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 VENTIMIGLIA,

LA CITTÀ DEI GIARDINI

Bennet - Hanbury - Winter – Willmott

                                                                                                                                          di Erino Viola

    Negli anni Venti, Ventimiglia poteva vantare il prestigioso titolo di “Città dei Fiori”, mentre oggi, tra tutte le località della Riviera, il luogo dove viviamo può vantare ancora il titolo di “Città dei Giardini”. Proviamo a rivolgere lo sguardo a quell’insieme di siti che dalla Punta della Rocca e sino al torrente San Luigi, hanno conservato il luogo meno contaminato del Ponente Ligure.

    In questo spazio tra la montagna e il mare, che forma diverse piccole baie, Ventimiglia offre alla Riviera, ancora evocativo, lo stesso paesaggio che i viaggiatori dell’Ottocento hanno descritto e che attribuisce a Ventimiglia il titolo di “entrata al Giardino d’Italia”.

                 James Henry Bennet                              Thomas Hanbury 1868                               Ellen Willmott

    A cominciare dal Giardino Bennet-Voronoff di Grimaldi, al vicino Orto Botanico Hanbury della Mortola, per scendere alle Ville seicentesche della Piana di Latte con i loro ricchi portali, fino alla Villa Boccanegra, nei pressi di Porta Canarda, e alla Villa Campbell. Non dimenticando i Giardini pensili nel cuore del Centro Storico, per giungere fino al Giardino Pubblico della città bassa, progettato da Winter.

    Per questo Ventimiglia è la “Citta dei Giardini”, tre sono veri e propri orti botanici, ognuno creato da facoltosi Sir inglesi, ma anche negli altri la flora locale si è arricchita di piante esotiche, fino a creare questo insieme di luoghi magici, a volte segreti, che la Riviera deve preservare come testimonianza di un passato prestigioso.

    Nella seconda metà dell’ottocento, in Inghilterra, il “Sub-tropical movement” aveva favorito la diffusione di giardini con piante esotiche, ma il clima poco favorevole aveva indirizzato la ricerca onde consentire alle piante di sopravvivere, nelle zone più temperate dell’Inghilterra.

    Un’indagine climatica più approfondita, effettuata a scopo terapeutico, ha portato i ricchi inglesi sulle coste del Mediterraneo, cosicché ad uno di questi il dottorjames Henry Bennet venne a scrivere: “... malgrado tutti i miei viaggi nel Mediterraneo, malgrado tutte le mie ricerche per approfondire il clima delle varie regioni che ho percorso, non ho ancora scoperto una località meglio protetta contro i venti freddi del Nord, della Riviera Occidentale di Genova. Ma parlo soprattutto di quella parte del Riviera che si stende da Villafranca, presso Nizza, fino a Sanremo”.

    A partire dal 1859, il Bennet scelse come luogo di soggiorno Montone, ma più precisamente Grimaldi, dove trasformò, con gran pazienza, il terreno roccioso su cui crescevano poche piante di agrumi e di olivi in una notevole collezione di piante, arbusti e fiori, intanto che restaurava l’antica torre, ivi presente, che per vent’anni sarà la sua casa.

Giardino di Villa Bennet

    L’Oriental Garden del Bennet, era considerato “un notevole esempio del trionfo dell’ingegno e della perseveranza nei confronti delle difficoltà incontrate per realizzarlo”.

    Essendo uno dei primi giardini mediterranei dove furono coltivate piante esotiche, lo stesso è citato in molti testi specialistici. Il Muller, in “Mentone e i suoi dintorni”, dice: “Questa collezione affascina gli occhi, soddisfa il gusto, piace all’artista, gratifica anche la persona inesperta di botanica”.

    Al termine della sua visita a questo giardino, condotta nel 1871, Hanbury scrisse: “... desidererei avere quelle piante esotiche che ho visto nel giardino del Dottor Bennet e in particolare alcune da piantare nelle nuove aiuole di succulente”.

    Nel 1892, il Sauvaigo scriverà: “a partire dagli anni Settanta, innumerevoli giardini furono creati anche a Monaco, dove particolarmente ammirati erano quelli di Montecarlo e a Mentone. Ma è al di là di Ponte San Luigi che s’incontrano due dei giardini più celebri, quello della villa Grimaldi del noto medico inglese Bennet, dove molte specie sono venute a infoltire il contingente della nostra flora esotica ...”.

