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SCAVI  E  RITROVAMENTI  A  VENTIMIGLIA

MOSAICO CALPESTATO DA GIULIO CESARE ?

                                                                                                                          Luigino Maccario

     Quando la nostra città deciderà d’essere adatta a produrre turismo, si potrà accorgere di possedere un angolo storico, probabilmente calpestato da Giulio Cesare, quando nel 49 avanti Cristo, nel bel mezzo della Guerra Civile, si avviava in Spagna per sorprendere le legioni pompeiane guidate da Afranio e Petreio, mentre Pompeo si trovava in Epiro.

Giunto ad Albio Intemelio. Cesare sostò presso la casa del nobile Domizio. La casa potrebbe esser stata la cosiddetta «domus del cavalcavia», scoperta nel 1916, dov’era stato ritrovato un pavimento in mosaico geometrico. Nel 1958, su quel sito venne anche ritrovato uno splendido pavimento in mosaico policromo dell’epoca imperiale.

    È vero che quella domus dovette subire un radicale rinnovamento edilizio a seguito del saccheggio ottomano del 69 d.C., ma quel mosaico restò al suo posto, già calpestato da Cesare.

    In seguito all’ospitalità data al futuro dittatore da Domizio, la fazione pompeiana pagò un certo Bellieno, domestico del prefetto Demetrio, per strangolare il nobile e vendicare l’onore ricevuto.

    Per quello, il 9 marzo del 49, i cittadini, per la maggior parte partigiani di Cesare, insorsero contro il presidio militare, costringendo Marco Celio Rufo, nonostante l’inverno, a passare le Alpi Marittime, con alcune coorti, per intervenire.

    Traendola dalle lettere di Cicerone alla famiglia, dove il celebre senatore raccontava dei fatti capitati ad Albium Intemelium in quel marzo, nell’Ottocento, lo storico Girolamo Rossi, scelse questa affermazione, per formare il motto, col quale fregiare lo stemma della nostra città:

                                                    Civitas ad arma iit.

                                                                                                                            LA VOCE INTEMELIA anno LIX n. 9  -  settembre 2004

                                                                Le illustrazioni sono tratte da: VENTIMIGLIA ROMANAdi Nino Lamboglia e Françisca Pallares  - IISL Bordighera 1985

 Mosaico nella "Domus del Cavalcavia"

Pavimento del II secolo, scoperto nel 1957 nei pressi di un ampio frammento musivo, d’epoca precedente, ritrovato nel 1916.

 

 

SFORTUNATE  LE QUATTRO  STAGIONI

    Nel 1852, sul lato Sud degli scavi, in direzione eccentrica rispetto al castrum, serrato fra quattro muri sui quali si aprivano tre porte, è stato rinvenuto un bellissimo mosaico policromo a motivi geometrici, raffigurante le Quattro Stagioni.

    Pur rimanendo nei pressi di quello che dovrebbe esser stato il porto canale nervino, segnalato da alcuni grossi anelli di ferro, nei pressi; l'edificio che lo conteneva poteva non essere necessariamente legato all'attività portuale.

    In quegli anni di approssimazione archeologica, scoperto e sottoposto ai rilievi di rito, il bel mosaico, conservatosi sotterrato per secoli, si è dissolto al contatto con l'atmosfera.

 

ANNO  50  a.C.

     Giulio Cesare, passato l’inverno negli accantonamenti, contro il suo solito partì a tappe velocissime per l’Italia, volendo rivolgersi personalmente ai municipi e alle colonie a cui aveva raccomandato la candidatura del proprio questore Marco Antonio ad una carica sacerdotale, quella primaria degli àuguri che avevano anche un peso politico. L’elezione di Antonio, avversata dal partito aristocratico anticesariano, avviene nel 50, grazie anche ai voti degli abitanti delle città italiche e delle colonie romane con diritto di voto.

    Metteva in campo volentieri la sua influenza a favore di questo personaggio a lui molto legato e da lui mandato avanti poco prima per porsi candidato; e tanto più rudemente per contrastare la prepotente fazione di alcuni pochi, i quali attraverso la sconfitta elettorale di Antonio miravano a scalzare l’influenza di Cesare nel momento in cui usciva di carica. Ed anche se gli giunse in viaggio, prima di toccare l’Italia, la notizia della sua elezione ad àugure, tuttavia non giudicò motivo meno doveroso di visitare municipi e colonie quello di ringraziarli dei molti suffragi e dell’appoggio prestati ad Antonio; intanto avrebbe raccomandato anche la propria persona e il proprio vanto per le candidature elettorali dell’anno successivo. Il 49, per il consolato del 48. Per il 49 i consoli erano risultati avversi a Cesare, con la sconfitta del suo candidato, il generale Servio Sulpicio Galba, con lui in Gallia fra il 58 e il 56.

