Ancöi l'è
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RITA ZANOLLA

 

U  CANTUN

 

DE  MANUÈ

TRADIZIONI  CALENDARIALI  SCARVENCHE

 

 

Veci  e  zuveni  inseme

    M’apiaixe, de voute, pensà ae couse che a me cuntava a mei maire grande candu mi era figliö, percose u tempu u passa e se ne scorda de i modi de fa’ e de dì, che i l’era insci i modi de vive inseme e de vurresse ben.

    «Son ina vecia sensa den, cena de bave e bona ciü a ren» era la filastrocca solita che intonava spesso la nonna per dire i suoi anni e la sua vecchiaia e quanto gli uni e l’altra pesassero e nel contempo fossero graditi.

    Anziana lo era, con le sue settanta primavere sulle spalle quando io nascevo, ma il suo volto era pressoché privo di rughe e i suoi capelli, che ogni domenica raccoglieva ben stretti in un orgoglioso ciciulùn alla sommità della testa, sono rimasti neri sin quasi alla fine. La bocca era ridotta ad una linea di labbra pallide e sottili, sempre pronte al bacio e al sorriso e a raccontare le storie della sua giovinezza.

    Ma l’ho sentita lamentarsi, sola o con le amiche, per le difficoltà grandi o piccole da affrontare ogni giorno per far fronte ai bisogni fondamentali. Forse per la durezza delle prove superate, era pronta a riconoscere il significato profondo della vita e a tradurlo nella capacita di accogliere ed amare chi le stava intorno. Credo apprezzasse più di ogni altra cosa il fatto di essere circondata dai suoi famigliari, non tanto e non solo perché ciò le permetteva una maggiore qualità concreta della vita, ma soprattutto perché le relazioni intessute nel parentado e i ruoli in esso ancora assunti la rendevano utile a qualcuno e le impedivano di abbandonarsi alla inevitabile caduta della sua forza vitale.

    «U mei pan u l’è còtu» diceva per schermirsi di fronte a nuove aspettative, ma sapeva che i giovani le avrebbero perseguite e raggiunte, come aveva fatto lei, a sua volta, perché «a vita a l’è ina röa che a zira». Cos’i, senza invidia e senza malinconia, spronava gli altri verso il loro futuro.

    Me paresce, de voute, de sente ancu’ a sou vuixe che a me ciama, candu int’a ciassa d’u paise u burdelu che nuiautri fìgliöi arrivavimu a fa’ parescìa che u puresse da’ fastidiu a caicün.

    Toccava ai nonni assolvere l’importante compito educativo di far osservare ai nipoti le sobrie regole della casa e del paese, nel massimo rispetto che si doveva agli altri e dagli altri si riceveva. Così sulla piazza risuonavano, quasi all’unisono, le voci degli anziani che, mentre trascorrevano i pomeriggi attendendo alle loro occupazioni, provvedevano alla nostra custodia e alla nostra formazione.

    C’erano tutti i vecchi sulla piazza del paese, «veci cun veci e zuveni cun zuveni»; le donne intente a tricutà o a fa’ u scarpìn, gli uomini fumavano una cicca o masticavano u struncu, mentre pianificavano i lavori della campagna e le attività comuni del loro poco tempo libero. C’erano tutti i vecchi insieme a noi ragazzetti, ed erano ed eravamo tanti, perché ogni anziano, allora, era in casa con i figli e i nipoti e la famiglia era quasi di tipo patriarcale e alimentava il popolo del paese. Capitava infatti che, nel numero dei figli che una coppia metteva al mondo, uno di essi, se non più di uno, anche sposandosi, rimaneva nella casa paterna ad accudire i genitori o, al contrario, offrisse loro il suo nuovo tetto coniugale.

    E ciò accadeva soprattutto se uno dei genitori fosse mancato e l’altro fosse rimasto solo. Era allora abitudine consolidata della comunità di provvedere agli anziani anche materialmente, di modo che, dopo una vita di lavoro e con poche sostanze (la pensione minima non era considerata un “ammortizzatore sociale»), non avessero a provare patimenti nei loro ultimi anni. Così anche chi era solo, perché mai sposato o senza figli, poteva contare sull’aiuto dei vicini che, certo non con soldi ma con alimenti e piccoli beni di consumo, rasserenavano i timori per il futuro.

    Le mamme spesso preparavano un cesto con frutta e verdura dell’orto, uova, pasta fatta in casa e mandavano noi bambini a portarlo a qualche anziano. Se c’era, aggiungevano una fetta di canestrelu o di turta sbatìa per accontentare anche il palato di Pepina o di Rumì, perché «candu se ven veci, se turna ancu’ figliöi» e il dolce faceva cuvèa.