Oriental Garden di Bennet

    Nel 1889, il Bennet vendeva il proprio giardino alla ricca americana E. Waterman Goddard. Lo stesso, nel 1907, passava al medico austriaco S. Appenzeller, che nel 1926 lo vendette allo scienziato russo Serge Voronoff, che lo abitò sino al 1951.

    Continuando con il Sauvaigo: “...e quello della Villa Orengo, alla Mortola diventata villa Hanbury e che grazie alle cure di Daniel e Thomas Hanbury divenne “il primo e più rilevante giardino di acclimatazione d’Italia”. Qui “la collezione delle piante grasse è unica in Europa, e le piante dell’Australia, del Capo, dell’India, del Messico, della Cina e del Giappone sono rappresentate con esemplari rari e interessanti”.

    Il Bennet parlando delle Agavi del suo giardino dice “la collezione del mio amico e vicino Mr. Hanbury, nel suo bel giardino, di Palazzo Orengo è ancora più bella”. Dei Giardini Hanbury scriveranno in molti. Il Fluckiger disse: “Il giardino ha un apparenza selvaggia e libera determinata dai raggruppamenti di piante rare, gli alberi sono di notevoli dimensioni, alcuni giganteschi, e formano una foresta rocciosa da cui si vede ovunque sullo sfondo il mare blu”.

    Uno dei massimi esperti in giardini di acclimatazione V. Ricasoli evidenziava la posizione alle falde della Magliocca “tra i più ricchi poi in piante esotiche non si può tralasciare quello del Cav. Thomas Hanbury alla Mortola, posizione deliziosa e clima favorevolissimo, dove il facoltoso ed intelligente proprietario ha riunito la collezione più bella di tutte la Riviera ligure e francese”.

    Un anonimo del Settecento, nella descrizione dello stato della città di Ventimiglia descriveva così la piana di Latte: “A un miglio e mezzo dalla città avvi un seno che Latte si appella, il quale in amena pianura distendesi ed in collina tratto si alza, onde i patrizi ed altri ancora l’hanno scelto loro villeggiatura i viaggiatori dell’Ottocento ci lasciano innumerevoli descrizioni di questa Piana e delle sue ville e del profumo delle sue coltivazioni di agrumi”.

    Prima di giungere in Ventimiglia lasciata la Piana di Latte in leggera salita in Località Boccanegra troviamo un’antica villa di questa proprietà, della quale il toponimo è già citato nel Catasto del 1545. Il nome Boccanegra indicava la terra compresa tra il mare, il rio omonimo, la strada romana e la zona detta Porta Canarda, in località Ville.

    Nell’area in cui oggi si trovano la villa e il giardino Boccanegra si sono succeduti, nel corso dei secoli, diversi proprietari: la Famiglia Curti fin dal Cinquecento, i padri Conventuali di San Francesco nel diciottesimo secolo, la famiglia Rolando dal 1808 al 1831 ed il Marchese De Mari di Genova dal 1831 al 1865.

Palazzo Orengo acquistato da Hanbury

    La villa, di incerta datazione, per certi particolari della struttura interna si può far risalire al secolo XVII°. Nel 1865 fu acquistata dai ventimigliesi fratelli Biancheri e, nel 1881, quando essi divisero i loro beni, toccò all’Onorevole Giuseppe, l’illustre uomo politico che fu parlamentare per oltre cinquant’anni, pervenendo alla presidenza della Camera.

    Amico degli Hanbury e di Winter, Giuseppe Biancheri, quando tornava in Liguria, amava trascorrere i brevi periodi di vacanza a Boccanegra, più di ogni altro luogo lo considerava un piccolo paradiso tra gli ulivi, i limoni e le piante mediterranee che lasciano intravedere il mare.

    Probabilmente già Giuseppe Biancheri cominciò ad introdurre nella proprietà, che fino alla seconda metà dell’Ottocento aveva un carattere prevalentemente agricolo, le prime piante esotiche. Un’opera del fotografo bordigotto Benigni, operante nell’epoca, lo ritrae seduto davanti ad una giovane palma, mentre, sullo sfondo, si può riconoscere una rosa Banksia. Su alcuni giornali di quel periodo viene riportato un incidente occorsogli proprio mentre stava coltivando le sue rose.

    La grande trasformazione di Boccanegra avvenne però nei primi decenni del Novecento, nel 1906, pur con rimpianto, il Biancheri vendette la proprietà ad Ellen Willmott. (L’atto notarile sarà firmato per procura di Giuseppe Biancheri da Thomas Hanbury) Si trattava d’una ricca ereditiera inglese, una delle tre più grandi appassionate di giardini ottocenteschi in Inghilterra, che assieme rivoluzionarono il modo di fare giardini. (*)

    Figlia d’un farmacista, la Willmott, prima di venire in Riviera creò due giardini botanici, uno in Inghilterra, “Warley Piace” e uno sul lago di Annecy. Fu anche autrice di un famoso trattato sulle rose liguri: “The Genus Rosae”.

