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1815

La CONTEA di NIZZA

    Avviando l’azione dai suoi possedimenti alla base del Massiccio Mercantour, Amedeo VII di Savoia, il Conte Rosso, nel 1388 arrivò a conquistare qualche chilometro di costa intorno a Nizza, ottenendo per i dominìi sabaudi lo sbocco al mare. Quell’esiguo territorio assoggettato ebbe come nome “Terre nuove di Provenza”, che cambierà in “Contea di Nizza”, quando nel 1416, il dominio dei Savoia assunse il titolo di Ducato.

    Per ampliarlo, nel 1526, il duca sabaudo Carlo III, il Buono, ottenne da Bartolomeo Doria i diritti feudali sul territorio di Dolceacqua, confermati da Stefano Doria ad Emanuele Filiberto I; ma messi in discussione nel 1625 e causa di epici scontri nel 1744, quando Dolceacqua fu conquista franco-ispana, il 27 luglio 1745.

    Dopo averla agognata per decenni, nel 1580, Emanuele Filiberto otteneva l’annessione diretta della Contea di Tenda, con i diritti sulla importante Strada del Colle, della quale Carlo Emanuele I migliorerà la percorribilità.

    Nell’estate del 1797, Napoleone incorporò la Contea di Nizza nella Repubblica Democratica Ligure, che venne interamente annessa all’Impero Francese, attraverso il Decreto di Aggregazione del 6 giugno 1805.

    Da quel momento i destini del Paese Nizzardo, con quelli Intemelii, seguirono il medesimo tipo di aggregazioni amministrative; prima nel Dipartimento delle Alpi Marittime, in differenti Circondari, finiti poi, dal 7 gennaio 1815, nel Regno Sardo.

    Nel 1847, fecero parte della fusione perfetta aggregata da re Carlo Alberto, il quale il 17 marzo 1848 organizzò il territorio, creando la Divisione di Nizza, che comprese anche le provincie di Oneglia e di San Remo.

    Il Regio Decreto n. 3702 del 23 ottobre 1859, detto “Legge Rattazzi”, pur mantenendo le precedenti divisioni territoriali, organizzò lo Sato in Province, Circondari, Mandamenti e Comuni.

 

 

1994

UN BICENTENARIO

PER TUTTI

di Gianni De Moro  - 1990

    Non si sono ancora spenti del tutto gli echi della grande parata di Jean Paul Goude lungo gli Champs Elysées la magica sera del 14 luglio 1989 e già l’incalzare del tempo parrebbe aver archiviato irrimediabilmente la data d’un anniversario fondamentale non solo per la storia di Francia, ma per la storia del mondo.

    E la Francia ha saputo onorare degnamente l’occasione anche nei più lontani dipartimenti come obbligatorio punto di riferimento avvenimentale, ma soprattutto come opportunità di serio, civile confronto d’opinioni attorno ad alcuni fra i temi più appassionanti della vicenda rivoluzionaria che due secoli fa scosse dalle fondamenta la società europea. Per qualche mese dell’ultimo decennio del Settecento, i territori della Contea di Nizza e della Riviera d’Occidente furono teatro di avvenimenti fondamentali per l’intera storia d’Italia ed anche per essi quindi il “Bicentenario” riveste un significato pregnante che va ben al di là del semplice richiamo cronologico. Come in molte altre circostanze storiche, le vicende delle Alpes Maritimes e del Ponente ligure si sviluppano con parallelismo e intrinseca complementarietà al punto da consentire a posteriori l’eventuale definizione di un bacino avvenimentale comune a cavallo dell’attuale linea di frontiera con possibili, anzi auspicabili, allacci all’area cuneese e monregalese.

    Il tema di maggior interesse riguarda indubbiamente l’azione di diffusione ideologica operata dal Ranza attraverso il “Monitore Italiano”, stampato a Nizza nei primi mesi dopo l’occupazione francese (ottobre 1792) e irradiato clandestinamente in grandi quantitativi oltre la frontiera del Roja nonostante tutti gli sforzi messi in opera per intercettarlo da parte del Capitano di Ventimiglia.

    Una serie di moti popolari scoppiati in vari centri della Riviera da Santo Stefano, a Diano, ad Alassio, culminati con la grande rivolta dei “camalli” (scaricatori) di Porto Maurizio nel maggio 1792, rappresenta la più genuina ed immediata forma di contraccolpo ai fatti francesi di matrice esclusivamente popolare.

    La costa nizzarda e la riviera, sua naturale prosecuzione, rappresentano in quegli anni una delle più frequentate linee di fuga degli emigrati francesi in cerca di scampo e quindi una delle linee di conseguente trasmissione culturale più rilevanti d’Europa.

    I mesi tra il 1793 ed il 1794 vedono un fiorire di vere e proprie congiure filogiacobine intessute da elementi della borghesia rivierasca a strettissimo contatto con gli ambienti dei “Clubs” rivoluzionari di Marsiglia, Tolone, Nizza, Mentone che solo per un singolare complesso di circostanze negative non esplodono in un’unica sollevazione popolare contro l’establishment della Repubblica aristocratica genovese.

 

    A questo punto l’invasione francese della primavera del’94 accompagnata dallo scontato strascico doloroso d’ogni invasione militare, diventa un semplice componente (e nemmeno il più significativo) d’una trama storica assai più vasta e complessa, mentre l’episodio recentemente assai rivalutato dalla critica più recente del Commissariato Rivoluzionario di Filippo Buonarroti ad Oneglia assume i contorni di vera e propria prefigurazione risorgimentale.

    Se diversi convegni a Grenoble, Marsiglia e Parigi hanno fornito l’occasione per i primi confronti tra storici italiani e francesi, le recenti manifestazioni nel cuneese e più ancora quelle in preparazione ad Imperia e a Ventimiglia consentiranno certamente di approfondire, nei prossimi mesi, una tematica storica appassionante per l’area compresa tra Varo, Tanaro e Arroscia per un “Bicentenario” più che mai per tutti.

ALPI DEL MARE n. 0 - 1990 - ODAC Nice (AM)

 

 

AFFINITÀ TERRITORIALI

FAMIGLIE DEL PONENTE LIGURE  A

 RIPOPOLARE LA BASSA VALLE DEL VAR,

SUL FINIRE DEL QUATTROCENTO

di Vincenzo CAMPANELLA - 1990

    Mentre il grande navigatore ligure, Cristoforo Colombo, provvedeva alla Scoperta dell’America, nel Nizzardo, si verificò una vicenda per la quale diverse famiglie delle Diocesi di Albenga e di Ventimiglia andarono a ripopolare alcuni paesi della Bassa Valle del Var.

    Sulla fine del 1400, a seguito della peste nera ed altre gravi calamità, le località site sulle sponde del Var erano venute a trovarsi spopolate, con le case in ovina e le terre incolte.

    Per restituire vita a quei paesi, erano state chiamate numerose famiglie delle zone dell’attuale imperiese ed era stato stipulato con esse un “acte d’abitation”, in forza del quale erano state attribuite agli immigrati, a titolo di concessione perpetua, delle terre da coltivare, affinché la locale situazione economica e demografica potesse tornare a normalizzarsi, avvenne dunque che molte famiglie aderirono all’invito e, sotto l’impulso delle loro braccia, i paesi del Var ebbero una rapida ripresa e oggi sono divenite fiorenti e belle località in piena espansione economica, edilizia e turistica.

    Nel 1970, ricorrendo il Cinquecentenario del popolamento, nei Comuni del basso Var ci furono solenni festeggiamenti; a quello di Biot del 16 maggio partecipò una delegazione della Città di Imperia guidata da Giuseppe Vassallo in rappresentanza del Sindaco, per rinsaldare i vincoli dì amicizia e di collaborazione tra le due Comunità.

    Per quella occasione, dopo il saluto dell’allora Sindaco M. Monod, lo storico francese M. Joseph Durbec tenne una relazione sul tema “Le repeuplement de Biot en 1470 par des familles ligures”, ed compianto prof. Nino Lamboglia, allora Direttore dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri di Bordighera, fece una disanima sui rapporti fra le due regioni nel 1400, che avevano analoghe condizioni etniche, di ambiente e di vita.

    Per la storia dell’emigrazione in Provenza di gruppi organizzati di imperiesi, si possono ricavare notizie dai libri di storici onegliesi come il Pira, il Giordano, i due funzionari della allora Provincia di Porto Maurizio Andreoli e Calenda di Tavani, nonché dalla “Storia delle Alpi Marittime” del Gioffredo.

    Soprattutto il Molle (che ricordo come illustre avvocato e magistrato), nella sua pregevole opera sulla “Storia di Oneglia” fa alcune interessanti considerazioni sull’avvenimento.

    Il Molle, infatti, che ha avuto il merito di consultare anche libri di storici francesi come Jeancard “Les Seigneuries d’autre Siagne”, Aubenas “Chartes de franchises et actes d’habitation”, Durbec “Le Castrum de Burzoto (Biot) vers le milieu du XIV siècle”, I Pinatel “L’emphiteose dans l’ancien droit provençal”, sostiene che gli “actes d’habitation” erano più liberali delle “carte di franchigia” che erano concessioni unilaterali dei signori, si presentavano come dei veri e propri contratti sìnallagmatici (che producono obblighi per entrambe le parti). Nella sostanza essi contenevano una concessione enfiteutica collettiva, il cui scopo era la fondazione di un villaggio.

    L’enfiteuta era investito di un diritto reale di godimento sulla terra a carattere perpetuo; ma come riconoscimento del diritto eminente, doveva pagare un censo al signore.

    Per quanto, con l’affievolirsi del dominio eminente, l’enfiteuta finisse per diventare proprietario di fatto, è indubbio che gli atti di abitazione, seppure addolciti da atti di franchigia, coi quali il signore accordava determinate esenzioni, importavano gravi oneri per l’enfiteuta, tenuto ad atti di omaggio e di fedeltà che erano estranei alla natura dell’enfiteusi. Ma tenuto conto delle tristissime condizioni di quei tempi, questi atti offrivano patti che dovevano apparire assai vantaggiosi.

    Erano anni quelli di grandi difficoltà per gli abitanti della Liguria Occidentale spinti non soli verso la Provenza, ma anche verso la Corsica, dal marasma economico che caratterizzò la fine del Medio Evo. Come narra il Molle, per Oneglia e per la sua valle, la crisi di miseria era anche acuita dalla pressione fiscale di una Signoria ridottasi a vivere sulle scarse risorse del paese.

    Al contrario, in quel periodo, la Provenza godeva di una tranquillità da gran tempo sconosciuta, poiché erano cessate le guerre dinastiche e le incursioni dei pirati; però i paesi erano deserti, i campi incolti, soprattutto a causa delle pestilenze terribili del 1348, 1392, 1451.

    Il villaggio di Biot veniva distrutto dalle truppe della Casa d’Angiò e completamente abbandonato dagli abitanti nel 1387; eguale sorte subirono i villaggi di Saint-Laurent, Villeneuve, La Garde, La Napoule, Cabris, Sartoux, Monand, Opio, Mandelieu, Caussols, les Cannause, La Faye, Thorenc, Les Villettes, Le Monsteyret, Pehonas, Le Romet e Le Tignet. Fra i primi ad emigrare furono gli onegliesi, seguiti dagli abitanti di diversi paesi e valli al di qua di Ventimiglia, che negli atti di abitazione sono normalmente indicati come provenienti dalla Diocesi di Albenga.

    Dai francesi, questi emigranti venivano chiamati “figoni”, soprannome che il Molle pensa derivi da Figonia l’attuale Grimaldi, mentre Girolamo Rossi ritiene che così fossero chiamati i girovaghi delle due Diocesi di Ventimiglia e di Albenga che andavano in cerca di lavoro.

    Nonostante il parere dei due autorevoli storici, ritengo che derivi dalla parola dialettale “figu”. Nilo Calvini, nella sua interessante conferenza, che ha tenuto il 20 gennaio scorso presso la Sala del Consiglio Provinciale di Imperia per iniziativa dell’Istituto di Studi Liguri, sui prodotti ed alimentazione della popolazione del ponente ligure nel 1400, ha evidenziato come in tutti gli Statuti comunali dell’epoca si trovi il fico come il frutto man­gereccio più importante per la popolazione locale. La Napoule ricevette la prima emigrazione con una ventina di famiglie provenienti dalla Valle di Oneglia e il 20 maggio 1461 il signore del luogo Antoine di Villeneuve firmava coi suoi sudditi la Carta di franchigia.

    Nel maggio 1468 Raffaele Mons, Vescovo di Vence, chiese al suo collega di Albenga un aiuto di braccia e quindi arrivarono a ripopolare l’attuale San Laurent du Var trenta famiglie provenienti da Oneglia guidate da Lazzarino Amoretti, Viani, Bertini, Bocchino.