    Voglio ricordare le storie che la nonna mi raccontava: erano storie di una volta che anche lei, ai suoi tempi, aveva sentito raccontare dai suoi vecchi, o erano storie della sua vita, che solo lei poteva raccontarmi.

    Voglio ricordare ciò che, raccontando, mi ha trasmesso degli usi del paese, dei modi di fare e di dire che mi hanno indicato le strade della vita.

    I sun camineti cei de püra, muntae de astregu, müřateire, strade maistre larghe e cianele; da arrivàghe â fin sensaa ciü sciau o cume se ren fusse. E vögliu maniman tegnìme a mente che «se u veciu u puresse e u zuvenu u savesse»... u mundu u l’anderìa in strambariùn.

Rita Zanolla   febbraio 2005

 

 

Tempi  de  Pasca

 

Maire Maria a l’eira

intu leitu ch’a durmìa.

A l’à sentiu ina

cariscima vuixe

dau celu ch’a dîxia

che su’ figliu i u metia

                      in cruixe.

 

    Così cominciavano i tempi di Pasqua nei racconti della nonna Manüé.

    Probabilmente le parole di questa Lauda dialettale derivano da una tradizione popolare di cui è oggi difficile rintracciare le origini.

    Forse, la stessa era conosciuta già in più versioni sin dall’inizio: ho vaghi ricordi di un secondo verso, alternativo al citato, che pare dicesse «inte l’ortu che a stendia». Sicuramente, essa era il prodotto semplice e ingenuo di una pietà popolare che rendeva omaggio alla figura della «Mater dolorosa» il cui culto, sulla scia della festa della Madonna Addolorata, era nato e si era diffuso nel 1700, trovando le massime espressioni nei canti più puri della devozione cristiana e mariana.

    Di essi, i diversi Stabat Mater sono fulgidi esempi e, nella nostra cultura, trovano una splendida traduzione in ventimigliusu, negli anni Trenta, da parte del dottor Emilio Azaretti.

    Nonna Manüè non aveva conoscenza del vasto panorama letterario-artistico-musicale che oggi, grazie ai moderni mezzi di comunicazione ed alle tecnologie informatiche, è alla portata di tutti, ma celebrava le feste comandate con un particolare rispetto.

    Dopo la lunga quaresima - che costringeva il corpo alla mortificazione con astinenze e digiuni in espiazione dei propri peccati - la Pasqua doveva apparire come la più attesa e benefica festa dell’anno, portatrice di vita nuova e di rinate speranze. Di questo particolare modo di intendere gli avvenimenti, è rimasto vivo il detto dialettale «esse cuntentu cume ina Pasca», da attribuire a chi si mostra gioioso e soddisfatto, mentre, in contrapposizione, per chi manifesta atteggiamenti e discorsi inutili e pesanti, è più consono «longu cume ina carexima».

    Inoltre, il periodo della Pasqua era inevitabilmente legato ai ritmi stagionali dei lavori nei campi. Il plenilunio successivo all’equinozio di primavera chiudeva il ciclo della ripresa dopo la pausa invernale: si portavano a termine le pulizie del terreno, la combustione e il seppellimento dei rifiuti, le potature, gli innesti, le nuove piantagioni, le semine nell’orto.

    In questi gesti, la ricorrenza della santa Pasqua aveva il suo posto. Come nel mercoledì delle Ceneri - u scürotu - anche nel giorno del venerdì santo nulla doveva essere seminato o piantato perché, essendo essi giorni ferali, non avrebbero portato nuova vita. Ma candu sona u gloria si buttavano i semi di zucca nelle ciote e si correva ad una fonte di acqua o ad un fiume per lavarsi gli occhi, sì da vedere, con rinnovato spirito, il tempo della redenzione cristiana.

    La fede religiosa e le credenze superstiziose si mescolavano in una timorosa reverenza e nel rispetto profondo del proprio lavoro: dalla comune matrice, nascevano gesti antichi che rinsaldavano il legame con la terra e costruivano un modo di essere e di interpretare la propria esistenza.

    La preparazione della Pasqua iniziava per tempo e richiedeva molte cure, anche apparenti, perché la festa fosse più partecipata e allegra.

    Si cominciava a presentire l’aria di giubilo già la domenica precedente, a dumènega de ramuriva o d’i parmureli. Per ricordare l’ingresso trionfale di Cristo in Gerusalemme, i rami di palme erano abilmente intrecciati su se stessi, a formare gasse e pecìn cavagni, da addobbare con nastri colorati e caramelle. Essi erano quindi esibiti dai bambini in chiesa e venivano benedetti durante la funzione domenicale unitamente ai rami di ulivo degli adulti.

