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   LA  VOCE  INTEMELIA

 

IL FONDO

gennaio 2019

di Graziella Colombini Cortesi

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 Le parole di Bobby

 

      Viviamo in un periodo di grande confusione a livello mondiale e nel caos tutto sembra aver perso significato; amicizie ed inimicizie si formano e si sgretolano all’improvviso; tutto, anche le cose più incredibili, vengono affermate come verità di fede e negate il giorno dopo con la stessa disinvoltura, generando confusione e perplessità tra la gente.

      Quotidianamente ci ossessionano e ci impauriscono con lo “Spread”o il “P.I.L.” con la B.C.E., le “bolle finanziarie” ed i fallimenti bancari, quelli sì purtroppo veri, illudendo milioni di persone che quel che conta non è il lavoro, quello, serio. concreto. realizzato sfruttando le proprie capacità e l’intelligenza personali, ma che bisogna essere dei “furbi- e guadagnare con poca fatica montagne di soldi schiacciando pochi tasti e comprando e rendendo chimere che si volatilizzano alla prima folata di vento. portando via con sé i soldi dei poveri illusi.

      È difficile orientarsi tra ciò che è bene o ciò che è male: alternativamente, secondo interessi molto ben nascosti ci vengono presentati sotto luci benevole o malevole che alterano il potere di giudizio e la conseguente possibilità di scelta comportamentale. È necessario poter guardare oltre quello che ci viene presentato e raccontato e per farlo dobbiamo utilizzare il cervello ed il buon senso.

      Allo scopo ci potrebbero essere utili le parole che Bobby Kennedy, fratello del presidente degli Stati Uniti John, aveva pronunciato un anno prima di morire anch’egli assassinato più di cinquant’anni fa e riguardanti la relazione tra la felicità e i numeri: quello che l’economia non dice anche al giorno d’oggi. Parole che fanno luce sui nostri giorni bui.

      «Siamo chiari fin dall’inizio: non troveremo né un fine per la nazione né la nostra personale soddisfazione nella mera continuazione del progresso economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi nazionali sulla base del prodotto interno lordo. Perché il prodotto nazionale lordo comprende l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Mette nel conto le serrature speciali con cui chiudiamo le nostre porte, e le prigioni per coloro che le scardinano. Il prodotto nazionale lordo comprende la distruzione delle sequoie e la morte del Lago Superiore. Cresce con la produzione di napalm e missili e testate nucleari, e comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica. Il prodotto nazionale lordo si gonfia con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte nelle nostre città; e benché non diminuisca a causa dei danni che le rivolte provocano, aumenta però quando si ricostruiscono i bassifondi sulle loro ceneri. Comprende la trasmissione di programmi televisivi che celebrano la violenza per vendere merci ai nostri bambini.

      E se il prodotto nazionale lordo comprende tutto questo, molte cose non sono state calcolate. Non tiene conto dello stato di salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro giochi. È indifferente alla decenza delle nostre fabbriche e insieme alla sicurezza delle nostre strade. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei nostri matrimoni, l’intelligenza delle nostre di­scussioni o l’onestà dei nostri dipendenti pubblici. Non tiene conto né della giustizia dei nostri tribunali, né della giustezza dei rapporti tra noi. Il prodotto nazionale lordo non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né le nostre conoscenze, né la nostra compassione né la devozione al nostro Paese.

      Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta».

Parole di ieri, parole per oggi.