    Narra il Gioffredo che a Saint-Laurent du Var fu posto come patto che i nuovi arrivati fossero obbligati, per sé e per i loro successori, a tenere a loro spese una barca, per traghettare dall’una all’altra riva, senza alcuna mercede, i passeggeri uomini ed animali. Secondo il Molle, che ha consultato i libri di J. Faute (Saint Paul) e Jeancard, nel 1468 uomini di San Remo fondavano un nuovo villaggio che in ricordo del loro paese di origine chiamarono San Remo, poi Colla divenuto l’attuale La Colle.

    E arriviamo ora alla rinascita di Biot.

    Nel 1470, due onegliesi Luca Enrico e Giovanni Calvi in veste di procuratores degli emigranti, scavalcando l’autorità dei consignori locali che erano il Vescovo il Vescovo di Grasse e l’Abate di Lerino, i quali probabilmente avevano offerto delle condizioni poco vantaggiose, si rivolsero direttamente al Re Renato di Provenza, il quale li ricevette personalmente e li incoraggiò con lettera patente del 10 marzo 1470, con la quale fissava le condizioni alle quali i consignori di Biot avrebbero dovuto cedere tutte le terre abbandonate e il paese distrutto, con diritto di edificare case, forni, molini, di pescare nel distretto del mare, di cacciare, col privilegio di eleggere Sindaci e Consiglieri, guardie campestri, costituirsi in assemblea, ecc.

    I due procuratores riunirono i desiderosi di partire un Porto Maurizio, in luogo cioè non soggetto ai Doria. Di qui presero le mosse una cinquantina di famiglie di Oneglia e della sua valle, che furono installate in Biot il 29 marzo di quell’anno dal Vicario di Grasse Bertrand Toussant, il quale dichiarava di mettere gli abitanti “nel possesso reale, attuale e corporale del Castrum e del territorio di Biot”.

    Ebbe così inizio la nuova vita degli imperiesi in Biot. Nel 1497 fu Aribeau che veniva ripopolato con ventisette famiglie della stessa origine; nel 1501 fu la volta di Vallauris e successivamente di Cabris e Le Tìgnet.

    Girolamo Rossi, nella sua “Storia della Città di Ventimiglia” ricorda che alla ricostruzione di Aribeau e di Vallauris contribuirono anche famiglie di Ventimiglia.

    Secondo lo Jeancard, che sottolinea il decisivo contributo che i nuovi arrivati diedero all’economia locale in particolare alla coltura dell’ulivo, dal 1461 al 1470 ben centoquaranta famiglie in gran parte provenienti dalla Valle di Oneglia, e dal 1496 al 1520 oltre trecentocinquanta famiglie, sempre delle stesse provenienze imperiesi, ripopolarono i villaggi posti tra il Varo e il Saigne.

    Di questa loro origine è rimasta traccia nei dialetti locali.

Oggi Biot è un paese fiorente di tremila abitanti posto su una ridente collina : in agosto si celebra la festa tradizionale di S. Giuliano, ci sono rovine e stele romane, nella chiesa alcuni dipinti sono opera dei fratelli Brea di Montalto Ligure, vi è il Museo di Arte Moderna “Fernand Léger”, vi sono colture orticole, olivicole e floreali.

    A cinquecento anni di distanza dalla fondazione del paese, non si sono spenti i ricordi delle storico avvenimento del 1470 e degli anni successivi; molti dei suoi abitanti discendono da quei antichi liguri del ponente al cui lavoro ed intraprendenza risalgono le loro antiche case, le vecchie strade del borgo.

    Oggi è facile arrivare ai paesi del Var, percorrendo velocemente l’autostrada, ma a quei tempi era molto duro e ardimentoso il percorso a dorso di mulo. Con l’ “acte d’abitation” vi fu allora una grande prova di ospitalità, in base alla quale i liguri ricevettero delle terre per sé e per i propri discendenti quale corrispettivo della loro laboriosità.

    L’esempio dell’unione e della cooperazione in atto nel XV sec. tra liguri e provenzali, è oggi di sprone a proseguire sempre più nella cooperazione transfrontaliera, nello spirito dell’amicizia italo-francese che anima le popolazioni della provincia di Imperia e del Dipartimento delle Alpi Marittime, poiché questi nuclei locali divisi da un confine, che non avrà più ragione di esistere dopo il 1992, provengono da una sola civiltà caratterizzata da un comune patrimonio di costume, tradizione e cultura.

da: ALPI DEL MARE n. 0 - 1990 - ODAC Nice (AM)

 

CRONOLOGIA

INTEMELIA

R E G N O    D I    F R A N C I A

VENTIMIGLIA PER LA PRIMA VOLTA MONARCHICA

1814     Il 15 aprile, la popolazione di molte città della Riviera depose gli amministratori filo-napoleonici.

Il giorno 19 dello stesso mese, un affisso firmato dal “maire” Galleani, inveiva verso il deposto imperatore, per annunziare che Ventimiglia era tornata figlia dell’amatissimo sovrano Luigi XVIII.

In quell’anno, il trattato di Parigi ristabiliva il protettorato francese sul pricipato di Monaco. La Francia quindi smise di annettersi il principato, chiamato nell’occasione Porto Ercole, mentre il principe reggente, Onorato V, poteva riprendersi il trono.

I lavori della strada carrozzabile di cornice proseguivano con lentezza.

 

REPUBBLICA  DI  GENOVA

VENTIMIGLIA MERCE DA BARATTO

Il 26 aprile, in Genova, lord William C. Bentick, ristabiliva la sovranità genovese sulla Liguria, occupata.

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Il lord, comandante in capo delle truppe inglesi, dichiarava ristabilita la “costituzione degli stati genovesi, quale esisteva nel 1797, con quelle modificazioni, che il voto generale, il pubblico bene e lo spirito dell’originale costituzione del 1576, sembravano richiedere”. Il Nizzardo con la Provincia di Sospello tornavano al Piemonte; Ventimiglia, il territorio degli Otto Luoghi, Baiardo e il Castelfranco tornavano alla Repubblica Ligure. Si ricostituivano il Principato di Monaco e il Marchesato di Dolceacqua.

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Il 13 maggio, lo stesso re scriveva da Parigi al vescovo di Ventimiglia, invitandolo a celebrare un Tedeum pubblico, dedicato ai destini della Francia monarchica.

L’ingegnere Giacomo Agostino Brusco predisponeva un progetto per grandi lavori stradali, sia lungo la Riviera che verso la Val Roia.

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Negli otto mesi di sovranità della ricostituita Repubblica di Genova, si avviarono tali lavori, poi ripresi dall’ingegner J.H. Sigaud, che ponevano le premesse per rompere una situazione di secolare immobilismo. Significativo si è anche dimostrato il comportamento del Governo provvisorio genovese, il quale pur di conservare almeno l’indipendenza della Capitale, diede incarico ai suoi rappresentanti al Congresso di Vienna d’informare i Savoia d’esser pronta a barattare Ventimiglia, San Remo e Taggia. Avrebbe volentieri ceduto al Piemonte le “colonie” dell’estremo Ponente contro i possedimenti savoiardi in quel di Oneglia, più prossimi al capoluogo, che se le fosse stata riconosciuta, si sarebbe limitata alla situazione, quella, d’una città libera di tipo anseatico.

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Il 30 maggio, col trattato di Parigi, il Principato di Monaco rientrava nei suoi confini, nella sua sovranità e sotto il protettorato francese, come prima del 1792.

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I Grimaldi videro ricostituito il loro Stato. Malgrado i protettorati e l’omaggio per Mentone e Roccabruna, Monaco era da lungo tempo un Principato sovrano. La Rocca non aveva perduto il suo valore militare, trovavasi sul mare, il che permetteva a uno Stato, anche lontano, di avere con lui una comunicazione diretta. La Francia, per la prima, aveva interesse alla sua ricostituzione per non perdere, nel disastro che la colpiva, anche questo suo punto d’appoggio. L’italiano ridivenne la lingua ufficiale. I Cento Giorni fecero però riflettere il congresso di Vienna. Il principe di Monaco aveva chiesto, al ritornato Napoleone, una guarnigione francese per cui, dopo Waterloo, parve prudente togliere alla Francia anche l’ultima posizione strategica sulla via d’invasione litoranea.

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R E G N O    D I    S A R D E G N A

DIVISIONE DI NIZZA

Provincia di Porto Maurizio - Mandamento di San Remo

 

VENTIMIGLIA PORTO FRANCO SABAUDO

Il 12 dicembre, il Congresso di Vienna stabiliva l’annessione della Liguria alla corona del Re di Sardegna.

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Una deputazione ventimigliese, formata dal conte Giuseppe Olignani, dal magnifico Carlo Porro ed dal negoziante Gaetano Rolando, si recava a Torino, ammessa all’udienza del re Vittorio Emanuele I°. Pochi giorno appresso il corpo dei Magnifici era invitato a San Remo per prestare il dovuto giuramento. L’espansione piemontese verso il mare, dopo più di quattro secoli di stentati successi, riusciva di colpo, quasi di sorpresa, a raggiungere tutti i suoi obiettivi. La Restaurazione si proponeva di ridonar all’Europa il suo status quo ante, ma nel caso della Repubblica di Genova; giudicò come l’antica nazione fosse stata inetta a difendere la strada per cui era sfociata l’offensiva decisiva di Napoleone. Il Congresso di Vienna, preoccupato di porre la Francia nell’impossibilità di nuocere, abbia creduto bene di affidare quella strada a chi poteva e voleva difenderla e l’aveva, a suo tempo, difesa.

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Il 26 dicembre, a Genova, si dimetteva il Governo della Repubblica.

La comunità di Castelfranco decideva di cambiare il nome del proprio villaggio in Castelvittorio.

Dolceacqua diventava sede di Giudice Mandamentale.

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La Contea di Ventimiglia si ritrovò a far corpo col Piemonte e con la restante Liguria. Per la seconda volta nel volgere di pochi anni si offriva l’occasione di ricostituire la Provincia di Ventimiglia. Ma ciò non venne fatto. La Liguria formò due Divisioni, Genova e Nizza. Quest’ultima comprese tre province; Nizza, San Remo e Oneglia, e la Contea venne divisa fra le prime due. Stupisce che l’importanza di una regione la quale presenta così chiari confini, strade così naturalmente accentrate sul capoluogo, un’economia così evidentemente unitaria e un’antica tradizione e un nome illustre potesse sfuggire all’attenzione del riordinatore. Che fosse sfuggita alla Francia, la quale costruiva scompaginando per calcolo ordini preesistenti, si capisce, ma come lo fosse al Piemonte, che aveva tanto fatto per acquistarla e di cui era una naturale appendice economica, no. Non si può capire come Torino non vedesse il danno che recava all’economia locale con tale ordinamento e come fosse assurdo obbligare uno di Tenda ad andarsi a cercare gli uffici prefettizi a Nizza, e uno di Airole a San Remo, invece di trovarli nel loro capoluogo naturale, Ventimiglia, attraverso cui dovevano passare per ben due volte nel loro viaggio per andare a Nizza o a San Remo e ritornare !  Ma forse tutto non sfuggì, qualche cosa forse fu pur vista e anche considerata, soltanto che, come per un fenomeno di illusione ottica, furono credute più importanti cose che in realtà lo erano meno. La suscettibilità dei Nizzardi, che già perdevano il privilegio del porto franco, la più vasta area abitata di San Remo rispetto a quella di Ventimiglia  - sotto l’Impero Francese estremamente decaduta  - fecero molto più impressione, nella mente dei riordinatori, di tutti gli altri argomenti storici, geografici ed economici. E si costruì su quell’illusione ottica. L’Italia ne pagò le conseguenze quando nel 1860 cedette il circondario di Nizza alla Francia.

F. Rostan - STORIA DELLA CONTEA DI VENTIMIGLIA  - Bordighera 1971.

 

1815     Il 22 gennaio, in San Remo si festeggiava l’avvenuta adesione allo Stato Sardo.

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Con questa annessione, il territorio dell’antica contea di Ventimiglia riguadagnava la sua integrità, verso Levante.

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Il 28 giugno, il re di Sardegna scriveva al Vicario capitolare invitandolo a solennizzare la vittoria del giorno 19, contro le truppe francesi.

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Dopo la vittoria nella battaglia di Watterloo, chiusa l’avventura dei Cento giorni napoleonici, Vittorio Emanuele I cercava di assestare l’ordine e la tranquillità nei suoi stati. Il trattato di Vienna concedeva al Savoia anche il protettorato sul Principato di Monaco.

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Il 7 agosto, il Principe di Monaco riammetteva le punizioni per i guastatori degli orti di limoni, limitandosi ad una pubblica gogna, nel giorno di festa.