    Circa quindici giorni prima di Pasqua, nelle case si cominciavano a preparare i tundi pe’ u sepùrtu, mettendo una manciata di biada sul fondo di un piatto. I semi, da allora, venivano innaffiati due volte al giorno ed i piatti erano messi in ombra totale perché non fosse possibile la fotosintesi clorofilliana. In tal modo, i germogli diventavano fili lunghi ed esilissimi, dalla colorazione biancastra, quasi diafana. Legati da un nastro di vivaci colori o da un ramoscello nuovo, i piatti erano quindi portati nella chiesa dove il giovedì santo si allestiva il sepolcro.

    Noi bambini componevamo mazzi di purrache (asfodeli) o di pulonie (tulipani selvatici) che eravamo soliti raccogliere nei prati e nelle fasce incolte e, con il contributo di tutti, uno degli altari laterali era trasformato in un piccolo giardino di fiori e di profumi che avrebbe accolto, il giovedì santo, l’Eucarestia.

    «Ti ài da intrà intu sepùrtu descaussa». Quindi, nel sepolcro veniva deposta la Croce ed iniziava la veglia pasquale. «Nu’ se rie candu u Scegnù u l’è mortu»: era il venerdì santo. Il piccolo mondo del paese si zittiva. Tacevano le campane, con i batacchi legati in segno di lutto. Al loro posto, tra il serio e il faceto dei ragazzetti intenti nel ruolo di «battitori», per le strade facevano l’annuale comparsa le sgrissure e le tarabele. Le loro voci di legno e metallo percossi erano suoni sgraziati e assordanti, schiocchi secchi che sferzavano l’aria e artigliavano il cuore.

    «Va’ a çercà e beciciure che grixiuramu i övi» mi diceva la nonna il sabato santo quando, preparando i ravioli della festa, si accorgeva che sarebbero ancora rimaste molte uova. Nei campi ci trovavo gli altri miei coetanei, anch’essi in cerca dei muscari selvatici da far bollire per dare un colorito azzurro alle uova ma, se anche qualcuno fosse stato assente, si poteva star certi che l’indomani avrebbe avuto anche lui le sue uova, grixiurae magari con la buccia dorata della cipolla, per un bel rossiccio, o con a brata d’u café, per un avorio giallastro.

    Mentre faceva bollire le uova con le erbe, la nonna non mancava di insegnarmi il gioco pasquale dei suoi tempi, a cunchèta, in cui il possesso di un uovo in più era il simbolo di una valentixe compiuta sui compagni.

    «Ti tegni l’övu ben strentu intu pügnu, pe’ picařu contra chelu  d’i  autri.  Sta’  atenta:  metiřu  sempre  girau  in sciü, che u nu’ se scciape e u nu’ mustre a cunchèta, sechenùn ti ai persu ...».

    Così la Pasqua arrivava: le campane, tornate libere, annunciavano la Resurrezione e in paese ci si riversava per la strada e la piazza a scambiare gli auguri per la nuova festa. «Natale au fögu e Pasca au giögu» sentenziava qualcuno, inebriato dai tepori della primavera e del sole.

    Tra casa e chiesa e qualche piccola occupazione di tutti i giorni veniva la sera. Il giorno dopo, au lunedì de l’Angelu, era festa sulla collina di Ventimiglia, â Madona d’ê Vertü.

Rita Zanolla    marzo 2005

 

 

Calendimaggio

    Me pa’ de sente ancù u sciau pesante d’a maire-grande Manüé ch’a passa a fatica insc’i sgruti d’a riana, suta ina lensörà de giassu e cu’u cavagnu au gumèu ... Mi l’asseghiva.

    Le feste pagane in onore della “Madre Natura” che in primavera si rigenera e acquista nuovo vigore, il tentativo di cristianizzarle facendo assumere alla “Magna mater” i tratti sempre più precisi della Vergine, la ricorrenza al 1° di maggio della festa del Lavoro, per tanti anni simbolo della rivoluzione socialista, la consacrazione dello stesso giorno a San Giuseppe artigiano, modello di lavoratore, erano ricorrenze che la nonna Manüé viveva a modo suo, seguendo i suoi ritmi e le sue abitudini.