    I suoi avversari si gloriavano sfacciatamente dell’elezione a consoli di Lucio Lentulo e Gaio Marcello, intesa, dicevano, a spogliare Cesare di ogni vanto e rispetto, mentre il consolato era stato negato a Servio Galba, che pure godeva di assai maggior favore tra l’elettorato, per i suoi stretti legami d’amicizia e i rapporti con lui quale suo luogotenente.

    Cesare fu accolto al suo arrivo da tutti i municipi e le colonie con incredibili segni di deferenza e di affetto. Egli arrivava allora per la prima volta da una guerra che aveva coinvolto la Gallia intera. Non fu trascurato nulla che si potesse inventare per abbellire le porte, le vie, i luoghi in genere per cui Cesare sarebbe passato. La gente gli andava incontro in massa con i propri figli, s’immolavano vittime dappertutto, piazze e templi erano invasi dai divani disposti per banchetti, come per assaporare in anticipo il godimento di un formidabile trionfo. Così era grande la magnificenza degli abbienti, l’entusiasmo degli umili.

    Dopo aver percorso in lungo e in largo la Gallia romana, Cesare tornò con la massima celerità presso l’esercito, a Nemetocenna. Convocate tutte le legioni dagli accantonamenti invernali ai confini dei Treviri, vi si recò anch’egli e passò in rassegna l’esercito. Pose Tito Labieno a capo della Gallia romana per ottenere il suo appoggio in vista della propria candidatura al consolato. Da parte sua compiva solo gli spostamenti a suo giudizio necessari per far cambiare di luogo i soldati a vantaggio della loro salute. Là sentiva dire spesso che Labieno era sobillato dai suoi avversari, ma lo rassicuravano che ciò avveniva per i disegni di poche persone, desiderose di privarlo mediante un decreto del Senato di una parte dell’esercito. Labieno passò tra le file pompeiane, ove divenne un fanatico e ancora abile combattente in Africa e in Spagna, fino a che cadde nella battaglia di Munda il 17 marzo del 45.

 

Civitas  ad  arma  iit

    Con l'unificazione nazionale, nella seconda metà dell'Ottocento, sorse la necessità di fornire uno stemma, corredato di un  motto, che definisse formalmente la nostra città. Forte delle sue attente cognizioni storiche locali, per Girolamo Rossi è stato facile ricavare il tutto,  quindi farlo approvare dai nobilissimi padri coscritti del Consiglio Comunale d’allora, come richiesto dall’araldica ufficiale di stato.

    Per lo stemma, optò per il leone rampante, simbolo del Libero Comune Marinaro, in auge agli albori del Millennio; mentre per ricavare il motto cittadino, egli si riferì a quanto appreso da una lettera a Cicerone, scritta nell’anno 49 a.C. da Marco Clelio Rufo.

    Questa lettera ci ha comunicato notizie dirette sulla situazione politica interna della nostra città, agli albori dell’Impero Romano, quando il partito pompeiano provocò disordini nella Capitale dei Liguri Intemelii, classificata “civitas” e sede di un “municipium” già dall’anno 89 a.C., facendo assassinare un concittadino, il nobile Domizio, che ha concesso ospitalità a Giulio Cesare, nel suo viaggio verso le Gallie.

    A questa provocazione i cittadini insorsero, impugnando qualunque tipo di arma, al fine di rendere innocua la parte pompeiana, fino al sopraggiungere delle truppe, appositamente accorse dalla Provenza, guidate da Marco Clelio Rufo, luogotenente di Cesare, che riportarono la legalità nel presidio minacciato.

    Ecco il testo della lettera, dove appare evidenziata l'origine del motto:

Sed tamen quodnam ob scelus iter mihi necessarium retro ad Alpes versus incidit ? Adeo quod Intemelii in armis sunt: neque de magna causa. Bellienus, Verna Demetrii, qui ibi cum praesidio erat, Domitium quemdam, nobilem illic Caesaris hospitem, a contraria factione nummis acceptis, comprehendit et strangulavit: civitas ad arma iit eo nunc cohortibus mihi per nives eundum est. Usquequaque, inquis, se Domitii male dant. Vellem quidem Venere Prognatus tantum animi habuisset in vestro Domitio, quantum psecade natus in hoc habuit.

                                                 CICERONE, Ad Familiares, VIII, 15.  -  Lettera di M. Clelio Rufo. Anno 49 avanti Cristo, 15 marzo.