La comunità locale istituiva la grande fiera di animali e merci varie, dalla durata di tre giorni, ponendo la data attorno all’equinozio di Primavera, dal 19 al 21 marzo. Diventerà la Fiera di San Giuseppe.

Il 20 novembre, il Principato di Monaco venne passato sotto il protettorato del Re di Sardegna. Durante i Cento Giorni, truppe inglesi, invitate dal comandante sardo di Nizza, avevano occupato il Principato.

1816     Seconda estate eccezionalmente calda e piovosa, ricca di fulmini, a causa dell’eruzione del vulcano Tamboro, in Indonesia.

La città si dotava di un Teatro Politeama, adattando un caseggiato pubblico di via Lascàris, a poca distanza da Piazza Cattedrale.

Il 30 novembre, Millo Terrazzani, in nome di Onorato IV, prestava omaggio e giuramento al Re di Sardegna per gli undici dodicesimi di

Mentone e la totalità di Roccabruna.

1817     In gennaio, gelata dei frutteti quasi ovunque. I commercianti di limoni di Mentone furono costretti a comprare 550.000 limoni in Ventimiglia, per soddisfare le loro comande.

Con sentenza del 4 gennaio, la Regia Camera dei Conti condannava i Comuni della Bassa Val Nervia all’osservanza delle antiche leggi; ma nel riordinamento dello Stato e del fisco si affrancarono i cittadini non soltanto dalla soggezione politica al Marchese, ma anche dalle banalità.

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I Marchesi Doria erano tornati in Dolceacqua, ma ormai nessuna nazione trovava più un qualche interesse al ripristino di quella Signoria: Genova non esisteva più, i Savoia, come per il passato, desideravano annetterla e, inoltre, per la ripresa economica del luogo, il Signore costituiva un ingombro. Gli abitanti rifiutarono di corrispondergli i diritti sugli edifìzi, o frantoi delle olive, diritti che ammontavano al dodici per cento del prodotto più l’integrità delle sanse. I Marchesi ricorsero alla Regia Camera che riconobbe giusta la loro istanza, ma i Doria non poterono rientrare in possesso che dei loro beni privati.

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Il 23 marzo, un terribile terremoto sconvolse la Liguria.

L’8 novembre, col trattato di Stupinigi, si fissavano i rapporti fra Regno di Sardegna e Principato di Monaco.

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La Rocca veniva presidiata da un mezzo battaglione di fanteria sotto il comando del Principe, Governatore della Piazza, nelle cui mani gli ufficiali sardi presteranno giuramento. Il Principe conserverà tali prerogative anche nel caso in cui le truppe venissero aumentate. Le spese per il mantenimento della guarnigione saranno a carico del Re. I sudditi monegaschi potranno accedere alle varie carriere amministrative nel Regno e si concederebbero cariche, onori e favori al Principe e alla sua famiglia. La Marina Sarda proteggerà il porto e la piazzaforte. Le comunicazioni fra i due Stati saranno libere; il diritto d’asilo non sarà concesso nel Principato al malfattori e ai disertori; i diritti di ancoraggio nel porto saranno per i Sardi gli stessi che per i Monegaschi. Al trattato tenne dietro una convenzione che incorporava il Principato, per la vendita del sale e dei tabacchi, alla gabella sarda, e unificava il servizio postale con la divisione dei benefici. Monaco veniva a trovarsi in quella stretta a cui aveva sempre potuto, per avvedutezza e fortuna, sfuggire: il protettorato della nazione in cui si trovava incastrato. I Principi godevano di più libertà, ritornando a quegli atti di indipendenza a cui i regimi rivoluzionario e imperiale avevano disassuefatto il mondo. Essi osarono non ricercare presso il Re gli onori, le cariche e i favori che offriva loro il trattato di Stupinigi, continuarono a frequentare Parigi, a sedere, come fece Onorato V, alla Camera dei Pari, nella loro qualità di duchi di Valentinois, e ristabilirono l’uso della lingua francese per gli atti pubblici, abbandonata nel 1814.

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1818     Il 10 gennaio, Onorato V di Monaco riorganizzava i regolamenti sulla raccolta dei limoni, istituendo un’apposita polizia.

Il 23 febbraio, un terribile terremoto sconvolse la Liguria.

Veniva abolita la barriera doganale sulle strade che portavano dalla Liguria al Piemonte. Ventimiglia veniva ammessa a godere per qualche tempo del “porto franco” di Nizza.

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I traffici del porto di Genova non realizzarono molti vantaggi, perché il grande emporio ligure era uscito duramente provato dal blocco napoleonico ed era sottoposto alla severa concorrenza di Trieste e Livorno.

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L’organizzazione difensiva della regione stabiliva per Ventimiglia il ruolo di piazzaforte, che verrà messo in atto a partire dal 1827.

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Sulle rovine dell’antico Forte del Colle, sovrastante alla città, verrà edificato il forte San Paolo, e sulla rocca antistante la Ridotta dell’Annunziata sostituirà l’antico convento. Il relativo armamento si compiè verso il 1840. Le mura della città furono anche restaurate e rafforzate negli anni seguenti.

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1819     L’8 gennaio, un terribile terremoto sconvolse la Liguria.

Il 30 maggio, il pontefice Pio VII, colla bolla “Sollecitudo omnium ecclesiarum”, staccava la nostra Chiesa dall’Arcidiocesi di Aix, per darla all’Arcidiocesi di Genova.

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Alla provincia ecclesiastica dell’Arcidiocesi di Genova vennero assegnati i Vescovadi di Savona, Noli, Albenga, Ventimiglia e Tortona.

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I Gesuiti tornavano a riaprire conventi e scuole in provincia.

Sospello veniva ridotto a capoluogo di Mandamento.

Moriva Onorato IV di Monaco; il figlio Onorato V si adoperò alla riorganizzazione del Principato.

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Nominò un Governatore Generale, un piccolo Consiglio di Stato, un Intendente Generale, un Comandante della Marina, un Tesoriere Generale e, per Monaco, tre Consoli; Mentone ebbe un Governatore e quattro Consoli, Roccabruna un Castellano e due Consoli. Nell’economico, per ricomporre le fonti dell’erario e ridar vita a un paese impoverito e di poche risorse, egli ricorse a sistemi che, per essere stati applicati senza una preventiva propaganda e su un territorio troppo piccolo, irritarono la popolazione, a cui parvero più di ispirazione reazionaria e feudale che democratica.

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1820     In gennaio, sei giorni di gelo.

L’11 ottobre 1820, papa Pio VII nominava vescovo Felice Levrieri.

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Parroco della chiesa di San Marco in Genova, il Levrieri, appena prese possesso della diocesi, ampliò ed abbelli l’episcopio. In seguito, rifiutò d’acquisire come concattedrale Oneglia ed il suo distretto.

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In giugno, i fedeli di Camporosso si recarono in pellegrinaggio a Laghetto; con loro era Giovanni Croesi, che ivi meditò la vocazione.

1821     Il 4 febbraio, entrava nella diocesi il vescovo Levrieri.

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Il desiderio di non dispiacere ai Nizzardi impedì che anche la Diocesi venisse ripristinata nella sua integrità, come lasciava sperare la bolla pontificia che nominava il vescovo Levreri: Novo statuendi Dioecesis Ventimiliensis fines, prout magis in Domino expedire judicabimus, facultatem reservamus. Ma Ventimiglia riebbe soltanto le parrocchie di Dolceacqua, la Rocchetta, Perinaldo, Apricale, Isolabona, Pigna, Buggio, Seborca, Mentone e Roccabruna. Però anche con il loro ritorno la Diocesi restava troppo misera, sicché nel 1831 le vennero aggregate ventisette parrocchie della molto estesa consorella di Albenga, profittando della vacanza di quella sede. Soluzione pericolosa perché, comprendendo ora una città più grossa del capoluogo, San Remo, non dovrà tardare a manifestarsi, in alcuni, il desiderio, e anche il tentativo, di traslocar colà la sede vescovile. Un conflitto è ormai acceso nel seno della diocesi, che non cesserà che col cessare delle presenti condizioni.

F. Rostan - STORIA della CONTEA di VENTIMIGLIA - Bordighera 1971.

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Il nuovo re, Carlo Felice avviava l’apertura di un Collegio, dove si sarebbe ricevuta ogni tipo d’istruzione dalle Elementari al Ginnasio.

Giovanni Croese, di Camporosso, entrava nei Conventuali a Sestri Ponente.

Il 26 luglio, un terribile terremoto sconvolse la Liguria.

I moti liberali spagnoli e piemontesi provocarono delle manifestazioni in Mentone, dove si reclamò una costituzione. La calma venne ricondotta dalle truppe sarde.

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La popolazione del Principato chiedeva nuove norme sul diritto di proprietà, il suffragio popolare e i poteri limitati dello Stato; mentre le riforme del sovrano tendevano, almeno in parte, alla nazionalizzazione dell’industria e del commercio, ai poteri illimitati e alle nomine dall’alto. L’urto fra queste due concezioni condurrà alla ribellione e al distacco da Monaco di Mentone e Roccabruna, le quali tenderanno ad unirsi al Piemonte, dove si attuava, appunto, un vasto movimento verso le libertà «borghesi». Il Principe, invece, regolò la principale industria del paese, quella degli agrumi; dove i proprietari non potranno toccare i frutti, i quali verranno raccolti, controllati, trasportati dagli ufficiali comunali senza che essi debbano intervenire. Vi saranno, a tal uopo, dei sorveglianti permanenti della produzione. La coltura sarà divisa in tanti «posti», ogni «posto» avrà un «capo posto» o «tagliatore», servito da due uomini e qualche donna per il trasporto dei frutti, e tutti saranno funzionar! scelti da un consiglio formato dai Consoli e tre deputati di nomina sovrana. I Consoli dovranno stabilire ogni mese la quantità di agrumi da cogliere. Se per caso i frutti non potessero subito essere imbarcati, verranno rinchiusi in un magazzino dietro rilascio di una bolletta. Di tutte queste operazioni: sorveglianza, raccolta, trasporto, spedizione e, naturalmente, ricavo, verrà tenuta una registrazione minuta ed accurata. Il Principe istituì anche qualche industria e rivendita di Stato. Il Comando della Marina fu autorizzato ad aprire due magazzini, uno di tela da vele e uno di cordami, e tutti i marinai e i pescatori erano obbligati a comprarne per i loro bisogni. Una filanda per tele varie venne pure istallata nel Palazzo, e così, in un altro caseggiato, una di cotone e una fabbrica di cappelli di paglia. L’importazione della farina e delle granaglie fu avocata a sé dal Principe, che ne diede l’appalto a un ex fornitore dell’armata francese, certo Chapon: quattro mulini nel vallone di Carei vennero a tal uopo requisiti ai loro proprietari. Istituzioni simili vennero adottate per gli olii, le carni, i cuoi. Le nazionalizzazioni e il dirigismo, adottati allo scopo di migliorare le finanze dello Stato, dar lavoro alla popolazione e offrirle mercé a buon mercato, furono accompagnati dalle misure doganali e dalle coercizioni sulle persone senza cui non potevano mantenersi: dazi protettivi, controllo dei benefici; proibito introdur farina, chi rientrava non poteva aver in tasca che un paio di pani; proibito coltivar agrumi fuori del Principato, cioè creare all’estero una coltura in concorrenza a quella locale; proibito introdurre mercé simile alla nazionale; proibito lamentarsi del prezzo o della qualità di quest’ultima o di quella la cui vendita era consentita nel Principato; proibito chiedere aumenti di salario, i quali avrebbero tolto ai prodotti locali il loro valore esportativo. Ma i «malcontenti», che non potevano esprimere il loro risentimento in patria, lo facevano con pubblicazioni all’estero. Un memoriale venne anche presentato al Re di Francia perché s’interessasse dei disgraziati monegaschi, minacciando di chiedere l’annessione alla Sardegna. Il Congresso delle potenze finì per dire al Principe che non gli era stato reso il Principato per «livrer les habitants a un système de désolation».

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Il 22 novembre, nasceva Giuseppe Biancheri. Sarà avvocato e Presidente della Camera dei Deputati.

1822     Ancora nei primi decenni del secolo XIX, in Nervia, erano visibili i ruderi della chiesa cattedrale, dedicata a Santa Maria, forse edificata nel V o VI secolo.

1823     Il 19 marzo, era firmata una convenzione franco-sarda per l’alpeggio ed il transito del bestiame attraverso le frontiere in alta Val Roia.

1824     Il 4 marzo, moriva precocemente il vescovo Levrieri.

Il 13 ottobre, a Milano, moriva Giuseppe Biamonti, abate, filosofo e poeta, nato a Piani dì Vallecrosia nel 1762.

1825     Giovanni Croese lasciava i conventuali per entrare nei Capuccini di San Barnaba, in Genova, col nome di Francesco Maria.