    Ai tepori di aprile, si riprendeva il cammino delle vigne per accudire ai lavori necessari prima che le viti mettessero i nuovi getti. Era un cammino difficile e faticoso, segnato da percorsi lunghi e non agevoli, da lavori pesanti. Le vigne, oggi quasi completamente abbandonate e per questo soffocate dall’avanzare della macchia mediterranea, erano state messe su un po’ alla volta dai padri, “cavàndu” i fianchi delle colline pietra dopo pietra, lavorando “da lüxe a lüxe”. Erano stati fatti gli scassi su cui appoggiare in modo solido e sicuro le pietre portanti della fondazione poi i riempimenti e i nuovi scassi avevano lentamente tirato fuori dalle pendici strisce avare di terra su cui poter impiantare una coltivazione. Tanto era preziosa la terra che occorreva fermarla con i muretti di pietre a secco - i maixèi - in un lavoro di certosina pazienza e di grande abilità. Nascevano così le fasce, elemento estremamente caratteristico per il paesaggio della nostra terra. Spesso queste pietre non erano presenti sulle colline fatte più di marne friabili che di dure rocce ed era necessario recuperarle al piano, sul greto del torrente e dei fiumi. Si saliva per le mulattiere accompagnati dagli animali da soma.

    Mei paire u l’avìa l’ase: u gh’avìa messu due corbe, üna pe’ parte e, candu se pigliava a muntà, mi me fermavu int’e giaire a carregaře. In veramùn, se muntava e prie, in carà, se purtava e legne d’i pin arrancai pe’ nu’ fà fa’ a l’ase u viagiu vöiu.

    Nei giorni primaverili di vacanza dalla scuola, io e la nonna salivamo alle vigne per ripulirle dopo i disastri dell’inverno e delle piogge.

    C’era da rifare - ciacün pe’ a sou parte - il fondo delle mulattiere di accesso, occorreva ripristinare l’incanalamento delle acque piovane intorno alla vigna per impedire gli allagamenti in caso di brutto tempo e di accumulo dei detriti, bisognava fare l’erba cresciuta bela drüa intorno alle viti dopo le piogge di marzo. La nonna lavorava; io, bambina la guardavo. A volte l’aiutavo in qualche lavoretto di poco conto. Per lo più, gironzolavo nei dintorni alla scoperta delle attrattive del bosco e dei suoi abitanti, oppure passavo il tempo guardando dall’alto la valle e il corso del torrente che si snodava ancora alle falde della Magliocca.

    Si partiva la mattina presto e, mentre si saliva attraverso gli orti e poi gli uliveti e le altrui vigne, il sole cominciava ad apparire dietro la collina di Marsé. Il canto del cuculo arrivava dall’alto e si spandeva per la valle ripetendosi sulla collina di fronte. «Candu canta u cücu, a matin gh’è bagnau e a seira sciütu», mi diceva la nonna apprezzando quello spettacolo della natura e inserendolo nella sua semplice cultura contadina: comunque fosse stata la mattinata, le giornate di maggio sarebbero state calde.

    Prima di andare via di casa, la nonna aveva preparato “merenda”, ovvero il pasto da portarci appresso nel cestino per continuare il lavoro fino a sera. “Biove” di pane bianco con dentro le uova strapazzate o i pomodori secchi, una rosetta di pane con il salame, dui purtugali, ina manà de fìghe seche, in tocu de ciculata: sono i gusti che tornano alla memoria nei ricordi dell’infanzia, insieme al calore del sole sulle marne, all’odore dell’erba falciata che appassisce a mucchio.

    Un primo di maggio, eravamo salite alla vigna più aprica perché la nonna potesse andare avanti con i lavori e, mentre lei ripuliva le fasce dall’erba, io cercavo di mandare a memoria i versi di alcune strofe della famosa poesia manzoniana dedicata a Napoleone. Nonna Manüé aveva già accumulato l’erba nel lensurùn e aveva portato lo stesso nella fascia bassa della vigna perché fosse più agevole tirarlo su al momento del ritorno a casa.

    Poi, era andata nel bosco a tagliare rami di pino e di corbezzoli e arbusti profumati da portare a casa per i conigli. Io, stanca forse di saltellare qua e là, sazia della merenda già consumata, scaldata dal tepore del sole ormai alto, mi ero addormentata, senza rendermene conto, sulla lensörà d’erba, come in un letto profumato.

    Il mio quaderno di scolara di terza elementare mi era scivolato dalle mani.

    Quando nonna Manüé mi svegliò, scottavo e avevo la testa frastornata: era la mia prima insolazione. La nonna si sciolse dalla vita il suo grembiule e lo immerse nell’acqua fresca del pozzetto di raccolta delle acque piovane, lo strizzò bene e me lo avvolse stretto intorno alla testa. Bevvi a lungo dalla nostra provvista di acqua di Vichy.

