stata buona per il vino mentre una prevalenza del giallo denotava un buon raccolto di grano e, del verde, un’annata favorevole per i foraggi.

                                                                                                                  LA VOCE INTEMELIA anno XLIII n. 9  -  settembre 1988

 


Etimologia

CÙITA:  DEVERBALE DI COITARE

                                                                                                                                                Luigino MACCARIO

    In ventemigliusu la “premura”, intesa come “fretta”, è cùita, che deriva da COITARE, un deverbale di COEO - COEIS - COÌI (COIVI) – COITUM – COIRE : “unirsi”, “radunarsi”, “accoppiarsi”. Essendo stato verbo frequentativo di ANDARE, assumerebbe il significato di ANDARE a COIRE, determinando per la glossa cuita  il concetto di “fretta di andare ad unirsi”.

    Sulla pur accurata “EVOLUZIONE DEI DIALETTI LIGURI, attraverso la grammatica storica del ventimigliese”, del dottor Emilio Azaretti, pubblicata da Casabianca – Sanremo, nel 1982; un banale refuso dava “cùita” derivato da COCTARE, che pare inesistente fra i frequentativi e quindi, persino fra i deverbali; impedendo una qualsiasi evoluzione nella ricerca.

    Sorge il sospetto che “intu nostru parlà”, i lemmi affini alla fretta, in buona parte, sono stati ispirati al coito; giacché, l’amico Scroi, l’autore bordigotto Franco Zoccoli, ci assicura del fatto che il termine descciulàsse, palesato come “sollecitare, disimpegnare”, derivi dalla richiesta rivolta ad una coppia di cani, da troppo tempo congiunta, intenta a “ciulà”, perché interrompesse in fretta quella poco edificante situazione. 

                                                                          LA VOCE INTEMELIA  anno LXVI n. 5  -  maggio 2011 

 


Etimologia

BUTU:  BALZO  E  SCOPO

                                                                                                                                       Luigino MACCARIO

    Nel dialetto intemelio il termine BUTU assume il significato di «balzo», detto per oggetto elastico, adatto a balzare.

    Nella nomenclatura del tradizionale gioco de “u balun” - la palla a pugno o pallone elastico dei nostri giorni - “u butu” è il balzo che la palla compie: prima o dopo essere stata colpita dai difensori.

    “Au primu o au segundu butu”, nel regolamento di quel gioco, sono sostanziali differenze per determinare “a cacia” ed il punteggio successivo.

    Presumibilmente, BUTU deriva dal franco-provenzale BUT che nel francese di oggi assume i significati di: scopo, meta, fine, intento; oppure di: mira, segno, bersaglio; come nel gioco del calcio di: punto, rete, porta; mentre nella palla ovale significa: meta trasformata.

    Sono significati legati al gioco della palla, ma ben lontani dal nastrano “balzo”.

    In italiano, Cortelazzo e Zoli danno al termine BALZO il significato di: salto di un corpo elastico dopo aver picchiato in terra; come quello di: movimento improvviso; mentre fanno derivare il termine dal latino parlato “balteare”, un denominale di “baltea”: BALZA, nel senso di “dirupo”.

    Bisogna riferirsi al sostantivo femminile francese: BUTTE, il cui sostantivo maschile è appunto BUT, per trovare anche in quella lingua il significato di “balza”. Infatti, nel francese BUTTE è sinonimo di MOTTE o MUTTE; per cui il Ghiotti da la definizione di: monticello, collinetta, tumolo, terrapieno del bersaglio; dal quale deriva META: bersaglio verso il quale gli arcieri indirizzano le loro frecce, come nell’italiano attuale: il punto nel gioco della palla ovale. Vi deriva anche MUTA: collinetta, luogo di raduno, antica assemblea legale.

    Se nell’antichità i tumuli o le collinette erano sedi di raduni legali si avrebbe: Tumulo - Motta - Mèta - Butte - But.     Riccardo Petitti arriva a supporre che un tempo lontano «le but était la butte», cioè lo scopo, il bersaglio della propria azione era la collinetta o il tumulo.