1826     Una delegazione della Provincia si recava a Nizza, dove risiedeva il re Carlo Felice, per ossequiarlo.

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Facevano parte della delegazione: per San Remo: il sindaco Gismondi ed il marchesa Borea, per Ventimiglia: il cav. Alessandro Galleani, per Taggia: il marchese Federico Spinola, per Triora: il Cav. Luigi Stella, per Bordighera: l’avv. Luigi Novaro, per Dolceacqua: il conte Novaro di Castelvecchio e tutti sotto la guida sicura dell’intendente Alberto Nota. Fu allora che, pianificando il matrimonio della principessa Maria Cristina col re delle Due Sicilie, che avverrà a Genova nel 1832; risiedendo questa in Nizza e gradendo raggiungere Genova per via di terra, ebbero adeguato avanzamento sulla Strada della Cornice, i lavori iniziati da Napoleone.

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Il 21 ottobre, nasceva Paolo Gerolamo Orengo. Sarà Senatore del Regno

 

VENTIMIGLIA IMPORTANTE PIAZZAFORTE DIFENSIVA

 

1827     A Torino, si decideva di potenziare le fortificazioni della piazzaforte ventimigliese, in funzione antifrancese.

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L’attenta fortificazione del confine occidentale piemontese, veniva ampiamente incoraggiata dall’Austria. Nel progetto che riguardava Forte San Paolo, oltre alla riedificazione del genovese, vecchio Castello del Colle, veniva soppresso il Convento dei Minori Osservanti, per far posto alla Ridotta dell’Annunziata. Erano stati incaricati degli studi i colonnelli Malaussena e Podestà, mentre i direttori ai lavori saranno il capitano Salin e Camillo Benso di Cavour, giovane luogotenente del Genio sabaudo.

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1828     Il 18 aprile, Onorato V° di Monaco ripristinava il Comitato per la coltivazione dei limoni, che resterà in vigore fino al 1848.

Nei primi giorni di ottobre, giungeva in città, da Nizza, il luogotenente del Genio Camillo Benso, conte di Cavour, per dirigere i lavori nel Forte San Paolo.

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Il conte di Cavour prenderà alloggio nella casetta sotto il Forte, dove prima era la polveriera. Lo stesso Cavour, in un discorso alla camera, del 7 marzo 1850, ricorderà la sua esperienza ventimigliese. Nominava le specialità gastronomiche assaggiate all’Osteria del Cervo; le serate mondane vissute nel Teatro Politeama; descriveva la passione per il ballo delle donne ventimigliesi e ci ha dato notizia d’un corteo di Carnevale, con falò finale sulla piazza superiore al sito della Chiesa di San Giovanni, quella che opportunamente ampliata diventerà “u Cavu” il belvedere cittadino. Ne informava, in una lettera, la nonna Filippina, definendo il nostro Carnevale del 1829 “… oltremodo brillante” e diceva ancora: “… In compenso si balla tutte le domeniche, tutto il giorno e la notte, sebbene fino ad oggi non si siano viste che delle danze popolari, cui ha partecipato unicamente il popolino. Tuttavia ci son stati promessi dei balli un po’ più eleganti ai quali interverranno tutte le bellezze ventimigliesi. E siccome il bel sesso del luogo è molto grazioso, la cosa si presenta senz’altro sotto un aspetto affascinante”.

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Il frate Pianavia di Taggia, incolpato d’omicidio, cercò asilo nel convento dei Minori osservanti dell’Annunciata, che venne circondato per un mese dai carabinieri.

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Nel 1850, Camillo Benso di Cavour, ricordava questo fatto, avvenuto poco prima che il convento venisse demolito per far posto all’attuale Ridotta. Eccone la memoria:«Io mi ricordo nella prima gioventù essendo a Ventimiglia d’aver visto a ricoverarsi in un convento un frate ch’era inquisito d’un delitto, e quindi questo convento circondato per un mese da truppa di soldati e carabinieri.  - Mi sovvengo dell’effetto che un fatto tale produsse sopra di me o della popolazione tutta e posso accertare che fu niente affatto favorevole ne alla religione ne al sacerdozio».

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Il 9 novembre, un terribile terremoto sconvolse la Liguria.

1829  Il 25 febbraio, Camillo Cavour lasciava Ventimiglia, per Exilles, eppoi Leseilon, presso Modane, con il medesimo incarico.

Faceva tappa a Ventimiglia il Gallesio e sul suo diario annoverava, in loco, 19 tipi diversi di “cultivar” della vite e 17 del fico.

1830  Prendeva avvio un servizio di diligenza che collegava Genova a Nizza.

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Sul territorio dell’estremo Ponente, la diligenza effettuava la sosta ed il cambio dei cavalli nell’affascinante sito di Madonna della Ruota, tra Ospedaletti e Bordighera.

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La parrocchia della Cattedrale contava 1.061 abitanti in più dal 1815.

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Cessata l’oppressione fiscale dello stato di guerra perpetua che caratterizzò gli anni dell’espansione francese, cessate le leve a cui molti giovani rispondevano con la fuga sui monti, aumentati i traffici col Piemonte, Ventimiglia riprese vita, la pace durava e il paese aveva di che sperare.

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1831 Papa Gregorio XVI, appena salito al Pontificato, nominava vescovo di Ventimiglia, il nobile genovese GioBatta De Albertis.

Il 18 maggio, prendeva possesso della diocesi il vescovo GioBatta De Albertis.

Il 26 maggio, un terribile terremoto sconvolse la Liguria.

Il nuovo re, Carlo Alberto provvedeva a raddoppiare le fortificazioni che chiudevano i passi alpini, a Fenestrelle, a Exilles ed a Vinadio, insistendo per ampliare i lavori ventimigliesi.

 

LA DIOCESI AMPLIATA VERSO LEVANTE

 

Il 20 giugno, papa Gregorio XVI, con la bolla “Ex iniuncto Nobis Coelitus”, ampliava la Diocesi ventimigliese, con 25 parrocchie della diocesi di Albenga ed otto da quella di Nizza, in Val Nervia.

1832  Il marchese e geologo Lorenzo Pareto effettuava una lunga campagna esplorativa alpina, nel corso della quale scalava la Rocca dell’Abisso, il Monbego ed il Clapier.

Il 16 e 17 febbraio, un terribile terremoto sconvolse la Liguria.

1833  Il 17 gennaio, in Genova, moriva il ventimigliese GioAgostino Rossi, agostiniano scalzo, che papa Pio VII privilegiò, concedendogli di impartire l’indulgenza plenaria dopo il quaresimale.

In giugno, transitava, in segreto verso l’esilio, il patriota Giovanni Ruffini.

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Fallito il tentativo mazziniano d’impadronirsi della fortezza di Savona, i fratelli genovesi: Iacopo, Giovanni ed Agostino Ruffini cercarono l’esilio. Agostino giunse in Svizzera, con Mazzini, per andare poi ad Edimburgo, da dove tornerà nel 1840, onde essere eletto deputato. Iacopo fu scoperto ed incarcerato; si toglierà la vita in carcere, per non tradire. Giovanni fu esule in Francia ed Inghilterra, dove scrisse i romanzi “Lorenzo Benoni” ed “Il dottor Antonio”, ambientato a Bordighera, contribuendo notevolmente al lancio turistico della cittadina delle palme, in Gran Bretagna. Morirà a Taggia, della quale era originaria la famiglia, nel 1881. Nel transitare da Ventimiglia, Giovanni Ruffini venne aiutato dall’amico Andrieta Biancheri, padre del futuro deputato, che lo affidò al forzuto oste della Locanda del Cervo, certo Lucangelo Pignone. Questi, lo nascose nella “Torrazza di Siestro”, per poi caricarlo in una gerla e portarselo alla marina a spalle, così da poterlo far partire in barca, alla volta dell’oltre Varo, nell’ospitale Francia.

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A Mentone si rinnovarono le manifestazioni del 1821, anch’esse sedate con l’arrivo di rinforzi.

1834  Moriva a Roma, Carlo Fea. Famoso archeologo. Bibliotecario del principe Chigi, curò la ristampa della traduzione italiana dell’opera di Winckelmann: “Storia dell’arte”, cui aggiunse un terzo volume sulle “Rovine di Roma”.

1835    Il vescovo De Albertis entrava in conflitto con il guardasigilli Barbaroux.

Porta Nizza veniva abbellita da un paramento in grossi blocchi di pietra, per adeguarla ai sistemi difensivi dell’epoca. Anche Porta San Michele veniva adeguata, rigenerando il piccolo cortile interno e ripristinando la vicina e popolare fontana, chiamata “U Funtanin”.

1836  Il giorno 11 d’aprile, alle sei pomeridiane, il re Carlo Alberto giungeva nella nostra città, allo scopo principale di visitare le opere militari appena costruite.

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Giunto a cavallo, seguito da un numeroso corteo, veniva ricevuto dal comandante iterinale della piazzaforte, il cav. Brichentau e quindi dal Sindaco, proprio davanti alla porta di Sant’Agostino, nel Borgo. Proseguiva a cavallo la salita del Cavo, fino all’altezza del Battistero, dove sotto un arco trionfale, riceveva gli osseqio del governatore e dell’intendente di Nizza oltre che il benvenuto del vescovo De Albertis, presso il quale avrebbe alloggiato. L’indomani mattina, dopo aver visitato la piazzaforte, partiva alla volta di Nizza. In agosto, si verificavano le dimmissioni del vescovo GioBatta De Albertis, che tornava a Genova. Assunse la guida della Diocesi in un momento di particolare decadenza. La rivoluzione francese ed il periodo napoleonico avevano influito in modo negativo sulla amministrazione diocesana, rimasta senza guida vescovile per un totale di sedici anni. Si adoperava per far aggregare la Diocesi cosi com’è attualmente, facendo staccare dieci parrocchie da Nizza e ben ventisette della molto estesa consorella di Albenga, profittando della vacanza di quella sede. Intraprese numerose iniziative per ridare decoro e disciplina alla vita religiosa della diocesi, con numerosi decreti sulla liturgia, sui canonici e sul seminario. Svolse accurate visite pastorali percorrendo tutta la sua ampia nuova giurisdizione. Allesti una tipografia nell’episcopio, per dare alle stampe e diffondere capillarmente i numerosi documenti emessi. Rifiutava di far pagare al clero ogni tassa di successione, reclamava le decime dalle parrocchie che ne erano state esentate nel corso della rivoluzione e soprattutto chiedeva l’abolizione di ogni censura sugli scritti ufficiali. Ma gli episodi decisivi furono quelli riguardanti il comportamento da assumere nei confronti dei parroci di Bordighera e di Terzorio, con opinioni, in proposito completamente opposte alle autorità civili.

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A Nervia, procedevano i lavori di sterro per realizzare la strada carrozzabile.

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Dalla testimonianza di Girolamo Rossi apprendiamo come quei lavori eliminassero la struttura dell’antico tempio di Diana; tempio, che dall’anno 90 ha fatto le funzioni di Cattedrale cristiana, fino quasi al termine del periodo longobardo.

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1837     In luglio, scoppiò in San Remo una epidemia di colera che procurò, entro dicembre, un migliaio di morti, nonostante i Savoia avessero donato alla città il grande Lebrosario su Monte Bignone.

Il 13 agosto, veniva assegnato alla Diocesi il vescovo Lorenzo Battista Biale.

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Professore di Diritto Canonico alla Regia Università di Genova. Sebbene non più giovane e d’aspetto macilento, resse la diocesi per ben quarant’anni, vedendo compiere la costruzione del seminario. Ampliò l’episcopio con l’acquisto di una casa ed un giardino che vi stanno davanti, dopo aver riattata ed abbellita la villeggiatura di Latte. Invitò Don Bosco a fondare i Salesiani a Vallecrosia. Sebbene ottuagenario volle partecipare al Concilio Vaticano indetto da papa Pio IX. Funzionò come Amministratore Apostolico dell’Abazia di San Nicolò a Monaco. Nonagenario visitò compiutamente la diocesi. Oltre ai Salesiani istituiva le suore di Maria Ausigliatrice in Vallecrosia.

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Una stampa di Fisher Son & C. datata 1837, illustra una nave a due alberi a monte dell’antico ponte stradale sulla Roia, il quale mostra l’ultima arcata, di ponente, aperta; a documentazione che il porto canale del Lago ha funzionato almeno fino a quel periodo.

1838  Re Carlo Alberto, decretava alcune deroghe di costume per l’Amministrazione ventimigliese. In seguito, autorizzerà anche di dare il proprio nome al Passeggio fuori Porta Nizza.

