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“U BÀRCARU” È LA VIOLACIOCCA

                                                                                                                                           di Luigino Maccario 

      Chiamata anche “cheiranto”, dall’arabo “khiri”, la “violaciocca” in inglese è “wallflower”. Nel nostro settentrione, “ciocca” potrebbe derivare da “campana”, ma più genericamente indicherebbe “un gruppetto, un ciuffo di cose uguali”, riscontrabile nell’aspetto di quella pianta erbacea, che assume vaghe caratteristiche di viola, nella propria spiga fiorita.

     La “violaciocca” è conosciuta dai floricoltori intemeli come: bàrcaru. A San Remo è: bàracu o sbârcanu e nel savonese bàrcanu; ma, a Genova fa: bàico o sbârcanu. In provenzale bàicu.

      Ebbene, Emilio Azaretti nella sua “Etimologia delle parlate liguri” ci dice come il nostro “bàrcaru” potrebbe derivare da un pseudosuffisso in –anu trasformato in –ru. Contenendo una postonica finale, dal tardo latino in U, ma essendo un sostantivo proparossitono ha seguito il ripristino del –ru finale, ricalcato sul plurale in –ri.

      Quindi, la violaciocca potrebbe appoggiarsi all’antico ligure ponentino “sbârcanu”, per il quale è arduo avanzare qualsiasi etimo di riferimento.

     Tra le numerose varietà di violaciocca, intestate a porzioni locali, contiamo: la piemontese, la provenzale, la alpina. Hanno tutte un bel fusto cilindrico e rigido, di colore verde scuro; mentre sul territorio intemelio è caratterizzata da un rigoglioso gambo che assume però un colore giallastro, dal quale gli deriva il titolo di “bàrcaru merda seca”.

     La violaciocca produce una grossa radice che scende in verticale e che produce tante radici secondarie che a loro volta producono migliaia di radici capillari. Seminata in gennaio su un terreno calpestato, riesce a dissodarlo e renderlo perfetto per una qualsivoglia semina, avendo l’avvertenza di non lasciar formare i nuovi semi, estirpandola nel periodo di maggio-giugno. La terra smossa e l’ossigenazione del vostro terreno saranno perfetti.

                                                                                                    LA VOCE INTEMELIA anno LXXV n. 3 - marzo 2020

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Speglièti  o  barìcule  =  occhiali

 

      In ventemigliusu, per definire la montatura che sostiene due lenti oculari, adatte a correggere la vista poggiando sul naso, si usano due glosse: “spegliéti” e “barìcule”, che hanno la medesima accezione, ma provenienze dissimili.

     Nel genovesato il termine usato è spegetti, muovendo dal significato di piccoli specchi, giacché le lenti conseguivano l'identica molatura riservata alla realizzazione degli specchi concavi. In ogni altra parte d'Europa il concetto di occhiale assume parole differenti anche come derivazione. Qualunque italiano sarebbe in grado di dire che occhiali prende il nome da occhio, con l'aggiunta di -ale, per indicare che serve all’organo della vista. Ogni francese sarebbe in grado di riconoscere in lunette un diminutivo di “lune”, l'originario “piccola luna”, riferito alla forma rotonda delle lenti. Chi parla l'inglese, ha notizia che glasses, in origine “eye-glasses”, dunque vetri per gli occhi, derivi da “glass” vetro. Per lo spagnolo gafas è il plurale del nome “gancio”, ossia della stanghetta o montatura che si aggancia all’orecchio. Solo in tedesco, la maggioranza dei parlanti probabilmente non sarebbe in grado di dire che “brillen” viene dal nome del berillio, il cristallo con cui anticamente si facevano gli occhiali.

     Gli occhiali dovrebbero essere stati inventati alla fine del 1200, in Veneto; come si può ricavare dallo Statuto dei Cristalleri veneziani, esaminandovi i Capitolari contenuti. I Cristalleri erano abili artigiani-orafi che lavoravano il Cristallo di Rocca, come loro chiamavano il Quarzo, considerandone l’effettiva trasparenza, oppure a volte lo sostituivano col vetro, per motivi di costo. Veniva utilizzato anche il Berillio, ossia il silicato di allumino, le prime lenti infatti furono denominate Berilli. A tal proposito Nicolò Cusano, filosofo e matematico tedesco (1401-1464), scrisse un’analisi sul Berillio, descrivendolo così: «Il berillio è pietra risplendente incolore e trasparente alla quale si da forma cava, o convessa, e chi guarda per essa, arriva a discoprire le cose dapprima invisibili». In Germania è rimasto dunque il nome Brillen, mentre in Francia le prime lenti furono chiamate Béricles, poi Besicles se montate su occhiali, che nel dialetto piemontese restano ancor oggi Baricole.

                       L.M.