    Iniziammo subito il ritorno. A metà strada ricominciai a saltellare per le campagne raccogliendo i magi, piccoli gladioli selvatici che a maggio spuntano rossi tra l’erba alta: li avrei portati a casa, davanti all’altarino della Madonna appositamente allestito per il mese mariano.

Rita Zanolla    aprile 2005

 

 

Santi  pescatori

    «A Sant’Antunin e anciue i sun pe’ camin» era il proverbio che, a inizio giugno, dava il via all’attività familiare di salatura delle acciughe.

    “Sant’Antunin”, ovviamente, era riferito al santo Antonio da Padova, cronologicamente “più giovane” nei secoli dell’omonimo “abate” e quindi secondo le regole del dialetto ventimigliese, meritevole del diminutivo.

    Il proverbio potrebbe essere di origine assai antica, tenuto conto che la pesca e la salatura delle acciughe si faceva prevalentemente in Liguria e in Sicilia come dimostrerebbe l’evoluzione del termine “anciua”, ricostruito nel francese anchois e nello spagnolo anchoa, secondo gli studi di Emilio Azaretti. Quelle acciughe, in viaggio nella ricorrenza del 13 giugno, sarebbero arrivate nel nostro mare verso la fine del mese, in tempo per la festività di San Pietro Apostolo, pescatore per eccellenza.

    «I se cumanda int’e Asse, dai figliöi de Segù. I sun de spessiai ma i sun unesti e i te dan e anciue bele fresche e ben purpüe. Inte ‘stu caixu, chi ben spende, menu spende, e in dumàn nu’ averemu da sciùricaře, vasu e tütu». I figliöi de Segù andavano a pesca con i loro gussi e portavano le acciughe in tempo per la ricorrenza di San Pietro.

    «Se ghe tira a testa cian cianin, e ven bieli e tütu. I se passa cun ina pessa sciüta e nèta e i se mete int’ina conca, cüverte de sa’. Au lendeman, i se sciüga ben cu’ in’autra pessa e i se arrangia int’u vasu - o int’in masteletu de legnu - in ran de anciue e in ran de sa’. Se ghe mete in çima ina pria cianela, de marina, che a e tegne in po’ sciacàe, e i se lascia au frescu aumancu caranta dì».

    Ho ancora nei ricordi l’odore e il sapore delle anciue sarae spezzettate sugli ultimi pomodori di agosto e condite con un filo di buon olio ... Ma queste sono altre storie.

    La vigilia della festa del Santo pescatore, e pescatore di anime, era usanza procedere a fare “la barca di San Pietro”. Durante il giorno, si predisponeva il necessario. Intanto, si prendeva un fiasco pulito e asciutto e se ne toglieva a rouba de sagna perché fosse trasparente. Poi, nel tardo pomeriggio, si recuperava un uovo di gallina, assolutamente “garantito” di giornata - ancu’ caudu - e quindi si andava a prendere l’acqua di fonte, ae Funtanete o da Vergì, pura e naturalmente fresca.

    Quando suonava l’Ave Maria della sera: «Ségnate» - diceva mia nonna, e si faceva il segno della Croce.

    Prendeva dunque il fiasco e lo riempiva per circa due terzi di acqua.- «Di’ tre Ave-marie» e intanto rompeva l’uovo e, attraverso un imbuto, ne colava lentissimamente, l’albume dentro il fiasco; «sulu a ciaira, sta’ atenta, s’autrimenti nu’ ven ren», a filo d’acqua. Il tempo delle tre Avemarie. Poi posava altrettanto lentamente il fiasco sul davanzale della finestra, «â serena» ...

    ... «Int’a nöte passa San-Pe’ : se l’anà a l’è bona, u lascia int’u fiascu a sou barca carrega de pesce».

    Le particolarità climatiche della notte, avrebbero costruito sopra l’acqua, con l’albume, filamenti argentei sottili, simili ad alberi di velieri che si sarebbero sciolti al primo sole. Ma San Pietro sarebbe venuto e avrebbe portato forse buone annate. Provare per credere.

Rita Zanolla    maggio 2005

 

 

I  ciapunéi  inta  stréna

Scarvencu

    Pe’ suagnà arimai da travagliu, cume cavali, asi e müře, l’eira impurtante de pruvede in bon ciapunè che u savesse ferrà ben a bestia, limandughe l’ungia e metendughe u ciapùn dritu e solìdu, sci che int’u travagliu i ciodi i nu’ ghe passesse int’a zarpa, ni’ che, tropu moli o de straversu, i se perdesse avanti d’u tempu.