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Memore delle ormai passate glorie della nostra città, “per maggiore decorò del civico corpo e per contribuire altresì a crescere il lustro delle pubbliche funzioni, alle quali era chiamato, autorizzava l’amministrazione della città di Ventimiglia a far uso, nelle pubbliche funzioni ed altre ricorrenze di pubblica rappresentanza, dell’abito civile uniforme, approvato per le amministrazioni delle città di provincia

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Il 28 luglio, a Torino, moriva Agostino Lascàris, luogotenente, generale, Presidente della Reale Accademia delle Scienze di Torino. Era nato a Ventimiglia nel 1753.

Il censimento della popolazione dava 5994 abitanti nel Comune di Ventimiglia.

1839  Il comando di Forte San Paolo era affidato al nobile colonnello Giovanni Di Negro, che seguirà i lavori di armamento delle fortificazioni.

Veniva effettuato un censimento della popolazione, per abitazioni di famiglie.

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Il numero totale delle case era di 370, così suddivise: 63 nel quartiere Piazza, 101 nell’Oliveta, 61 a Morro di Bo’, 95 nel Campo e Borgo, 16 alla Marina e 34 nel sobborgo di Sant’Agostino.

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Sul territorio Intemelio, agivano quattro Stazioni di Carabinieri: Ventimiglia, Tenda, la Giandolà e Sospello; inquadrate nella Compagnia di Nizza, che aveva luogotenenze a San Remo, Theniers ed Oneglia.

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Istituiti nel 1814, negli Stati Sardi, da Vittorio Emanuele I, come Corpo a protezione della persona del Re, dal 1815, i Carabinieri vennero impiegati per la tutela dell’ordine e la sicurezza pubblica, diffondendosi in breve tempo su tutto il territorio. Nel 1861, prenderanno il carattere di Arma.

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1840     Il re Carlo Alberto nominava Governatore della piazzaforte di Ventimiglia il maggiore generale Carlo Pochettini di Serravalle.

Il 27 maggio, a Nizza, moriva Nicolò Paganini.

La Ditta Lorenzi Filippo apriva una conceria per la lavorazione delle pelli di capra e vitello.

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Per i primi decenni di attività mantenne proporzioni modeste, impiegando la materia prima importata dal Plata, dall’Australia e da alcuni paesi europei, mentre la materia conciante proveniva dagli elci dei ricchi boschi di Rezzo e Triora.

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1841     Moriva Onorato V di Monaco, saliva al trono del principato il figlio Florestano I°.

 

1842     Era restaurata la Cattedrale, che minacciava di cadere in rovine. Il quadro riproducente l’Assunta, custodito nella cappella alta del Battistero, veniva trasferito in Cattedrale, presso la cappella di San Secondo.

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Scavando presso le fondamenta, sotto il coro della Cattedrale, si rinvennero alcuni frammenti di iscrizioni romane.

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Per la direzione dell’ospedale di Santo Spirito e per l’istruzione delle fanciulle, venivano introdotte le suore sotto il titolo di Santa Maria dell’Orto, che momentaneamente dimorarono in un monastero sul retro della Cattedrale.

Il pittore vedutista francese Eugéne Isabey, alla foce della Roia, eseguiva l’acquerello che ritrae il vecchio ponte, distrutto nel 1861.

1843     Il vescovo Biale appaltava all’impresa Bono il tentativo di riprendere dalla rovina la cappella della Misericordia, sulla Piana di Latte, ma inutilmente.

Chiamate dal vescovo Biale, giungevano in città le Giannelline, le suore di N.S. dell’Orto, impegnate nell’assistenza e nell’insegnamento, fino al 1950. Tennero convento sul retro della Cattedrale.

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Popolarissime sul nostro territorio, “e mùneghe de l’Ortu”, Congregazione fondate dal chiavarese Sant’Antonio Maria Gianelli, svolgevano opera infermieristica nell’Ospedale, da quando questa struttura cominciò a dare vera assistenza. Condussero anche un colleggio femminile, che dette una degna educazione ad intere generazioni di fanciulle, in un’epoca di vero analfabetismo, anche culturale. E’ da ricordare anche la prima superiora, suor Caterina Podestà.

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Il lionese Antonio Grand iniziava ad indagare nelle caverne dei Balzi Rossi.

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Le sue ricerche, geologiche e storiche sulle Caverne, vennero pubblicate a Parigi, dal Desnoyers, richiamando l’attenzione del Forel, dal Geny, dal Pérès e dal Moggdrige, che proseguirono quegli studi.

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Il Consiglio Comunale deliberava di «apporre in capo di ogni quartiere e contrada di questa città» il nome che portava e sull’ingresso di ogni casa il proprio numero progressivo.

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Ventimiglia era divisa in Sestieri: Piazza, Oliveta, Morro di Bo’, Campo e Borgo, Marina, Sant’Agostino. Le contrade erano dieci: di Piazza, di Mezzo e del Commercio nel sestiere di Piazza, del Commercio, Piazza San Michele, contrada di Tomao, Caramagni, Sotto i Forni, dei Forni, della Processione nel sestiere Oliveta.

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1844     Dal 29 al 31 di maggio, il vescovo Biale riuniva un Sinodo, dove stabiliva l’erezione di numerose parrocchie, mentre la chiesa di San Remo veniva staccada dalla Diocesi di Albenga per essere assegnata a quella di Ventimiglia.

Il 10 di novembre, il mare tempestoso gettò a terra il cadavere di una enorme balena, il cui scheletro venne donato al Museo Universitario di Torino, dal re Carlo Alberto. Il prof. Giuseppe Cantù ne modellò l’esposizione.

I nati “esposti” dell’anno furono undici.

1845     Venivano restaurate le mura che difendevano la città.

In settembre, il vescovo Biale interveniva, insieme a più vescovi, all’incoronazione di N.D. di Lampedusa.

Il giorno 11 settembre, un Regio Decreto, sottoscritto da Carlo Alberto, ordinava l’uso delle misure metrico-decimali a cominciare dal 1850.

Il censimento della popolazione dava 6565 abitanti nel Comune di Ventimiglia.

I nati “esposti” dell’anno furono tredici.

1846     Proseguivano e si concludevano i lavori di restauro alle mura cittadine.

Il principe di Monaco, Calo III°, sposava Antoinette-Ghislaine de Mérode.

I nati “esposti” dell’anno furono dodici.

1847     I nati “esposti” dell’anno furono ancora dodici.

Il 24 luglio, il vescovo Biale convalidava i nuovi Capitoli della Confraternita del Carmine, “i Türchin”, eretta già da molti anni, che officiava da poco in San Michele.

Il 4 novembre, il popolo di Mentone chiese al Governatore Generale di trasmettere al Principe Florestano la richiesta delle riforme in vigore nella Sardegna e smezzasse i diritti doganali.

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In occasione dell’anniversario del Re di Sardegna, vi fu una grande festa, il busto del Re venne portato in trionfo e le strade echeggiarono del grido di «viva Pio IX, viva il Re, viva Florestano». Florestano, allora a Parigi, s’affrettò verso Monaco, ma rifiutò di ricevere una delegazione mentonasca e ammise soltanto alla sua presenza Carlo Trenca, capitano dei carabinieri e controllore generale delle finanze, che tentò una conciliazione, ma che per tutta risposta fu destituito da cariche e funzioni.La popolazione non tardò ad esprimersi in forma meno platonica. Ormai il fermento crescente nella Liguria e nel Piemonte e in tutta l’Italia si ripercuoteva nel Principato, dove il popolo aveva il sentimento di lottare contro un tiranno. A nulla valse qualche allentamento alle dure regole, concesso da Florestano, succeduto al fratello Onorato V, come l’abolizione dell’esclusiva sulla farina. Le istituzioni liberali accordate da Pio IX e Carlo Alberto ebbero una larga eco a Mentone.

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1848   Con un plebiscito, Mentone e Roccabruna cercarono di staccarsi dal Principato di Monaco, costituendosi città libere.

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Il Principe ereditario Carlo, preceduto da forze sarde, fu mal ricevuto; ma vennero accordate migliorie doganali e nominata una Commissione per lo studio delle riforme auspicate.

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Il 4 marzo, giungeva notizia delle riforme concesse dal re Carlo Alberto, che avrebbe dotato “lo Stato di forti e larghe istituzioni rappresentative”.

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Lo Statuto albertino comprendeva la legge elettorale. Ventimiglia era posta a capo di un suo Collegio elettorale che comprendeva, oltre alla città capoluogo, Bordighera con le sue vallate, tutta la Val Nervia e la bassa Val Roia. I primi deputati del Collegio di Ventimiglia furono l’avvocato Giuseppe Cassini di Apricale, che dovette rinunciare per incompatibilità, giacché svolgeva funzioni di magistrato ad Aosta; cui fece seguito l’avvocato Fruttuoso Biancheri di Camporosso; il cavalier Giacomo Filippo Maraldi, maggiore generale di Perinaldo, che rinunciava; poi Giacomo Filippo Galvagno, ministro che optava per altro collegio; infine, il cavalier Ercole Ricotti, che era l’unico non ligure eletto nei collegi Liguri ed era l’unico rappresentante Ligure che si collocava a Destra.

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Il 10 febbraio, i mentonaschi manifestarono per le vie di Carnolese, dove si trovava il Principe, sventolando la bandiera sarda.

Il 12 febbraio, dalla Casa Comunale, un Console leggeva un progetto di costituzione.

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Si accordava la libertà individuale, il diritto di proprietà, quello di eleggere per suffragio ristretto sei dei dodici mémbri del Consiglio di Stato, il quale aveva pertinenza soltanto nell’amministrativo, il potere esecutivo e l’iniziativa delle leggi restando di competenza del Sovrano. La presidenza del Consiglio di Stato spettava al Principe ereditario, se maggiorenne, in caso contrario al Governatore Generale.

Un’eccitazione vivissima tenne dietro all’annunciato progetto: i mentonaschi chiesero la protezione del Re, e Florestano stesso chiese l’intervento delle forze sarde accordando loro piena libertà d’azione. intervenne la costituzione albertina in Sardegna. I soldati piemontesi simpatizzavano per i rivoltosi e Torino non avversava il movimento che si precisava in Mentone, giacché già guardava all’unità italiana e al disgregamento dei vari Stati della penisola. Cosicché fu inutile la proclamazione tardiva di una costituzione simile all’Albertina: i Mentonaschi da un lato non nutrivano fiducia nella parola, in verità sfuggente, di Florestano, e dall’altro si sentivano approvati e moralmente sostenuti dalla Sardegna e dai popoli di tutta l’Europa che erano in lotta per la stessa causa.

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Il 1° marzo le truppe sarde si ritirarono da Mentone «per non dover spargere del sangue».

Il 2 marzo, respinti i carabinieri del Principe che venivano per sostituirle, i cittadini costituirono un Governo Provvisorio di 35 mèmbri e una guardia civica, al comando di Carlo Trenca.

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Florestano si ritirò e nominò il figlio, il futuro Carlo III, amministratore del Principato con potere di agire in nome suo. L’azione intelligente e prudente di quest’ultimo non diede i frutti sperati.

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Il 21 marzo, Mentone e Roccabruna si proclamarono Città Libere e indipendenti sotto il protettorato del Re di Sardegna.

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Alzarono una bandiera bianca, rossa e verde, recante nel mezzo due mani unite in una stretta. Un distaccamento della guarnigione di Nizza entrò nel territorio delle Città Libere dieci giorni dopo.

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Il 25 marzo, con la consegna del tricolore benedetto dal vescovo Biale in Sant’Agostino, partivano i volontari che il generale Alemandi aggregherà in una Compagnia, del Corpo franco bresciano-ligure, al comando del capitano Paolo Sandri.

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Nell’Armata sarda che aveva passato in Ticino, si contavano diciasette ufficiali ventimigliesi. Due maggiori, un capitano di fregata, sei capitani, sette sottotenenti ed un cappellano. Tra questi venivano insigniti della medaglia al valore: il maggiore conte Nicolò Olignani, il capitano Artonio Alberti, il sottotenente Gaetano Cauvin, ai quali vanno aggiunti il sergente Antonio Martini ed il soldato di cavalleria Augusto Sismondini.

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Il 30 aprile, a Mentone e Roccabruna veniva proclamato lo Statuto.

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Si istituiva un Gran Consiglio elettivo a cui era devoluto il potere legislativo, mentre affidava quello esecutivo a cinque Commissari del Governo, scelti fra i Consiglieri o altri cittadini. I due Comuni ebbero pure Consigli Comunali elettivi e rispettivi Sindaci.

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Il 28 maggio un decreto del Gran Consiglio bandiva in perpetuo i Grimaldi dalle Città Libere di Mentone e Roccabruna.

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Florestano protestò energicamente. I rivoltosi risposero alla protesta con un progetto di annessione alla Sardegna, progetto che, proposto al popolo, otteneva 568 firme favorevoli, contro 370 contrarie.