    Amica degli Hanbury, che gli trovarono il suo “Giardino sul Mediterraneo”, essa desiderava cimentarsi, in un clima diverso da quello delle precedenti esperienze. Per prima cosa costruì due grandi vasche per l’irrigazione necessaria al nuovo impianto botanico, poi iniziò ad arricchire Boccanegra di piante esotiche.

    Purtroppo le spese di gestione furono così onerose che le pur ingenti risorse economiche di cui disponeva si esaurirono, rendendola quasi indigente. Nel 1923, vendette la proprietà ad un altro inglese John Tremayne, che abbandonò la proprietà la quale, dalla metà degli anni cinquanta, appartiene alla famiglia Piacenza.

    A loro volta, gli attuali proprietari hanno alle spalle un’importante tradizione in campo botanico, poiché il nonno Felice, fu il creatore d’uno dei più importanti Parchi del Piemonte “La Burcina”, nel Comune di Pollone, in provincia di Biella.

    A Boccanegra possiamo vedere ancora oggi alcune di queste piante rare: l’Agathis Australis, d’origine Australia/Nuova Zelanda, è l’unico esemplare in Riviera, un altro vive in un giardino della Costa Azzurra, un campione di Encephalartos, della famiglia Cicadacee, due tipi di Yucca Australis, piante di Grewia occidentalis, Arbutus andrachnoides, Plumeria rubra, Prunus campanulata, Jasminum heterophyllus, Pinus sabiniana, Mirtus communistarentina”, Peunus boldus del Perù e in primavera nel suo massimo di fioritura la famosa rosa “senateur La Follette”.

    Nel Centro Storico, Ventimiglia vanta i famosi giardini pensili, già citati nel Medioevo e rappresentati nella cartografia settecentesca del Vinzoni. Questi, nell’Ottocento, si arricchirono di flora esotica diventando giardini di piacere com’era in uso in quel periodo. Inoltre, recentemente ripristinato, nel Convento di Sant’Antonio, abitato dalle Suore dell’Orto, esiste un meraviglioso “Giardino dei Semplici”.

    Nella città bassa, Ventimiglia vanta un giardino pubblico che si arroga una paternità importante. Solo al culmine di recenti ricerche, è stato ritrovato il progetto di questi giardini, voluti da Thomas Hanbury, il quale li fece progettare dal suo giardiniere, il celebre Ludovico Winter, nel 1906. Tale ameno luogo doveva servire alla bonifica dell’ultimo residuo di terreno paludoso posto ai confini dell’ottocentesco centro cittadino.

    Dalla deliberazione del Consiglio Comunale, datata 29 maggio 1906, risulta che: “... il Comm. Tommaso Hanbury concorrerebbe nella spesa per una metà a condizione che le espropriazioni e i relativi lavori abbiano luogo nel corrente anno, riservandosi di provvedere a sua cura e spese alle piantagioni necessarie ... “

    Già nel 1892, nella corrispondenza tra Thomas Hanbury e Ludovico Winter si trovano tracce di questo progetto e della piantumazione di palme sulla passeggiata al mare (Corso Principe Amedeo), che provocarono anche una piccola crisi amministrativa, giacché, scrive Hanbury:” ... questa pratica delle palme ha scatenato una specie di guerra municipale. Il Sindaco (Secondo Biancheri) ed il professore Rossi (Girolamo) hanno dato le dimissioni”.

    Per completare i “giardineti” dei “ventemigliusi” ci volle un Commissario Regio, il quale, nel 1920, in concomitanza con l’inizio dei lavori per il Mercato dei Fiori, fece portare la terra di risulta dello scavo nella zona dei giardini. Non c’erano più ne Hanbury e neppure Winter ma la sua Azienda agricola fornì le piante necessarie all’allestimento. Nel pensare come vengono trattati oggi ci raggiunge un senso di pena, pensando anche che la nostra città fu culla dell’industria del fiore e del florovivaismo.

(*) Le altre due sarebbero: Gertrude Jekill, e Vita Sakville West.

     Le illustrazioni provengono dal fondo librario e fotografico della fondazione “G. Biancheri” di Ventimiglia, che se ne riserva i diritti.

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Giardinetti 2018