Ancöi l'è
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   LA  VOCE  INTEMELIA

 

IL FONDO

luglio 2020

di Ovidio Bosio

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VACANZE

   

     

      Noi gente di mare, originari e residenti in località a vocazione turistica, siamo proprio diversi da tutti gli altri, sia negli atteggiamenti che nel modo di agire, di pensare, di giudicare La ricchezza non è mai stata motivo di esibizione e di esaltazione. Recita infatti un motto di sapienza popolare “Chi mustra i sodi mustra u cii”: Andare in villeggiatura in estate un tempo era considerato ostentazione di agiatezza. Piuttosto che ricco si preferiva essere giudicato benestante. I scignuri erano tutt’altra cosa. Villeggiatura era un termine inadatto ai residenti nelle nostre terre rivierasche i quali sono sempre stati costretti a scegliere il periodo di riposo fuori stagione. Ferie: periodo di riposo a chi svolge un’attività lavorativa generalmente alle dipendenze. Noi eravamo troppo giovani per essere dipendenti. Quelle degli studenti erano vacanze. I commercianti che non volevano vantare il loro stato di benessere, chiudendo temporaneamente in estate la loro attività, applicavano sull’ingresso un biglietto “Chiuso per inventario” anche se attraverso le vetrine all’interno non si vedeva nessuno aggirarsi tra gli scaffali. Nelle intenzioni di questi negozianti si celava il desiderio di ingannare la Guardia di Finanza con una chiusura provvisoria dettata dalla necessità e non per il godimento della propria agiatezza perché “u rabuin u se scunde candu ariva u padrun de cà”. E poi, se è vero che “u mese de cevule u ven pe túti” è meglio evitare di sentire “zira a sciure, zira a sciure, â fin u tira a piche”.

      Noi residenti in località marine quando casualmente attraversavamo le grandi città, magari anche solo in treno, in periferia vedevamo un sacco di gente sul balcone, in canottiera, con i piedi a mollo in una bacinella. Stavano lì tutto il giorno a parlare con quelli della casa di fronte. Erano le loro vacanze. E noi ci sentivamo dei privilegiati perché potevamo stare in acqua a nuotare sino a quando le dita delle mani diventavano bianche, avvizzite, reperìe. I piedi li tenevamo in un bacino grande come il Mediterraneo. Stavamo bene così. Non ave-amo nient’altro che il mare. Ma quello ci bastava. La spiaggia era libera e nessuno pensava agli stabilimenti o alle sedie a sdraio: era sufficiente un asciugamano macchiato di catrame e un paio di zoccoli rigidi, rumorosi, che provocavano bolle con i cinghietti in pelle inchiodati ai lati: altro che calzature di plastica cinesi, poco esteti­che ma indubbiamente più comode. Poi dalla Francia vennero le espadrilles in tela con la suola di corda.

      Le giornate trascorrevano lentissime, al massimo potevamo prendere in affitto un moscone. C’era un’adattabilità, dissimile dalla rassegnazione, che derivava forse dall’essere usciti dalla guerra che comunque un segno lo aveva lasciato. Non c’erano tante sagre come oggi che puoi scegliere tra quella della pesca ripiena da quella dei fresciöi, della frittura, del peperoncino, del pecorino, dello gnocco. Il termine villeggiature inteso come il trascorrere un periodo di tempo, generalmente nella stagione estiva, in un luogo fresco, salubre, a scopo di salute e di svago esisteva solo sul dizionario e non era adatto a noi. Lo svago, il divertimento lo avevamo qui. Qualcuno per stare al fresco saliva a Perinaldo ma non era certo il desiderio dei giovani per i quali la parola vacanza, avendo la stessa radice latina di “vacuum”, vuoto, era un vuoto che andava riempito con ciò che si aveva. “Piaixe ciü u füme d’u nostru paise che u fögu d’i autri”.

      Si era felici delle vacanze di tutta la vita senza mai essere stati a Dubai o alle Maldive e nemmeno a Capri.

      “Chi se mete pe ma’ u deve savè duve andà” “Andà duve? “Â pineta ? Tropu luntan pe’ andaghe a pei” “Ae Calandre?”. E vai!