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Il 26 giugno, a Mentone e Roccabruna ebbero luogo le consultazioni,

Il 30 giugno, il Gran Consiglio di Mentone/Roccabruna decretò la riunione immediata al Regno Sardo.

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Una delegazione presieduta da Carlo Trenca fu inviata a Torino per l’esecuzione del decreto. Nel frattempo, Carlo Alberto aveva ottenuto da Florestano l’assenso alla vendita di tutto il Principato. Ma il prezzo domandatene, 6.000.000 di franchi  - capitalizzazione di 213.670 franchi di rendita netta, ai quali si doveva aggiungere il prezzo delle artiglierie e qualche concessione particolare, venne ritenuto troppo elevato, e l’accordo non fu concluso.

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L’8 giugno, la Lombardia votava l’annessione al Regno Sardo.

1849     Il 24 marzo, Carlo Alberto abdicava a favore del figlio Vittorio Emanuele Il. Andando esule verso il Portogallo, passava da Ventimiglia, per recarsi al Santuario di Laghetto, dove sostava in raccoglimento. Morirà ad Oporto, il 28 luglio successivo.

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L’onore di comandare il “Governolo”, la nave che trasportò la salma di Carlo Alberto dal Portogallo a Genova toccò al nostro concittadino Antonio Galleani, capitano di fregata.

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Lo Stato Sardo decretava l’incameramento dei beni ecclesiastici.

A Monaco, nasceva Alberto, figlio del principe Carlo III°.

Il censimento della popolazione dava 6894 abitanti nel Comune di Ventimiglia.

Il 30 giugno, il Regio Governo pubblicava i ragguagli per rapportare i correnti ed antichi pesi e misure nell’adottato sistema metrico decimale.

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Cominciava a farsi sentire la svolta per il passaggio all’unificazione economica del Regno: l’apertura dello Stato Sabaudo ad una politica liberista e ad una più attenta considerazione delle necessità mercantili della Liguria. I primi provvedimenti riguardarono l’abolizione dei diritti differenziali attraverso accordi di reciprocità con le nazioni estere; intanto le città ponentine premevano per ottenere i finanziamenti per i loro porti e per l’abolizione dei dazi interni allo stato. La certezza del diritto ottenuta con tale Statuto avrebbe dovuto garantire un’uguaglianza di trattamento per tutti i paesi dello Stato, ma le barriere doganali ed i privilegi mantenuti nei confronti di alcune città rispetto ad altre rendevano vano il dettato costituzionale. Gli effetti a queste e ad altre successive sollecitazioni non tardarono ad arrivare, forse perché ormai erano maturi i tempi del cambiamento. A Badalucco e Taggia la gente manifestava, chiedeva notizie, pretendeva la rimozione di funzionari antiliberali e, in particolare a Sanremo, cacciava i Gesuiti, simbolo dell’oppressione esercitata attraverso l’istruzione. Il mondo operaio della provincia era formato da un certo numero di addetti alle manifatture e alle piccole industrie; le fabbriche di pasta erano concentrate principalmente nel territorio di Oneglia, dove ben sviluppati erano anche i laboratori di tessitura della canapa e del lino. A Pontedassio era stata impiantato uno stabilimento di macina i cui macchinari pulivano il grano senza lavarlo e questo primo esempio di applicazione innovativa nell’industria rappresentava però un caso isolato, poiché il resto dell’industria rimaneva legata ai vecchi metodi. Vi era poi il variegato mondo degli artigiani, composto da un’alta percentuale di falegnami, di calzolai, ferrai e muratori; in seguito vi erano innumerevoli altre attività. Questo mondo operaio e artigianale trova nella società di mutuo soccorso una possibilità di difesa dalle avversità economiche che frequentemente lo colpiscono.

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Il 28 luglio, la morte del re Carlo Alberto, in Oporto, dov’era esiliato toccava profondamente tutto il popolo.

In agosto, con il ritorno di molti dei volontari, giunsero le ferali notizie dei disastri di Milano e della disfatta di Novara.

Il 22 settembre, veniva tenuto un servizio funebre ordinato dal municipio, alla presenza del vescovo, mentre Andrea Rolando rendeva un toccante necrologio per il Re.

Il 10 novembre, solo la Camera dei Deputati approvò il progetto di legge dell’incorporamento nello Stato di Mentone e Roccabruna, mentre il Senato, con la prudenza che dettava la situazione internazionale, si limitò a nominare una Commissione di studio.

I nati “esposti” dell’anno furono undici.

1850     Il primo gennaio, entrava in vigore il Regio Decreto che faceva cessare la molteplicità dei pesi e delle misure in uso diversificato per ogni singola città della Provincia, per seguire la progressione decimale, con le denominazioni ancor oggi in uso.

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Fino a quel momento il metro valeva circa quattro palmi, ma non per tutta la provincia, infatti solo a Ventimiglia era in uso una cannella di 12 palmi, col palmo di 12 once, alquanto minori di quelle delle altre città. Come la canna di otto palmi usata per misurare le stoffe, veniva misurata con un palmo di dodici once. Quindi, nella nostra città il metro avrebbe avuto il valore finora usato di 3 palmi, 8 once e 1040 frazioni. Una canna sarebbe valsa 3 metri e 265 millimetri. Dieci metri erano dunque: 3 canne, 0 palmi, 9 once e 0400 frazioni. Per le stoffe, invece, l’oncia sarebbe valsa due centimetri e nove decimillimetri. In Ventimiglia, si misurava in cannelle quadrate, delle quali una sarebbe stata pari a 10 metri quadri, 66 decimetri e 2 centimetri; mentre un’ara avrebbe valso nove cannelle quadrate e 380687 di numeri frazionali. Un’oncia quadrata sarebbe stata cinque centimetri, più 14 millimetri così come un decimetro quadro varrà 19 once q. ed una frazione di 4518. Il palmo q. = 37 decimetri, 1 centimetro e 44 millimetri quadrati; tanto che un metro quadro era in precedenza tredici palmi quadrati, più 73 once quadre ed una frazione di 1792 unità. Per le misure di volume, nella nostra città, esistevano due cannelle di volume diverse, una per misurare i muri ed un’altra il legname. Una cannella di volume per i muri avrebbe valso tre metri cubi, più 263 decimetri e 28 centimetri cubi. Tanto che un metro cubo derivava da 24 palmi di volume più 823566 frazionali. Così l’oncia di volume varrebbe 279,752 centimetri cubi, ed un decimetro cubo tre once con 5746 frazionali. Per il legname, una cannella di volume era 135 decimetri cubi, più 959 centimetri, cosicché un metro cubo varrà sette cannelle e 355131 frazioni di volume. Un’oncia di volume sarà 11 centimetri e 656 millimetri cubi, per contro, un decimetro cubo sarà 85 once di volume e 7902 frazionali. Le misure per le materie asciutte, come i cereali, oppure per cose umide, come le olive subivano il maggior numero di variazioni, nella Provincia che ci riguardava, infatti, molti Comuni, anche attigui, usavano parametri diversissimi. A San Remo, Poggio e Colla si usavano: sacchi, staia, bogliuole e coppelli o motulari, a decrescere, per i cereali; mentre a Perinaldo le staia diventavano: corbini. A Pigna e Casté, staia e bogliola avevano il medesimo significato e non erano decrescenti, per misurare olive e castagne. A Ceriana si usava la quarta, divisa in quattro coppelli, mentre a Baiardo la quarta valeva dodici coppelle. A Cipressa e Badalucco esisteva una minetta di venti litri, per olive e castagne, che misurava solo le olive a Montalto. A Taggia, Bussana e Castellaro, la minetta valeva 12 coppelli, mentre nel resto della Provincia, sul mare, per i cereali si era inserita la mina genovese, divisa in staia, quarte e gombette. Una mina era frutto di quattro gombette, dodici delle quali formavano una quarta e due quarte erano uno staio. Otto gombette, più 238 frazioni, saranno pari a dieci litri, ovvero, un decalitro. Nelle misure di capacità, il barile era composto da quattro rubbi formati da 32 amole ed una di queste corrisponderà esattamente al litro. L’olio si misurava anche a peso con libre. e rubbi, cosicché uno di questi varrà sei decalitri e 490. In generale per i pesi si adoperava: il cantaro di sei rubbi, il rubbo di 25 libre, la libra di 12 oncie, e questa di otto drammi, pari a 24 scrupoli, formati da 24 grani. In qualche luogo, il rottolo equivaleva ad una libra e mezza. Il cantaro sarà pari a quattro miriagrammi, più sette chili e 5125. La libra medica, per i farmacisti, era una misura torinese, divisa in 12 once. di otto drammi, pari a tre scrupoli di 20 grani. Un grano varrà cinque centigrammi e tre milligrammi, più 368.

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In febbraio, veniva nominato sindaco Francesco Pallanca. In agosto, era nominato sindaco Tommaso Galleani, che rinunciava e nel novembre successivo, restava surrogato dal marchese Pietro Orengo.

A Monaco e Mentone, le mansioni del Comitato per la coltivazione dei limoni venivano assunte dal Consiglio comunale.

In Cattedrale, veniva alzato un organo della ditta Agati di Pistoia.

I nati “esposti” dell’anno furono dieci.

1851    Era nominato sindaco il notaio Giobatta Amalberti.

Passava per la città la regina Maria Cristina del Portogallo, col figlio Carlo, principe ereditario.

Il Comandante del Forte era il maggiore Rho di Tornielli.

Il poeta Alphonse Karr, autore di “Sous les Tillens”,  avviava il commercio dei fiori verso Parigi.

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E’ una data significativa per tutta la Riviera di Ponente. Con l’affermarsi della floricoltura, premeva la necessità di commercializzazione seria del prodotto; il tramite tra i fiorai di tutta Europa ed il mercato locale.

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Il 3 settembre alle ore 15, giungeva in città il Ministro ai Lavori Pubblici, Pietro Paleocapa, con l’Intendente Radicati.

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Le mulattiere erano comunque in cattivo stato: da Triora a Briga si impiegavano sette ore e otto per raggiungere Sanremo; tutto l’entroterra montano era ricco di boschi e di pascoli utilizzati per l’allevamento degli ovini; invece i bovini erano molto scarsi. Nella Valle Argentina, che contava circa 1800 persone, aveva un attivo smercio dei prodotti propri (castagne, fagioli, pomidoro ed olio) con i Comuni limitrofi e costieri; Taggia era molto popolata, circa 4000 abitanti, ed era una delle terre più fertili della Riviera di Ponente; vi erano orti, vigneti, grandi alberi da frutta e olivi colossali; anche i suoi boschi davano una buona rendita per l’abbondanza di legna da fuoco e di quella per la costruzione di bastimenti. Invece, Camporosso, San Biagio e Soldano esportavano olio in Piemonte e producevano vino di buona qualità.

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Il 21 settembre, giungeva in visita al Collegio, il deputato Ercole Ricotti.

Il 18 ottobre, in Torino, a cinquant’anni, moriva la ventimigliese Teresa Ferrero vedova Rodi, che disponeva un legato atto ad istituire la “Dote Ferrero”, da parte del Comune di Ventimiglia.

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Ogni anno, in ottobre, il Sindaco provvedeva a informare le ragazze nubili, con meno di venticinque anni, povere ma di legittimi natali, affinché partecipassero all’estrazione di una dote ricavata dalla rendita dell’apposito lascito.

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I nati “esposti” dell’anno furono tredici.

Durante i lavori di ingrandimento della chiesetta di Sant’Ampelio, vennero dissotterrati i corpi di molti frati benedettini, provenienti dall’isola di Lerina, che avevano abitato nel monastero edificato nei pressi del Capo.

1852 Il 12 gennaio, nella terra del vescovo a Nervia, era scoperto il mosaico rappresentante le Quattro Stagioni. Il 16 aprile, l’Intendente generale La Marmora era in visita al vescovo Biale.

Il 29 giugno, nella Biblioteca Aprosiana, era istituita la Società di reciproca istruzione.

Comandante del Forte era il maggiore d’artiglieria Luigi Scagnelli.

Il giorno 8 luglio, veniva assegnato l’appalto per la costruzione di un ponte sul Torrente Nervia, alla ditta Becchi di San Remo.

Il primo ottobre, veniva a visitare i Forti, il generale Alfonso La Marmora, reduce dalla visita all’Imperatore Napoleone III°, a Parigi.

Il 17 ottobre, nella casa del conte Giorgio Galleani, era aperto il Circolo ricreativo.

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Il Circolo era sede di una Società avente lo scopo di procurare a cittadini e forestieri un piacevole ed onesto trattenimento. Nei locali del Circolo erano situati: il biliardo, le sale da gioco, una sala da ballo, il gabinetti di lettura con scelta di opere e di giornali. Segretario del circolo era eletto Sebastiano Sanguineti, che all’inizio della carriera, si era trasferito a Grimaldi. Dopo la partenza di questi, dal 1853, sarà segretario Girolamo Rossi, il Presidente era il Maggiore Scagnelli, comandante del Forte.