    Nel nostro dialetto del “balun “, il “butu”, in quanto balzo, è sempre stato lo scopo del giocatore di pallone elastico.

                                                                                  LA VOCE INTEMELIA anno XLVII n. 9 - settembre 1992 

 

Etimologia

A  CIAPA

                                                                                                                                  Luigino MACCARIO

    Nel medioevo la «Chiappa» era una lastra granitica, attrezzata a berlina, sulla quale si culattava il debitore insolvibile.

   Da quell'usanza ci viene tramandata la bassa frase: «dare il deretano in chiappa», per intendere «far bancarotta». Lo storico Girolamo Rossi, nel suo Glossario, riporta un documento tratto dagli Statuti Albingane, del 1519: Sit in electìone ulfrum sine aliqua sollemnitate cedat bonis, vel ter det de podice super clapam sancti Michaelis, ante ostium magnum in platea communis, coram populo, sono campane et cornu, congregato.

    La «Clapa», detta anche «Chiapa» - che nel nostro dialetto è ricordata come Ciapa - dava significato alla lastra d'ardesia o di pietra, ma indicava pure il luogo dove si vendevano i pesci.

    Negli statuti di Albenga, del 1288, venivano prospettate punizioni per i pescatori che non avessero portato a vendere i pesci «ad clapam».

    In quelli di Nizza, del 1784, si recita: «La vendita del pesce si farà avanti e sotto i portici del pubblico terrazzo, nel luogo che dicesi la chiappa».

    A Ventimiglia la «ciapa» era - con tutta probabilità - posta in un luogo ora coperto dalla scalinata monumentale del Monastero delle Lateranensi, che nel XVII secolo era ancora il luogo dove giacevano le rovine del castello contile.

    Nello stesso secolo la forzosa vendita del pesce sulla Chiappa ventimigliese ha dato vita alla protesta, finita con la separazione degli Otto Luoghi, da Ventimiglia capoluogo.

                                                                                            LA VOCE INTEMELIA anno XLIX n. 1  - gennaio 1994 

Etimologia

ASTRÀCU  E  CANIÖ

                                                                                                                                    Luigino MACCARIO

    A partire dall’autunno, le mareggiate di “rebòssu”, quelle tempeste di mare, caratterizzate da ondate lunghe e potenti; oltre a spostare grandi quantità di ghiaia, lungo le spiagge, vi depositano anche copiosi residui d’alga, che tracciano il segno per quanto è stata potente la mareggiata, nel corso della notte.

    Sparsi tra gli arabeschi scuri disegnati dalle “àreghe” in macerazione, spuntano evidenti piccoli pezzetti di legno, qualche ramo d’albero, persino pesanti tronchi, attorniati dai numerosi rizomi di canna palustre; tutto materiale rilasciato dai corsi d’acqua in piena.

    In generale, l’insieme di legname e rizomi viene individuato col nome di “astràchi”, mentre in particolare, il rizoma di canna è detto “caniö”. L’astràcu è dunque un qualunque materiale trascinato dalle acque sui nostri lidi; per conseguenza: in astràcu è venuto a definire l’individuo, di dubbia provenienza, spinto tra noi dalle vicissitudini.

    In sostegno al decoro delle spiagge, nei giorni successivi al maltempo, non manca mai chi si appresta a recuperare quel combustibile gratuito, che opportunamente seccato offrirà una alternativa ai costosi bruciabili moderni; ma, la gratuità della raccolta per gli “astràchi” non è sempre stata in vigore.

    Nel settembre del 1519, un’improvvisa alluvione del Fiume Roia, che distrusse parte del ponte, aveva condotto una tale quantità di legname sulle spiagge da poterne caricare due grosse navi. Il Priore del Consiglio cittadino pensò di vendere il legname all’incanto, mentre il Capitanio Serravalle sosteneva la spettanza del materiale al Banco di San Giorgio. Venne mandato a Genova, Francesco Balauco a perorare la causa della città. La vendita venne condotta tanto in fretta che di 200 scudi che si sarebbero potuti ricavare ci si accontentò di una sessantina.

                                                                                           LA VOCE INTEMELIA anno LXVI  n. 1  - gennaio 2011