    Perché u ferru de cavalu u porta bon a chi l’atröva ma u nu’ porta bon de següru a chi lu perde, ni’ â bestia ch’a se frusta u pe’, ni’ au patrun che u nu’ pö aduverà l’ase descaussau.

    Candu l’eira u dì che muntava u ciapunè, â matin de bun’ura i padrui i purtava e bestie int’e ciassete d’i paisi, stacàndure ai caineli d’ê cae o ae grate d’i barcui. Arrivava u ciapunè che, a sun de “issa pe” e aissandu e zarpe d’a bestia e cun serreta e ciodi u fava u sou travagliu.

    Â fin, e ciassete i l’eira spassae dai tochi d’è ungie e dai brütessi d’ê bestie, ma l’audù u restava delongu int’e l’aira.

    Ina vouta ciapunà, besögnava selà a bestia e metighe u bastu, e pöi bardara d’â çima au fundu cun tüti i furnimenti e e brile e u morsciu e u sutacua. Epöi ... a s’atacava au carru o se ghe passava e brile surva u colu e se cumensava a andà ...

    Fin dopu a segunda gherra mundiale, intu mentre che Ventemiglia ancura a viveva d’é sou curtivaziun, d’ê vigne e d’ê aurive, ghe stau u postu pe’ e bestie da travagliu, pe’ i ciarrui, i ciapunei, i selai e u basté. Pöi l’è vegnüu u ben sta’ e tanti modi de vive e de dì e tante üsanse i se sun perse e tante cose i se sun scurdae.

    A elu, Sciù scendegu, che u guverna ‘sta çita pe’ u vurrè inscì de cheli ch’i se ne ricorda in’autra, nui ancöi ghe damu u compitu de saveřa fa’ cresce dae sou raixe de gente travagliusa, de saveřa purtà avanti cun a pasciensa e a testardixe d’ê bestie da travagliu, cun u passu stirassau e següru pe’ e cole d’a vita moderna.

    A nostra strena a l’è poca cosa: fighe seche e nuxi e amanduře e ninçöre. Ma gh’e ina rama d’auribaga: pe’ fa’ ina störia tüti inseme, nuiautri d’ê assuciaziun e a Scignurìa ch’a ne governa.

    U a piglie a ben vurré, sciù Scendegu e u a tegne strenta int’u sou travagliu: a nostra strena e e nostre custümanse.

Rita Zanolla    gennaio 2006

 

 

Asi  e  müře

Scarvencu

    ‘Sta vota, n’apiaixe parlà de veci amighi ch’i l’àn fau cumpagnia ai nostri veci, pe’ tantu tempu e tantu camin, agiütanduři, pe’ sou contu, int’i travagli d’a vita. Parlarmu d’ê bestie da travagliu, de chele ch’i fàva lögu pe’ a nostra terra apesa a ‘ste cole gerbe, pe’ e nostre strade che i taglia e terche.

    Parlamu d’i cavali, d’i asi e d’ê müře: bestie ch’i fan parte d’a störia de Ventemiglia inseme ai maixei e ae vigne e ai aurivei. Nu’ tantu vurremu parlà de e bestie pe’ u trasportu d’ê gente, aiscì se e carosse a cavalu i l’eira a curriera d’ina vouta: nu’, parlarmu de cume ‘ste bestie i l’agiütava l’omu int’i soi travagli.

    Avé l’ase o a mïřa l’eira ina richessa: se se scangiava e giurnae e ina giurnà de bestia a l’eira cuntà cume çinche giurnae de omu, sete de dona. Chi àva in curtì, aiscì nu’ gairi grandu ni’ tropu ariusu, ün de cheli curtì che ancöi se ve de rairu, magara scangiai in bitegheta, u l’aduverava pe’ a bestia: che u fusse suta cà, pe’ esse prunti a parte au cumandu d’u padrun.

    E bestie i custava pocu e i rendeva tantu: cun ina brassà de fen, in po’ de biava e caiche manà de carrube, i l’andava tütu u dì atacai a in carru, de vote a caiche tumbarelu, o cun de bele soumae da purtà. Int’i ani, serviva e prie pe’ fa’ e cae, e prie pe’ fa’ e fasce, e legne pe’ i curmi d’i teiti e u mubigliu o pe’ ascaudasse, e tütu loche ancöi ne serve, belu serviu suta a cà.

    E ürtime müře che òn vistu i carava i curbin cin de üa dint’e vigne int’i fundi d’u paise ... e ürtime vendegne cu’e müře avanti d’i traturi ... avanti d’ê fasce gerbe.