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In novembre, a Nervia nelle proprietà del parroco, veniva scoperto il mosaico che rappresentava Arione, oggi visibile nei pressi del casello ferroviario, lato nord del cavalcavia.

I nati “esposti” dell’anno furono undici.

1853     Il 10 febbraio, alle ore 5,30, un maremoto metteva in pericolo alcune navi.

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Alla Marina, la spiaggia era in grave disfacimento. In gennaio, era stato demolito un ampio magazzino in legno, di proprietà Mercenaro, allo scopo di ampliare il piazzale, mentre il direttore del genio militare per lavori marittimi, consigliava la costruzione della una diga sulla riva destra del Fiume Roia, per proteggere le imbarcazioni tratte a secco, che si trovavano in pericolo sia per l’angustia della spiaggia che per la eccezionalità delle piene del fiume.

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Nei pressi della villa vescovile, a Nervia, veniva alla luce il mosaico delle quattro stagioni, che in breve tempo veniva distrutto.

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Delle quattro stagioni si potè conservare soltanto la primavera; che oggi fregia la sala d’ingresso della magnifica abitazione del cav. Tommaso Hanbury, a Mortola. (Rossi / Storia ... 15)

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Per Carnevale, il Circolo organizzava una serata danzante a beneficio degli indigenti.

Il 30 luglio, era pubblicato il Regolamento di Polizia Urbana, coi caratteri della tipografia Puppo di San Remo.

Era anche pubblicato il regolamento del Circolo.

Il 6 agosto, giungeva l’architetto Maus, per studiare il congiungimento di una ferrovia col Piemonte.

Il 12 agosto, giungeva in visita il deputato Ercole Ricotti.

Il 23 d’agosto, compariva una cometa.

Una devastante epidemia di filossera, infezione crittogama della vite, ha fatto abbandonare la coltura della vigna, per almeno vent’anni.

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Per gli agricoltori locali il malanno non portò particolari contraccolpi, considerando che la vigna veniva considerata un settore di produzione per autoconsumo ed era pochissimo il vino esportato. Attorno agli anni Ottanta del secolo, la scoperta che un opportuno trattamento con polveri di zolfo poteva costituire un ottimo antidoto al malanno, ha fatto riprendere la viticoltura, portandola persino ad un appropriato sviluppo.

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Il 14 settembre, era in visita il deputato Ercole Ricotti.

In ottobre, era deliberata la costruzione della Strada Traversa, dal Borgo alla Ridotta dell’Annunziata. L’appalterà la ditta Carlo Notari.

Il 4 dicembre, sciolta la Camera, veniva eletto deputato Giuseppe Biancheri, per il Collegio ventimigliese.

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Nella campagna elettorale, l’uscente Ricotti aveva adottando il tema forte del permanere in Val Nervia d’alcuni privilegi feudali di bannalità sui frantoi d’olive. Biancheri proposto come candidato non voleva opporsi al Ricotti, presentato dai clericali; ma, alla festa dello Statuto, il vescovo Lorenzo Battista Biale non partecipò alle cerimonie ufficiali, il che spinse il Ricotti a qualche commento di censura, per il quale il Biale, indirizzò la sua influenza verso il mazziniano Giuseppe Biancheri. Gli elettori erano poche centinaia di cittadini, maschi e di censo; le sezioni elettorali appena due; una nel Comune in piazza della Cattedrale, nella quale affluivano anche gli elettori di Bordighera; mentre l’altra era situata nel palazzo comunale di Dolceacqua. Il Biancheri vinse con 186 voti rispetto ai 149 dell’uscente Ricotti.

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1854     Il 6 aprile, alle sei del mattino, il Principe di Monaco, Florestano, si presentò a Mentone.

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Abbigliato in grande uniforme, accompagnato dal suo aiutante di campo e dal suo medico personale, venne circondato dai suoi partigiani che l’acclamarono e lo condussero verso il Palazzo Comunale. Una contromanifestazione si produsse immediatamente. I carabinieri sardi sedarono il tumulto, liberarono il Principe che stava soccombendo, e lo trassero come prigioniero di Stato a Nizza. Conseguenza di ciò fu che la stessa Francia, la quale si era, negli anni precedenti, dimostrata contraria all’annessione delle Città Libere, propose al Principe di Monaco, con l’assenso delle altre Potenze, di venderle alla Sardegna; solo l’Austria ne dissentì. Si iniziarono le trattative, ma neanche questa volta l’accordo poté essere condotto a buon fine. Qualche anno dopo Mentone e Roccabruna diventeranno francesi.

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In luglio, veniva ultimato il palazzo di Gaetano Orengo, poi proprietà dei fratelli Biancheri.

A Genova, scoppiava il colera, casi isolati venivano segnalati a Bordighera e San Biagio.

Il 22 agosto, il Circolo chiudeva i battenti, per la trascuraggine dei cittadini.

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Anche allora, i ventimigliesi preferivano frequentare i Circoli di Mentone e di San Remo, quasi certamente quelli di Montecarlo e Bordighera, piuttosto di degnare la loro presenza alla identica struttura organizzata nella loro città. Se ne lamentarono il Presidente Scagnelli ed il Segretario Rossi, quando dovettero chiudere il Circolo dopo appena due anni. Per fortuna il barone Giorgio Galleani non pretenderà gli affitti arretrati.

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Il Podestà Secondo Galleani redigeva i verbali relativi agli “esposti” inviati negli anni ad Oneglia.

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Era compito del Podestà dare un cognome al trovatello, ecco un esempio della sua fantasia, per gli anni 1844/51: Nibbio, Nardo, Casino, Mincio, Tanaro, Gemma, Fenice, Dalia, Lapillo, Lavagna, Cassero, Piedestallo, Sardella, Avena, Bigamo, Ginestra, Capperi, Triglia, Riccio, Tremolo, Rosa, Ghirindoni, Palma, Mina, Ratto, Gallo, Marronetto, Susina, Pitale, Ragno, Viola, Mera, Filone, Susina, Sorbo, Clava, Plinio, Erbetta.

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Il 29 dicembre, ore tre mattutine, una fortissima scossa di terremoto, interressò il Ponente ligure.

1855     In febbraio, il deputato Biancheri dibatteva contro l’invio di truppe in Crimea. In settembre si festeggerà la presa di Sebastopoli.

La piazzaforte era comandata dal maggiore artigliere Pietro Lurago.

In Inghilterra, veniva diffuso il romanzo “Il dottor Antonio”, scritto in inglese da Giovanni Ruffini.

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Il romanzo, ambientato a Bordighera, contribuirà non poco al lancio turistico della Riviera di Ponente, quando, dopo il 1860, staccata dalla Costa Azzurra, divenuta francese, cominciava a camminare sulle proprie gambe in fatto di richiamo verso i ricchi abitanti del Nord europeo.

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1856     Il 3 gennaio, a Taggia, moriva Agostino Ruffini, fratello minore di Giovanni ed Jacopo. Deputato al Parlamento Subalpino.

In giugno, il vescovo Biale provvedeva all’incoronazione della Vergine modellata dal celebre scultore Salvatore Revelli di Taggia, subito dopo il prodigioso movimento degli occhi.

Il 2 d’agosto, sulla Gazzetta del Popolo appariva una lista di ventimigliesi, prima in Riviera a sottoscrivere per cento cannoni ad Alessandria.

Il 27 novembre, il vescovo di Olimpia, Stefano Semeria, nativo della Colla di San Remo, visitava il vescovo Biale.

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La notizia è dotata di un particolare interessante. Per la prima volta viene annunciato l’alloggiamento di un personaggio importante, in una “pubblica Locanda”. Monsignor Semeria “scendeva” alla Locanda del Cervo, di proprietà del noto Lucangelo Pignone.

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Erede di Florestano I, che abdicava, Carlo III saliva sul trono di Monaco.

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Dopo aver firmato con la Francia il trattato che regolava la questione di Mentone e Roquebrune, stabilì una ferma posizione delle nuove frontiere, assicurando una brillante reggenza. Aiutato da sua moglie la principessa Antonietta da Merode, discendente di una grande famiglia belga, diede a Monaco e alla nuova città di Monte-Carlo costruita attorno al nuovo bel Casinò, una grande prosperità così come un’atmosfera mondana e intellettualmente viva.

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1857     In gennaio, decedeva il marchese Pietro Orengo, sindaco della città.

Il 21 gennaio, alle 11, il conte di Cavour, accompagnato dal commendator Rattazzi, visitava i lavori per la Strada Traversa.

Il 29 gennaio, alle ore 4,10, da Nizza giungeva il re Vittorio Emanuele II°, ricevuto dal Comandante del Forte Pietro Lurago e dal sindaco Giobatta Amalberti.

Il vescovo Biale otteneva di riaprire la chiesa e il convento di Sant’Agostino, che adibì ad uso seminario.

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Il Vescovo nominò come primo rettore della chiesa il can. teologo don Giacomo Roggeri di Taggia, che fu eletto anche direttore del Seminario. Questi tenne tale carica dal 1857 fino al 1866, anno della sua morte. Morto il can. Roggeri, il Seminario fu trasferito nel convento di San Francesco in Ventimiglia alta.

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In maggio, la Camera approvava il progetto per la strada ferrata della Liguria, da La Spezia a Nizza.

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In quell’occasione, Biancheri oltre ad intervenire sul progetto della ferrovia litoranea da Palmignola, che era ancora nel ducato di Modena, al Varo, intervenne anche per una linea ferroviaria lungo la valle della Roia. Per giungere a Ventimiglia dal Piemonte bisognava passare per Nizza, con un viaggio disagevole, che oltre a quello del Colle di Tenda comprendeva il superamento dei colli di Braus e del Brouis.

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In giugno, durante i lavori di realizzazione della via Traversa, sotto l’oratorio di San Giovanni, vengono alla luce due monete d’oro dell’imperatore Giustiniano ed un bronzo con iscrizione.

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Si trattava del sigillo bronzeo di Marco Emilio Basso, illustre cittadino d’Albintimilium, che difficilmente poteva essere portato altrove dal luogo di abitazione del suo proprietario, appartenente alla gens Aemilia.

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Il 5 luglio, solenne apertura della Strada Traversa, per parte del comm. Boschi, Intendente generale di Nizza.

Il 1° settembre, Girolamo Rossi dedicava al Municipio della città, la sua opera editoriale “Storia della Città di Ventimiglia”. Era sindaco il notaio GioBattista Amalberti.

Il 9 settembre, alle ore 10, giungevano in città, in viaggio di studio, i principi Umberto ed Amedeo di Savoia, che andarono ad alloggiare alla Ridotta dell’Annunziata.

Il giorno 10, alle ore sette, i principi partirono per Mentone, diretti a Nizza.

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Umberto aveva allora tredici anni, Amedeo solo dodici. Il padre, Vittorio Emanuele II, aveva voluto questo viaggio istruttivo lungo la Riviera di Ponente, senza onori e ricevimenti ufficiali. Giunti in carrozza, salirono al Capo, per avere visione delle orride montagne della Roia. In Parlamento ebbero il saluto del Sindaco Amalberti e del capitano delle Guardie Civili, Secondo Gibelli; poi attraverso piazza San Michele raggiunsero il Forte. Alle sei di sera, cena alla Ridotta.

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Il 15 novembre, le elezioni a Deputato vedono la vittoria dell’avvocato Giuseppe Biancheri che aveva per avversario Francesco Cassini di Perinaldo.

Nel bilancio di fine anno, la Ditta Andrea Biancheri & figli aveva in magazzino 1370 barili d’olio.

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Spediva olio nel biellese per il lavaggio delle lane e forniva l’olio per l’illuminazione notturna di Ventimiglia. Era fornita di agenti a Londra, San Pietroburgo, Bruxelles, Odessa e in Sud America. Possedeva un barco a vela, il Sant’Andrea per il trasbordo delle merci al porto di Genova.

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Il 22 novembre, a Genova, veniva istituita la Società Ligure di Storia Patria.

La testata di Val Roia, con le Alte Valli Tinée e Vésubie entravano a far parte della Riserva di Caccia di Vittorio Emanuele II, che aveva la superficie più estesa in Val Gesso.

1858     Il 29 gennaio, Domenico Maurizio Biancheri, era nominato sindaco della città.

In febbraio, i fratelli Aristide ed Alesandro Fornari fallivano, con un vuoto di 600.000 lire.

Il 15 agosto, in mattinata, il Viceconsole di Francia, Giobatta Biancheri distribuiva ai veterani dell’Armata napoleonica, la Medaglia commemorativa concessa da Napoleone III°, Imperatore dei francesi.