    L’ürtimu ase l’òn vistu int’a valà d’a Röia a ina möřa pe’ maixinà u gran: i l’eira in catru asi inte ‘stu murin “a sanghe”.

    “D’ê done e d’a müřa nu’ stane a avé cüra” dixéva caicun ciü rüstegu, pensandu ben che, sece a dona che a müřa, i custava pocu, i travagliava tantu e, surtù, i nu’ dava de fastidi.

    Arimai paixi. Sulu de voute i se impuntava; ciü desdegnusu u cavalu, menu l’ase o a souma. Ma candu i se fermava, nu’ gh’era ciü versu e sulu ina bona giastrema, e de voute u fuetu, i purreva bugiaři.

    I carretei e i müřatei i sun restai numài propiu pe’ lolì e ancura ancöi: de ün pocu acustumau se dixe ch’u parla propiu cume in carretè.

Rita Zanolla    febbraio 2006

 

 

Cieli de marsu

    Erano i giorni di marzo, i giorni in cui i tepori della primavera erano spesso interrotti da giornate di vento e da improvvisi acquazzoni: marzo Þ un mese di scarso affidamento, matto per antonomasia.

    E infatti a marzo il tempo bello ed il tempo brutto si alternano, senza preavviso e senza stabilita. Ma, come tutti i mesi, proprio nel suo essere imprevedibile e nel suo trascorrere in giornate di sole o di vento o di pioggia, sta’ la bontà di marzo che reca alla campagna pioggia e sole e vento, agevolando l’interramento delle sementi e la loro annaffiatura.

    “Se marsu u nu’ marsegia avrì u scarsegia”, ricordava ogni anno Manüè mentre sarchiava la terra per seminare le tourele di insalata e i surchi di piselli e di fagiolini. Io intanto cercavo tra le pietre dei maixei le prime violette selvatiche, profumatissime, riscaldate dal sole ed innaffiate dalle piogge marzoline.

    “Marsu u lè faussu ma a l’invernu u ghe dà in càussu”, diceva la nonna cercando nel cielo i segnali del bel tempo nella luce limpida e fredda delle non ancora trascorse giornate invernali.

    Erano le prime giornate di sole dopo i rigori invernali e si usciva volentieri di casa per andare nell’orto a curare le piantagioni. Ma in tali belle giornate, sovente usciva un’aria sottile, pungente. - I sun e oure de marsu, diceva la nonna mentre si chiudeva più stretto lo scialle. - I cumensa a tre ure de dopusdernà e i nu i cara fina â seira. - Le òure de marsu, sono quei venti tipici del clima marzolino, freddi ed insistenti, benché non più invernali, che fanno ancora rabbrividire nonostante si verifichino in una giornata di sole.

    “De marsu chi nu gh’à de scarpe vaghe descaussu, ma chi ghe l’à u nu’ e lasce a cà”, diceva nonna Manüé pensando proprio ai freddi che ancora di marzo fanno sì che non si abbandonino a casa gli indumenti e le calzature.

    - Crövite a guřa, mi suggeriva mentre mi stringeva la sciarpa al collo perché non mi venisse la laringite.

    Ma a volte nel cielo, erano segnali di cattivo tempo e sarebbe venuta ancora giù acqua a catinelle e vento, anch’esso necessario ai lavori della campagna perché - Marsu ventusu anu bundusu.

    Era una meteorologia spicciola ma sicura, tipica di mestieri portati avanti a lungo e conosciuti sino in fondo, mestieri che si svolgevano a stretto contatto con la natura che regolava la vita di ogni giorno.

    E poi c’erano gli acquazzoni, piovaschi intensi annunciati dai cumuli sui monti, i casteli di nuvole foriere di perturbazione.

    - Ina vouta u pastù u mirava i casteli e u capia loche fa’, aggiungeva la nonna ricordando le indicazioni meteorologiche: - Se e nivure i van veravale, piglia e crave e portale a gardale. Se e nivure i van veramun, piglia e crave e portale int’u casun. Dall’orientamento delle nuvole, si poteva infatti fare la previsione: nuvole che scendevano verso il mare indicavano il bel tempo ed il pastore poteva portare il gregge al pascolo. Al contrario: se le nuvole salivano verso il monte, presto avrebbe piovuto. Da qui, la necessità di ricoverare le pecore al riparo.

    - Ma nona, u l’è in mese matu, cume ti fai a di’ che u va ben ? chiedevo nella mia logica petulante di bambina. E nonna Manüé, lesta, mi zittiva. - Nu’ stà a parlà cuscì che u s’ufende e u diventa marriu, mi rimproverava. Nu’ te l’òn za’ cuntà chela d’u pastù che pe’ tütu u mese u l’avia sarvau e pegure e â fin u l’à fau scherniu a marsu e marsu u ghe l’a fae moire tüte inte ren ? Me l’aveva raccontata tante volte, sì, la storia del pastore che nel mese di Marzo riuscì a salvare il suo gregge raccontando bugie al mese curioso ma che poi, negli ultimi giorni, non aveva resistito alla voglia di schernirlo - Marsu, marsassu, vatene cu’i toi capelassi e mi me n’anderon cu’i mei agneleti grassi. Sicché Marzo andò a chiedere in prestito ad Aprile due giorni di cattivo tempo: - Avrì, prestame dui d’i e trei che n’ài faremo ciagne i pegurai. E così era stato che in cinque giorni di tempo inesorabilmente pessimo, il pastore non aveva potuto salvaguardare il suo gregge che si era estinto. - Oilà, schersai cu’i fanti ma lasciai sta’ i santi, finiva nonna Manüé attingendo alle sue fonti di sottomissione all’arcano.

Rita Zanolla    marzo 2008

 

 

Sterburin e massami

    Con le çincaire, cioè con i famosi cinque giorni di brutto tempo citati nel racconto di “Marzo e il pastore”, aveva inizio aprile. Ma se marzo era stato pazzerello ed aveva alternato momenti di sole a momenti di pioggia, aprile poteva riservare ancora giornate di freddo intenso ed era spesso decisamente piovoso. “Marsu in dì nu’ l’autru, avrì tűti i dì” ricordava ogni giorno nonna Manüè mentre attendeva al lavoro dei campi. Ed incalzava: “Avrì, tűti i giurni in barì” perché le abbondanti piogge di aprile sarebbero state utili ai vigneti ed agli uliveti, aumentandone la resa. Sicché ogni giorno di aprile era buono per una bella pioggia che sarebbe andata ad innaffiare il seminato e ad ingrossare il letto del torrente.

    Era allora il tempo di andare a pescare le anguille perché: candu u figu u spunta l’anghila a toca e ad aprile le piene del torrente non si lasciavano attendere troppo. Le anguille, si sa, vivono sotto le pietre ed escono appena il torrente si ingrossa, con l’acqua che trascina con sé fango e detriti diventando torbida. Così, ai primi sterburin,”Và, và a vè Pepin che u fa’ u massàme” mi sollecitava la nonna indicandomi il nostro vicino di casa che, di sera, si preparava alla pesca dell’anguilla secondo un antico metodo. Ma più che di metodo occorrerebbe parlare di arte, perché la pesca all’anguilla era allora un esercizio di abilità, pazienza e destrezza che solo alcuni riuscivano a fare con successo. Io andavo a curiosare in quelle scatolette di latta che Pepin aveva allineato sulla scala: erano piene di terra umida e leggera nella quale si muovevano i vermi da terra, normali lombrichi violacei e grossi, più o meno tutti della stessa dimensione. Pepin teneva in mano un pezzo di fil di ferro sottile, legato ad un rocchetto di filforte da cucito e con esso trapassava ad uno ad uno i vermi per la loro lunghezza, facendoli scorrere sul ferro e poi sul filo, sino ad avere una filza anche di due o tre metri. Tagliato il filo dal rocchetto, lo attorcigliava più volte intorno alle dita della mano tenendole un po’ aperte, sino ad ottenere una matassa che chiudeva annodando tra loro i due capi. Questo era il massame, ovvero l’esca per pescare le anguille.

    “Sporgime u burdun” mi diceva allora indicandomi una grossa canna nodosa dalla quale pendeva una cordicella. Avutala, legava alla cordicella un piombo della grossezza di una piccola noce e, due dita più sotto, fissava il massame. Ciò affinché il piombo impedisse all’esca di andare alla deriva, una volta in acqua. Quindi, Pepin infilava i piedi nei gambali e, preso un grosso ombrello di tela, si avviava alla riva del torrente. “Avù ven u belu”, mi diceva a mo’ di saluto ed io sapevo che allora iniziava la lotta tra lui e le anguille. Al tocco dell’anguilla, Pepin avrebbe fatto ritornare lentamente la lenza verso riva e poi, con destrezza ed esperienza, avrebbe portato massame e anguilla sopra l’ombrello rovesciato. Solo allora, forse, l’animale avrebbe lasciato la presa e sarebbe caduto all’interno dell’ombrello dal quale, pur provando ad arrampicarsi ed a contorcersi, non sarebbe più riuscito ad uscire.

Rita Zanolla    aprile 2008