Il censimento della popolazione dava 6655 abitanti nel Comune di Ventimiglia.

1859     In maggio, la popolazione accoglieva con entusiasmo la cavalleria francese, in transito verso il fronte lombardo.

Veniva nominato sindaco il cavalier Domenico Maurizio Biancheri.

Il 4 agosto, per il fatto d’armi di Palestro, era insignito della medaglia al valor militare il luogotenente Felice Ceriani, mentre per i fatti di San Martino, otteneva onorevole menzione il capitano Nicola Galleani.

Entrava in vigore la “Legge Casati”, che sanciva l’obbligo di frequenza scolastica, per i giovanissimi, senza però sanzioni per gli inadempienti.

Il 22 settembre, in Pigna, nasceva Ludovico Isnardi. Sarà dottore e benefattore.

Il 7 ottobre, Vittorio Emanuele II decretava l’approvazione del pio legato “Dote Ferrero”, del 1851.

Il 25 novembre, fu firmato il contratto di costruzione della strada ferrata dal Varo alla Palmignola, che sarebbe stata la ferrovia ligure, venendo poi a stabilirsi che a Ventimiglia sorgesse la Stazione Internazionale.

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Il documento di contratto veniva siglato dall’ingegnere ventimigliese Giuseppe Biancheri, Segretario di Gabinetto del Ministro Piero Paleocapa.

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Il 5 dicembre, si dava inizio ai lavori per il passeggio della Colla, appendice alla strada Traversa, con l’apertura di Porta Nuova.

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Un ignoto vedutista inglese segnava con la data di quell’anno l’accurato disegno che ritrae le vicinanze dell’attuale Porta Nizza, sormontate dal campanile di San Francesco, prima delle sottomurazioni, che reggeranno il Regio Ginnasio.

 

 

CIRCONDARIO DI PORTO MAURIZIO

 

SOTTOPREFETTURA DI SAN REMO

 

VENTIMIGLIA DEFINITIVAMENTE CITTA’ DI FRONTIERA

PROGETTO DI STAZIONE INTERNAZIONALE, CON DOGANA, SULLA COSTRUENDA FERROVIA LIGURE

 

1860  Il 1 marzo, l’ambasciatore francese a Torino, Taleyrand, avanzava ufficialmente richiesta per la cessione di Nizza e Savoia.

Il 10 marzo, cadeva grande quantità di neve.

Il 20 marzo, grande festa per l’annessione dell’Emilia al Piemonte.

Il Collegio elettorale ventimigliese veniva accorpato a quello di San Remo.

Il 24 marzo, furono firmati i patti della cessione di Nizza e Savoia alla Francia.

Il 25 marzo, rielezione del deputato Biancheri.

Il 27 marzo, la giunta municipale ventimigliese auspicava che non venisse posto il confine con la Francia sul fiume Roia,

Il 3 aprile, il generale Petitti ed il ministro Nigra erano ricevuti dall’Imperatore francese per delimitare i confini, dopo la cessione di Nizza.

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Napoleone III non s’era ancora fatto un’idea di quali avrebbero dovuto essere i confini. Parlò di quelli del 1796, i quali, con l’abolizione del Marchesato di Dolceacqua, comprendevano buona parte della Valle di Nervia nella provincia nizzarda: il Petitti gli rispose che sarebbero stati pregiudizievoli alla Sardegna; parlò di Ventimiglia e domandò se il confine in questo punto non fosse il Roia, al che il Petitti rispose di no, esponendo l’idea di cedere i diritto del Re su Monaco, Mentone e Roccabruna ed ottenere in compenso il forte di Lesseillon, in Savoia e alcune parti del contado di Nizza nello scopo di assicurare la difesa dello Stato.

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Il 12 aprile, il deputato Biancheri interpellava il Presidente del Consiglio, sulle voci che davano Ventimiglia ceduta alla Francia, con Nizza.

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Con una lettera del 25 aprile, Camillo Cavour, Ministro agli Affari Esteri, assicurava il deputato Biancheri ed il Consiglio comunale ventimigliese che nessuna parte del territorio italiano, al momento non compresa nel circondano di Nizza, sarebbe stata ceduta alla Francia.

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Il 15 aprile, erano effettuati plebisciti, vistosamente illegali, nelle zone di Nizza e parte del territorio di Tenda, dove dovranno entrare i francesi, per dar parvenza di popolarità alle decisioni diplomatiche già prese.

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Con la cessione della Contea di Nizza e dell’Alta Val Roia alla Francia, per grandi linee si ripristinava la frontiera fissata col patto angioino-genovese del 1262. Ventimiglia era nuovamente separata dal suo retroterra naturale. La testata della Valle veniva mantenuta nella Riserva di Caccia del Re.

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Il 6 maggio, l’Imperatore francese finì per fissare la frontiera con le cacce della Tinea alla Sardegna, e così Tenda e la Briga, mentre teneva per la Francia la media Valle del Roia con Fontan, Breglio, e Saorgio. Il sistema difensivo italiano ne risultava senz’altro intaccato.

Il 25 maggio cominciò alla Camera Sarda la discussione del trattato.

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Si protrasse fino al 29 e i confini non erano ancora perfettamente definiti. Malgrado l’opposizione di vari deputati che rimproverarono al Cavour di essere giunto al trattato senza aver precisato in precedenza quel che la Sardegna intendeva cedere, la Camera l’approvò: il protrarre ancora quel voto poteva creare una grave tensione e compromettere l’imminente spedizione dei Mille e la discesa dell’esercito sardo, ormai italiano, con a capo il Re, verso Napoli.

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Il 14 giugno, erano stabilite Dogana e Posta alla Mortola, l’Ispezione di Dogana affidata a Bertolini; la Direzione delle Poste affidata a Bersani.

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Le Stazioni dei Carabinieri rimasero a: Ventimiglia, San Michele e Dolceacqua, sede di Giudice Mandamentale dal 1814.  Verrà istituita una Stazione a Pigna.

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Il 24 giugno, Girolamo Rossi era nominato Segretario comunale e nello stesso mese, era anche nominato Membro della Reale Deputazione di Storia Patria.

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Girolamo Rossi, primo grande archeologo e storico della Liguria di Ponente, aveva studiato da farmacista, poi autodidatta, aveva intrapreso la frequentazione degli archivi, fino a diventare professore, riconosciuto al Ginnasio di Ventimiglia. Intrattenne contatti con i migliori storici del tempo, pubblicando numerosissimi articoli e alcuni determinanti volumi storici, su Albenga, Monaco principato, Perinaldo, Dolceacqua, San Remo e soprattutto Ventimiglia, dove curò anche i primi grandi scavi della città Nervina.

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Era portato a termine l’argine destro della Roia, con la piazza del Borgo.

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Aperta la piazza, dov’era un ampio giardino privato, si provvide all’alberatura, dandogli il nome di piazza Vittorio Emanuele II.

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Il 14 luglio, era deciso che la parte della Divisione di Nizza rimasta all’Italia formasse provvisoriamente un nuovo Circondario, con capoluogo Porto Maurizio.

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Tenda e Briga coi rispettivi territori montani, venivano aggregati alla provincia di Cuneo. Mentone e Roccabruna furono comprese nella cessione di Nizza alla Francia, pur fra le proteste del principe di Monaco, Carlo III°. Divenuta Ventimiglia città di confine, furono adottati alcuni provvedimenti che ne rialzarono il benessere materiale. L’antico collegio fu convertito in Regio Ginnasio, fu eretta sede di una direzione delle Poste, d’una Ispezione di Dogana, una stazione di Telegrafo, ed un compartimento marittimo. Venivano restaurati il passeggio della Colla ed il Teatro Civico, ora Biblioteca. Si costruiva un pennello d’argine a protezione della spalla destra della Roia, realizzando piazza Vittorio Emanuele. Si costruiva sul lato opposto l’argine strada, per purgare il quartiere di Sant’Agostino dalle paludi. In un braccio dell’antico monastero delle Lateranensi si ricavava il decoroso Ospedale Civile Santo Spirito. La strada della Valle Roia era ancora ridotta a poco più di una mulattiera che raggiungeva Airole per il passo dello Strafùrcu. Con la cessione di parte della contea di Tenda la strada per il Colle, diveniva viabilità di frontiera, strategicamente importante. Per l’accordo franco-piemontese, l’antica Contea di Nizza con l’alta Val Roia tornavano alla Francia, ripristinando cosi la frontiera del 1262. La città era nuovamente separata dal suo entroterra naturale, ma le conseguenze furono nel complesso modeste.

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Il 18 luglio, il battaglione della guarnigione sarda di Monaco si ritirava verso Ventimiglia.

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Le truppe francesi non ne presero il posto; perché la loro entrata in Monaco restò allo stato di possibilità e di minaccia, d’una Francia che oramai inglobava il Principato.

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Il dottor Kerel segnalava il clima di Ospedaletti, per curare i malanni dell’imperatrice Maria di Russia.

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Le correnti turistiche inglesi si erano già mosse verso Bordighera, stimolate dal romanzo “Il dottor Antonio” di Giovanni Ruffini, ma la presenza di una corte imperiale indicherà a tutto il “bon ton” le splendide realtà della Riviera.

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Il 25 novembre, un secondo protocollo, assegnava Testa d’Alpe in favore dell’Italia, mentre il vallone di Bessera e Garavano erano in favore della Francia.

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Garavano, tolto a Ventimiglia da Napoleone I, e ritornatevi alla sua caduta, venne chiesto all’ultimo momento dalla Francia e ad essa concesso. I comuni intemeli, passati alla Francia furono: Saorgio, Fontan, Broglio, Sospello, Molinetto, Castiglione, Castellaro, Gorbio, Sant’Agnese, Mentone e Roccabruna; quelli rimasti all’Italia: Ventimiglia, Olivetta, Airole, Camporosso, Dolceacqua, Isolabona, Rocchetta, Pigna, Castel Vittorio, Apricale, Baiardo, Perinaldo, Vallecrosia, Vallebona, Seborca, San Biagio, Borghetto, Sasso, Bordighera, Tenda e la Briga.

La Diocesi non riacquistò subito le parrocchie di Tenda e della Briga, aggregate in un primo tempo a Cuneo: soltanto nel 1886 esse furono reintegrate nella loro antica giurisdizione. I due comuni però, dal punto di vista amministrativo, restarono alla provincia di Cuneo.

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1861    Il 26 gennaio, nasceva la Società di Mutuo Soccorso e di Istruzione fra Operai.

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Gli operai pagavano cinque soldi la settimana per avere, in caso di malattia, medico, medicine ed una lira al giorno.

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Il 27 gennaio, si svolgevano le elezioni politiche generali per la formazione del Parlamento italiano, con sede in Torino. Nel nostro distretto verrà eletto l’avvocato Giuseppe Biancheri.

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Avevano diritto al voto i cittadini maschi di censo, che non avessero commesso crimini di alcuna natura e provvedessero ad iscriversi alle liste elettorali.

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Il 2 febbraio, a Parigi, un trattato tra Napoleone III ed il Principe di Monaco, dava la definitiva indipendenza al Principato.

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Con esso il Principe Carlo III rinunciava, dietro un compenso di quattro milioni di franchi, ai suoi diritti su Mentone e Roccabruna, i cui cittadini avevano diritto di rivendicare, entro un anno, la nazionalità monegasca e ritirarsi in Monaco. L’imperatore s’impegnava a costruire una strada carrozzabile da Nizza a Monaco, a mantener in buono stato quella che univa quest’ultima, via Roccabruna, con la strada della Cornice, e a far passare attraverso il Principato la ferrovia Genova-Nizza; tutti impegni, questi ultimi, che servivano sia gli interessi politici della Francia, ma anche quelli economici di Monaco.

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Il 18 febbraio, a Torino si riuniva il Parlamento italiano che il 23 marzo, formerà un governo guidato da Camillo Benso di Cavour.

Il 7 marzo, si firmavano accordi economici per i diritti di scambio delle popolazioni di frontiera, creando quasi una zona franca, nell’alta Val Roia.

Il 9 marzo, il deputato Biancheri radunava tutti i Sindaci della Val Nervia per provvedere alla costruzione di una carrabile in valle.

Il 17 marzo, il Parlamento di Torino proclamava Vittorio Emanuele II° ed i suoi discendenti re d’Italia.

 

R E G N O   d’ I T A L I A

 

CIRCONDARIO DI PORTO MAURIZIO

 

SOTTOPREFETTURA DI SAN REMO

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La Liguria e con essa la Zona Intemelia passavano dal governo del Regno di Sardegna alla nuova costituzione nazionale, senza di fatto cambiare amministrazione, sempre condotta da Cavour, sotto la giurisdizione di Vittorio Emanuele II.

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